Günese Yolculuk

Günese Yolculuk
(titolo italiano: Viaggio verso il sole, Turchia, 1999)
di Yesim Ustaoglu

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Originario della regione turca di Izmir, Mehmet si reca a Istanbul per cercare lavoro. Il suo formidabile udito lo porta presto a lavorare come controllore di perdite d’acqua sotto le strade della città. A Istanbul vive in una casa senza finestre dove abita anche Berzan, giovane venditore ambulante politicamente attivo nel rivendicare i diritti del popolo cui appartiene, con cui sitringerà un’amicizia.
Quando Mehmet, scambiato per un curdo, verrà picchiato e torturato dalla polizia che lo ha arrestato per errore, li suo rapporto con Berzan si colorerà di una nuova consapevolezza. Quando i due si metteranno in viaggio verso il luogo di origine di Berzan, presso la frontiera con l’Irak, ci sarà l’occasione di vedere i villaggi curdi evacuati e inondati.

La regista Yesim Ustaoglu realizza un’opera di grande coraggio usando una vicenda intima e personale per raccontare in modo esplicito della repressione in atto da anni verso il popolo curdo e lo fa mescolando crudo realismo e poesia (le meravigliose immagini del viaggio di Mehmet e Berzan), metafora e esplicitezza, forza e delicatezza. Il risultato è un’opera rigorosa e potente che, parlando di repressione, riesce a farsi capire a livello universale.

(Roberto Rippa)

Günese yolculuk ha ottenuto il premio come miglior film all' Ankara International Film Festival nel 1999, il Blue Angel e il premio Peace Film al Festival del Film di Berlino nel 1999, il premio speciale della giuria al Festróia - Tróia International Film Festival nonché la menzione d’onore In Spirit for Freedom Award al Jerusalem Film Festival.
Yesim Ustaoglu è stata insignita di un premio speciale come migliore regista all'Istanbul International Film Festival del 1999 nonché di una menzione d'onore attribuita dalla giuria internazionale del São Paulo International Film Festival


Günese Yolculuk
(titolo italiano: Viaggio verso il sole, Turchia, 1999)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Yesim Ustaoglu
Musiche originali: Vlatko Stefanovski
Fotografia: Jacek Petrycki
Montaggio: Nicolas Gaster
Interpreti principali: Nazmi Qirix, Newroz Baz, Mizgin Kapazan, Ara Güler
104’

Günese yolculuk DVD

DVD
Etichetta: Trigon
Origine: Svizzera
Regione: 2
Formato video: 1.66 (16:9)
Formato audio: DD
Lingue: turco
Sottotitoli: francese, inglese, tedesco
Extra: trailer, galleria di immagini

Ölüler Konuşmaz Ki

La greca Onar Films si appresta a pubblicare, dopo Kilink Istanbul'da (Kilink in Istanbul), Kilink uçan adama karsi (Kilink Vs. Superman), Kilink Soy ve Öldür (Kilink Strip and Kill) - questi ultimi due pubblicati in un unico DVD - e 3 dev adam (3 Mighty Men), un'altra chicca del cinema popolare turco: Ölüler Konuşmaz Ki (The Dead Don't Talk) del 1970, apparentemente un omaggio al cinema gotico italiano. Dopo lunghe vicissitudini legate alla traduzione e all'approntamento dei sottotitoli, il DVD dovrebbe essere disponibile da fine novembre.

Albert Maysles

Albert Maysles - 50 anni di cinema verità
Intervista a Albert Maysles di Roberto Rippa
Fotografie di Donato Di Blasi

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10 agosto 2005: nella sezione “In Progress” del Festival Internazionale del Film di Locarno vengono presentati Christo’s Valley Curtain e Running Fence, primi di una serie di documentari sul lavoro degli artisti Christo e Jeanne-Claude diretti dal regista americano Albert Maysles che verranno presentati in quei giorni. Il regista è presente in sala, ha voglia di raccontare il suo lavoro e al termine della breve introduzione ai film dà appuntamento a fine proiezione per un incontro durante il quale risponderà alle domande del pubblico. L’incontro non avrà mai luogo in quanto i festival hanno tempi serrati e la sala deve essere liberata per la proiezione seguente.
Molti sono in sala perché interessati al lavoro di Christo; alcuni, e io tra loro, sono lì per Albert Maysles, il cui film Salesman, visto anni prima di notte in televisione, mi ha colpito tanto da costituire a tutt’oggi un ricordo indelebile.
Il mancato incontro lascia l’amaro in bocca, quindi decido di chiedere un appuntamento con lui per parlare della sua carriera e della sua vita straordinaria. Dopo lunghe peripezie e l’apparente impossibilità di raggiungerlo, riesco a ottenere il numero di telefono della ragazza che ha il compito di accompagnarlo nei vari impegni di quei giorni. Lei (ancora grazie!) gli è accanto nel momento della mia telefonata e il colloquio viene organizzato in pochi secondi per il pomeriggio seguente.
È difficile rendere a parole l’incontro con un uomo straordinario, modesto e disponibile come spesso si narra siano tutti gli uomini davvero straordinari, che viene riconosciuto come l’inventore del cosiddetto “Reality Cinema” americano, l’autore di eccezionali ritratti dedicati al suo Paese, a uomini importanti come Truman Capote, Marlon Brando, a grandi musicisti come i Rolling Stones ma anche a uomini comuni come i venditori porta a porta di bibbie, immortalati nel 1968 in Salesman.
L’intervista - ma in realtà le domande lasciano spesso spazio a un lungo racconto - dovrebbe durare una ventina di minuti ma si protrarrà per un’ora. Albert Maysles ha le idee chiare sul cinema, sui temi sociali e storici ma mantiene nell’incontro lo stesso atteggiamento che rivela attraverso i suoi film: quello di un uomo che fa un passo indietro lasciando che in primo piano siano le storie. Un uomo curioso di tutto, senza preconcetti, che non segue tesi precostituite. Un uomo che, parlando di suo fratello, con cui ha lavorato fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1987, lo cita al presente perché sa che le loro opere rimarranno. Che quando parla dei suoi lavori, ne parla sempre al plurale, attribuendo pari dignità a ogni suo collaboratore, sempre citati nei crediti a suo pari. Albert Maysles è l’autore di una serie di film che anche tra cento anni non avranno perso un’oncia della loro potenza nel raccontare un’era e l’animo umano, la politica e la vita sociale. Un uomo, classe 1926, che ha grande voglia di raccontare la sua opera e lo fa senza mai porsi in primo piano rispetto alle persone che ha raccontato nei suoi film.
Insomma, un uomo straordinario.


Lei, con suo fratello David, scomparso nel 1987, è considerato colui che ha sviluppato il cosiddetto “cinema verità”. Dopo avere studiato psicologia a Boston, ha firmato il suo primo documentario Psychiatry in Russia nel 1955. Cosa le ha fatto decidere di lavorare con questa particolare forma di cinema?
Credo di essere una persona amante dell’avventura e nel 1955 superare la Cortina di ferro per andare nell’Unione Sovietica penso fosse un’avventura. Così quando decisi che, essendo uno psicologo, avrei dovuto investigare sul tema della salute mentale, ho pensato che se l’avessi fatto avrei dovuto registrare la mia esperienza per poi passarla ad altre persone. Inizialmente pensai che avrei fatto delle fotografie ma poi decisi che un film sarebbe stato meglio. Così mi feci prestare una cinepresa 16 millimetri, andai in Russia e girai il mio primo film.

Come riuscì a superare la cortina di ferro in quell’epoca, considerando il fatto che lei è americano?
Era facile, malgrado la maggior parte delle persone non lo sapesse, ottenere un visto per studenti della durata di 30 giorni. Quando arrivai in Russia venni invitato a una festa dell’ambasciata rumena, dove mi era stato detto che avrei potuto incontrare alcuni capi supremi russi. Così uno tra loro, uno davvero ai vertici, mi si avvicinò con fare amichevole e mi diede il permesso.

È noto che agli inizi lei inventò cineprese molto maneggevoli capaci di limitare la sensazione di intrusione. Come sono cambiate le reazioni delle persone alla cinepresa nel tempo e come questo eventuale cambiamento condiziona il suo modo di lavorare?
Ritengo che non ci si debba basare sul fatto che le persone possono modificare il loro comportamento, penso ci si debba basare sul fatto che le persone preferiscono aprirsi piuttosto che mantenere un segreto. Questo ha a che vedere con la natura umana: le persone sentono il bisogno di essere riconosciute per quello che sono e così, se le avvicini senza importi, proveranno questa sensazione di riconoscimento, che è fondamentale, e quindi coopereranno pienamente. È così che mi sono sempre garantito l’accesso alla gente.

Quindi non ha mai incontrato difficoltà nell’ottenere le risposte vere, quelle sincere…
Potrei averne, per esempio, con il governo. Prima della guerra in Irak , quando i soldati erano riuniti in Kuwait e nel sud dell’Arabia, ho chiesto al governo americano di poterli raggiungere per stare con due o tre di loro per uno o due giorni ma non ho ottenuto l’autorizzazione. Questo è il tipo di situazione che può fermarmi, altrimenti ho sempre avuto grande facilità nell’accedere a ciò che desidero.

Lei ha girato documentari su diversi temi: tra i tanti, su musicisti (Gimme Shelter sui Rolling Stones, v. biografia), gente comune (Salesman), artisti (la serie di film dedicati a Christo e Jeanne-Claude). Cosa la guida nella scelta di un progetto su cui lavorare?
Credo che, se guardo al passato, si sia trattato nella maggior parte dei casi, di fortuna. Quando ho girato Gimme Shelter sui Rolling Stones, fu un mio amico, che li aveva conosciuti, a dirmi che sarebbero giunti a New York il giorno seguente per iniziare il loro tour americano. Quindi bussai alla loro porta e li incontrai. Io e mio fratello andammo al concerto e decidemmo di fare il film. Per quanto riguarda i Beatles, la storia è un po’ particolare: un giorno ricevetti una chiamata dalla televisione inglese Granada. Mi dissero che i Beatles sarebbero giunti a New York due ore dopo e chiesero se avremmo voluto fare un film su di loro. Mi voltai verso mio fratello, perché io non sapevo chi fossero i Beatles e lui invece si, parlammo insieme al telefono, chiudemmo l’accordo e ci precipitammo all’aeroporto proprio mentre il loro aereo stava atterrando e passammo tutta la settimana successiva con loro. Abbiamo fatto Grey Gardens (2), che parla di due donne solitarie e che nacque da un altro film che stavamo progettando sulla sorella di Jackie Onassis. Quando lei ce le fece conoscere, ci accorgemmo che quello era il vero film da fare, così decidemmo di girare un lungometraggio su queste due donne. Incontri casuali…
Abbiamo anche girato un certo numero di film sulla musica classica e questi furono fatti grazie a un agente che lavorava per Ozawa (3) e Jessie Norman (4), per esempio…
È accaduto così.

Quali sono le differenze, per lei in quanto regista, tra girare un documentario che abbia per tema la gente comune o un artista?
Oh, è la stessa cosa. Tentiamo di avvicinarci quanto più possibile alla gente che filmiamo. Guardo sempre dietro le quinte per stabilire il contatto più stretto e capire la personalità, le relazioni umane così come la musica.
Per esempio, non è un segreto che le pubblicità televisive siano nella maggiore parte dei casi degli insuccessi perché non sono accessibili al livello più alto della comunicazione, ossia da una persona all’altra. Nelle pubblicità per le automobili, per esempio, le vedi andare a gran velocità ma non c’è un contatto umano per lo spettatore, così la vedi e immediatamente sparisce dalla mente. Se girassi una pubblicità per la televisione per un’automobile, mi metterei dietro al volante con il guidatore per filmare ciò che costituisce davvero l’esperienza della guida, cosa significhi avere il controllo dell’automobile. Questo accade perché i pubblicitari non capiscono l’importanza del fattore umano, perché pensano addirittura che l’inserimento del fattore umano possa distogliere l’attenzione dal prodotto quando è proprio il fattore umano ciò che ci fa entrare in contatto con il prodotto.

Perché allora scelgono di usare sempre lo stesso approccio al prodotto?
Credo che le agenzie pubblicitarie siano più preoccupate di realizzare pubblicità che siano molto costose. Filmando secondo uno stile documentaristico arriveresti a giustificare una spesa di 50'000, 100'000 dollari ma certo non 300'000. Spendono in fotografia molto costosa ma questa fotografia non ha nessuna arte, nessuna poesia, nessuna comunicazione dietro di sé.

Lei ha anche lavorato come direttore della fotografia per altri registi…
Si, per Jean-Luc Godard (5), Orson Welles… Abbiamo fatto un film su di lui che parla del film che avremmo voluto fare. E poi c’è un film che si intitola Searching for Bobby Fisher (6). Il regista mi chiamò per girare alcune scene e diventammo buoni amici. Alla fine lui e il direttore della fotografia furono d’accordo, una volta viste le mie scene, di modificare il loro modo di girare il resto del film.

Come è stata la sua esperienza con Godard?
Oh, è stata meravigliosa. Lui ha capito meglio di chiunque altro come usare la fotografia da documentario. Così ciò che faceva era fare sì che gli attori sapessero la loro parte e che tutto fosse illuminato nel giusto modo. Non c’era niente da fare per me per le scene. Non sapevo neppure cosa sarebbe successo, così entravo in scena e filmavo e basta. Era una lunga ripresa dopo l’altra.
Quando fai il montaggio, anche nel migliore dei montaggi, c’è sempre una sorta di artificialità che ha a che fare con il passare da un taglio all’altro. Penso che quando la camera filma in piano sequenza senza stacchi, lo spettatore si senta di essere più in controllo di quanto sia quando il montaggio è curato da un montatore. L’approccio di Eisenstein al montaggio ha introdotto quell’artificialità che viene negata dal lavoro di ripresa di un documentarista con le sue riprese continue. Per esempio nel cinema di Hollywood filmi un primo piano poi passi a un campo più ampio, un totale, e quindi anche il montaggio è più facile ma non è questo il modo in cui la gente vede le cose normalmente e quindi risulta meno credibile.

Lei ha anche realizzato documentari su alcuni registi. Quali sono i registi che più ama?
Conosco Scorsese da molti anni. Lui è un regista che apprezza molto i documentari, ne ha girati alcuni lui stesso. Ricordo che stava girando uno dei suoi documentari e ci chiese di darci un’occhiata. Lui è tra i miei preferiti. Mi piacciono anche Wes Anderson (7) e Jane Campion (8). A dire il vero, i film che preferisco sono ancora i neo-realisti italiani come La strada (9). Sono tuttora i miei preferiti. Forse anche perché sembrano documentari…

Negli ultimi 50 anni, lei ha raccontato molto del suo Paese, attraverso i suoi documentari, a volte scegliendo un approccio diretto, altre volte meno. Cos’è cambiato principalmente nel suo modo di girare film?
Fondamentalmente il modo non è cambiato. Il grande cambiamento ha avuto luogo cinque anni dopo avere girato il mio documentario in Russia, quando ebbi modo di usare un equipaggiamento più sofisticato per girare. Si trattava sempre di grosse cineprese ma potevo tenerle sulle spalle, senza avere bisogno di un treppiede. La pellicola era più sensibile e quindi non avevo più bisogno di usare luci e quindi tutto ciò che era necessario avere erano due persone: una per il suono, in questo caso mio fratello, e una alla camera. Praticamente potevo filmare qualsiasi cosa.
Ora fare questo, e anche di più, è addirittura più semplice perché ci sono camere dal costo di due o tremila dollari che non devi più portare sulla spalla, così gli occhi sono liberi di guardare non solo ciò che stai riprendendo ma anche cosa potresti riprendere di lì a poco. Ora, invece di usare pellicola molto costosa, si usano cassette della durata di un’ora che costano tre dollari e durano un’ora, che permettono di evitare interruzioni nelle riprese per caricare la pellicola. Ci ho pensato molto quando sono passato dalla pellicola al digitale e mi sono venute alla mente trenta buone ragioni per passare dal 16mm alla nastro e credo che ognuna di esse giustificasse il passaggio. La qualità non è pari al 35 o al 70 mm ma ciò che è più importante nel cinema documentario non è la qualità della produzione ma il suo alto valore poetico, se vogliamo chiamarlo cos. Il valore del potere filmare la vita senza interferire con essa.

A proposito di Salesman, credo racconti molto sulla gente delle aree provinciali degli Stati Uniti, e non parlo solo dei venditori che si vedono nel film. Se lo girasse oggi, cosa pensa che potrebbe trovare di diverso?
In quel tempo, nel 1968, c’erano quattromila persone, tutti uomini, che vendevano la Bibbia in tutto il Paese. Ora quella gente non esiste più. Non credo che la Bibbia venga ancora venduta porta a porta. Sembra strano ma il metodo di vendita porta a porta si è trasferito in Giappone, dove i venditori ambulanti vendono automobili
Quando ero al liceo, il venditore ambulante era esemplificato dal venditore di spazzole e scope, e io ero uno tra loro. Ho anche venduto enciclopedie porta a porta, per poter andare all’università. Credo che ora le persone siano diventate più scettiche, più impaurite da chiunque si avvicini alle loro case. Quindi è diventato più difficile per un venditore entrare in casa di qualcuno, questo sì è cambiato. Però la società americana è ancora una società consumistica e capitalistica e la gente pensa che potrebbe fare qualsiasi cosa, esercitando il proprio potere di volontà. Così il nostro concetto di individuo svantaggiato era rappresentato nel 1968 dai venditori ambulanti. Noi, della classe inferiore, pensiamo ancora di appartenere alla classe media e di poter raggiungere la classe superiore se solo usiamo bene le nostre energie. Insomma, c’è ancora fiducia nel sistema capitalistico.
Quella che potrebbe essere una buona domanda sarebbe: “Se volessimo rappresentare un tipo di personalità capitalista cosa mostreremmo oggi?”. Non il venditore di Bibbie. Dovrei pensarci… certo, per quell’epoca Salesman ha colto probabilmente meglio di ogni altro film che cosa è l’America e sarebbe interessante pensare quale potrebbe essere questa materia al giorno d’oggi. Dovrei pensarci un poco.
Nel frattempo sto ancora realizzando film sul lavoro di Christo. In un certo senso, Christo e Jeanne-Claude rappresentano qualcosa di molto americano. Non so se potrebbero realizzare il loro lavoro altrove. Uno dovrebbe chiedersi: “Come possono due persone raggiungere obiettivi così alti quando i poteri tradizionalisti della società sono contro di loro anziché al loro fianco?”. Per realizzare ognuno dei loro progetti devono lottare contro il governo, il sistema e I politici. In questo senso sembrano impersonare il venditore porta a porta che è solo come lo sono certamente loro. Quando io e mio fratello giriamo un film (Albert Maysles parla sempre di suo fratello al presente. Ndr) siamo soli. È molto importante per noi poter mantenere la nostra indipendenza nel girare i nostri film, nel girarli esattamente come li vogliamo senza doverci conformare alle formule che i network televisivi ritengono giusti per i loro spettatori. In America è certamente molto difficile mantenere questo tipo di indipendenza e ottenere il sostegno dei network televisivi. Loro capiscono solo il loro modo di concepire il personaggio e così si perde la propria indipendenza, ossia il potere più importante che abbiamo.
Siamo stati in grado di mantenere la nostra indipendenza lavorando con una particolare rete televisiva: la Home Box Office (HBO). Abbiamo realizzato tre film per loro e stiamo realizzando il quarto: The Gates. Ma le reti commerciali, ABC, CBS, NBC e CNN non sono nemmeno interessate a lavorare con indipendenza e quindi non c’è nulla che possa fare con loro, nemmeno in collaborazione con loro. Nulla su cui potrebbero essere d’accordo.

Ritengo che i suoi documentari abbiano una forte valenza politica, anche se scelgono di non essere politici in maniera esplicita. Oggi però i documentari sono sempre più espliciti nella loro visione politica delle cose…
Non è una buona cosa. Ritengo che l’opera d’arte più potente sia quella che non si occupa di un tema, di un problema. Guarda un ritratto di Rembrandt…dove sta il problema? O Shakespeare…dov’è il problema? Questi sono artisti e scrittori che non sottomettono il loro lavoro a un punto di vista. Purtroppo gli autori di documentari stanno sempre più spesso sottomettendosi a un punto di vista specifico, così la forma del documentario offre loro la possibiltà di fare propaganda più che diventare un lavoro di scoperta. E la propaganda perde in capacità di raccontare la verità. Quando vedi un film come Salesman, sia il modo di girare che il montaggio sono fatti con la mente aperta. Non tenta di mostrare nessuno migliore, peggiore o diverso da ciò che è. Questo è ciò che rende il film valido anche a lunga distanza. Ora, a quarant’anni di distanza, è tanto vero quanto lo era quando è stato girato. E la stessa cosa si potrebbe dire su Gimme Shelter e Grey Gardens. Questo è ciò che preferisco: girare senza una tesi precostituita. Però posso capire l’utilità di girare film che possano persuadere le persone. Avrei trovato piacevole girare un film che avesse convinto le persone a sostenere il partito democratico contro questo Bush e ancora oggi, se saltasse fuori qualcosa che aiutasse a gettare luce sull’amministrazione, ne farei un documentario.
Ora sto girando un film, un film che parte da una tesi, sull’antisemitisimo. Da ottocento anni circola la diffusa e falsa convinzione che gli ebrei uccidevano i bambini cristiani per usarne il sangue nelle loro celebrazioni. Ci fu un processo nel 1913 a Kiev su questo e sto girando un documentario proprio sull’argomento, che arriva fino al momento attuale di antisemitismo, che trae origine da questa calunnia sul sangue. La hezbollah, per esempio, non ci sono basi reali per questa accusa, e penso che il film possa rispondere a queste accuse dicendo la verità sul tema. Questo è un film cui mi sto dedicando molto.
C’è una chiesa in Polonia, una chiesa cattolica, e al suo interno c’è un grande dipinto rinascimentale che è impossibile, entrando in chiesa, non notare. Mostra una mezza dozzina circa di ebrei, uomini duri con nasi lunghi e barbe bianche, che circondano un gruppo di uomini e un bambino che vengono torturati e perdono tutto il loro sangue, il quale viene raccolto da uno di loro.
Ci sono molte implicazioni non solo con la chiesa ma con il Vaticano sotto il signor Ratzinger ma non è stato fatto nulla a proposito del quadro, che infatti è ancora lì. Sono stato alla chiesa di St. Mary (10) per filmare il quadro e il prete che era lì mi spiegò tutto sul quadro senza menzionare che gli ebrei non hanno mai fatto ciò che viene rappresentato e non c’è alcun modo di capire dal quadro che si tratta di un’immagine falsa. Quel prete ora è il Papa.
Questo è un esempio di cattiva condotta. L’altro esempio riguarda l’omosessualità. Ho appena finito un film su una suora cattolica, che è una cattolica devota e che ha lavorato con gli omosessuali. La chiesa però, nella persona di Ratzinger, le ha imposto il silenzio. Quando lei si è recata in Vaticano, e io sono andato con lei, ha bussato alla sua porta ma lui non le ha aperto, non le ha parlato.

C’è una considerazione importante da fare: lei lavora prevalentemente negli Stati Uniti ma i suoi film hanno un signficato ovunque. Questo significa che le situazioni non sono tanto diverse quanto siamo soliti pensare?
È così. Sebbene Salesman parli dell’America, chiunque vi si può identificare grazie al suo speciale approccio documentaristico. La cosa meravigliosa che accade è che non importa chi sei nel momento in cui guardi Salesman: guardi quelle persone sullo schermo e sei quelle persone, ti trovi nella loro situazione, senti cosa si provi ad assere nei panni di una casalinga assediata da un venditore. Senti cosa significhi essere un venditore, persone che giorno dopo giorno sono confrontate con il fallimento. E ti senti triste per loro, ti commuovi. Non si tratta di quel tipo di intrattenimento dove ti senti coinvolto solo fino a un certo punto e poi dimentichi tutto. Ti senti coinvolto in un modo che ti legherà per sempre al film. Non ti dimenticherai mai di quelle persone.
A film finito, ci fu una presentazione speciale per un centinaio di persone. A fine proiezione, il pubblico venne a congratularsi con me e mio fratello. Io avevo notato che in sala era rimasta una persona, una ragazza. Quando si alzò e ci venne incontro, notai che aveva pianto. Notai anche quanto fosse bella. Mi voltai verso mio fratello e gli dissi: Questa è la donna per me. È mia moglie.

Davvero? È stato davvero un film fortunato per lei…
Sotto diversi punti di vista! Vedi, c’è un vantaggio aggiunto nel girare documentari…

A proposito dei suoi documentari su Christo e Jaenne Claude che sta accompagnando a Locarno in questi giorni, cosa ha risvegliato all’inizio il suo interesse in loro?
In un certo senso, rappresentiamo un’unione perfetta perché le fotografie sulle loro opere potranno finire nelle case della gente o nei musei ma il loro lavoro non consiste nelle fotografie bensì sono eventi che hanno luogo nel mondo reale e, come in ogni documentario, non sappiamo mai cosa accadrà più tardi, cosa che rappresenta la qualità primaria della realtà. Quindi filmare le opere di Christo offre l’opportunità di filmare l’arte nel mondo reale. Questo ci rende compagni ideali e siamo stati in grado di produrre ottimi film perché la loro arte comprende anche temi politici e sociali.
Ciò che accade è che talvolta, dopo molti anni di lavoro, quattro o cinque milioni di persone si avvicinano alle opere, ci si lasciano coinvolgere e questo coinvolgimento è la materia perfetta per il film.
Il progetto The Gates (11) coinvolge quattro o cinque milioni di persone provenienti da tutto il mondo che si sono recate al Central Park in un periodo dell’anno in cui nessuno si reca al parco perché è febbraio e fa freddo.

Si tratta solo di un momento, di un’immagine di cui tutti possono godere.
Appare sufficientemente a lungo perché tutti ne possano godere. E sufficientemente a lungo perché noi possiamo fare i nostri film. E poi il film diventa la rappresentazione permanente dell’opera così che le persone che l’opera l’hanno vista sul posto e coloro che non hanno avuto la possibilità di recarsi al parco potranno godere dell’esperienza piena.

E poi si tratta di una delle poche arti che non puoi possedere…
Giusto.

Quali pensa siano le ragioni del successo che i documentari più recenti ottengono al botteghino in questo momento?
Ci sono molte ragioni. Buone a cattive. È interessante riflettere su quanto la cosiddetta televisione realtà possa costituire un bene o un male per il futuro del documentario. Per quanto mi riguarda, penso che la parola realtà sia male utilizzata quando si tratta di programmi televisivi. Effettivamente i media non sono stati molto onesti nel raccontarci queste storie. Agli inzi, quando questi programmi fecero la loro apparizione, la parola realtà era riportata tra virgolette ma ora le virgolette sono sparite, come per riconoscere a queste opere uno speciale rispetto che in realtà non è dovuto loro.
D’altra parte penso sia inevitabile, proprio come per la letteratura: le abitudini di lettura si sono spostate in modo significativo dalla narrativa ai saggi. Credo sia inevitabile che i documentari assorbiranno una parte sempre più importante delle visioni del pubblico. Ci saranno film molto buoni ma, secondo me, troppi documentari oggi sono dedicati a temi specifici senza che si tenti di andare a scavare in questi stessi temi. Questo credo sia un problema. Dietro molti tra questi, c’è un regista che parte da un particolare punto di vista o pregiudizio ed è accecato da questa visione ristretta del tema. Quindi la verità, che ritengo essere essenziale per poter chiamare un film documentario, è e deve essere la negazione della finzione. Credo che il problema sia degenerato al punto che alcuni tra i migliori documentaristi pensano di non potere nemmeno più raccontare la verità. È una tendenza pericolosa. Provo rispetto per un documentarista che dice: “Sono unicamente interessato a raccontare la verità e credo di poterlo fare”. È difficile dire come…posso affermare che tre o quattro registi testimoni della stessa scena realizzeranno tre o quattro film diversi e questo non significa che nessuno di loro stia raccontando la realtà. Nessuno sta raccontando l’intera verità ma uno può raccontare in maniera sincera e corretta dal punto di vista dei fatti una storia, se ne è capace.

Secondo lei la gente di tutto il mondo, condizionata dal linguaggio televisivo, che è fondamentalmente lo stesso ovunque, è ancora in grado di riconoscere la verità quando la vede sullo schermo?
Penso di si. Recentemente ho ricevuto una telefonata da un uomo sui cinquant’anni che mi ha raccontato di essere cresciuto senza genitori e che la sua vita è stata dedicata interamente all’infruttuosa ricerca di suo padre. Al momento in cui mi ha contattato però era appena entrato in contatto con un uomo che avrebbe potuto raccontargli molto su suo padre ed era in procinto di incontrarlo. Quindi sono andato con lui all’appuntamento e ho iniziato a filmare quando lui stava busando alla porta dell’uomo e poi ho continuato a filmare per due o tre ore. La persona, che ha novant’anni, sapeva tutto del padre e gli ha mostrato delle fotografie e quando l’uomo che accompagnavo ha visto le foto, era sorpreso nel notare quanto fossero simili. Ha scoperto che suo padre aveva vissuto fino all’età di novantacinque anni ed era morto appena tre anni prima. Quindi, malgrado la possibilità di incontrarlo fosse svanita per sempre, quella conversazione, quell’incontro, era il più importante di tutta la sua vita. Devi non avere nulla di umano per vedere questo fimato e non esserne coinvolto. Devi non essere umano per non sentire un forte legame tra loro due e tra loro e coloro che guardano la scena. Sarebbe stato così vent’anni fa e sarà così tra vent’anni. O cent’anni fa o tra cent’anni. Questo tipo di evento ha a che fare con l’essere nel posto giusto nel momento giusto.
Posso dire che è stato molto commovente quando la suora di cui parlavo prima, rifiutata dal signor Ratzinger, allontanadosi dal palazzo si voltò verso di noi e disse: La chiesa vuole che tutti seguiamo le sue regole ma io seguo la mia coscienza.

A proposito di suo fratello, avete lavorato insieme sin dal suo secondo documentario Youth in Poland del 1957) fino al 1987, quando è scomparso. Com’era lavorare a così stretto contatto?
Beh, nel nostro caso il fatto di essere fratelli costituiva un vantaggio. Per molti fratelli non è così, non possono lavorare insieme. Ma noi veniamo da una famiglia dove c’era molto amore. I nostri genitori avevano un ottimo rapporto tra loro e con i bambini. Ecco perché lavoravamo bene insieme. Credo che ciò che ci ha aiutati ulteriormente sia stato il fatto che ci siamo assunti ruoli differenti: io stavo alla camera e mio fratello si occupava del suono. Ma la nostra collaborazione non riguardava solo l’aspetto tecnico: entrambi ci mettevamo in relazione con le persone che stavamo filmando, entrambi eravamo coinvolti nella ricerca di finanziamenti e nella scelta dei soggetti. Poi mio fratello si assunse il ruolo di supervisore al montaggio, cosa che è stata molto positiva. Ecco perché la nostra collaborazione era buona. Molto, molto buona. Ora lavoro con un ragazzo italiano di nome Ferrera (12) ed è come lavorare con mio fratello. Mi è stato raccontato che suo padre è morto quando lui aveva tre anni e quindi lui è sempre stato alla ricerca di un padre e io, a causa della scomparsa di mio fratello, sono sempre alla ricerca di un fratello. Così per me lui è mio fratello e io per lui sono suo padre.

I suoi film riescono sempre a trovare la loro strada verso il pubblico?
Abbiamo fatto un accordo per mostrare alcuni tra i nostri film in DVD. C’è un film di mezz’ora, un bellissimo film, che abbiamo realizzato con Marlon Brando a metà degli anni ’60 quando era all’apice della sua gloria. C’è un film che abbiamo girato per la televisione su Truman Capote che non è mai più stato mostrato da allora e che verrà pubblicato in DVD. Un altro su Muhammad Ali al tempo in cui si allenava per il suo ultimo combattimento…
È curioso: qui a Locarno vengono mostrati più film di Orson Welles di quanti potessi immaginare. Io e mio fratello abbiamo fatto un film su Orson Welles e purtroppo non sapevamo della retrospettiva, altrimenti lo avremmo portato. È un film della durata di dieci minuti realizzato come conseguenza di un incontro casuale avvenuto a Cannes nel 1963. Aveva già sentito parlare di noi e ci invitò a seguirlo a Madrid, dove restammo per una settimana andando alla corrida, eccetera. Mentre eravamo lì iniziammo a parlare del fatto che avremmo dovuto fare un film insieme. Il nostro film consiste in questa conversazione. Nel film si vede chiaramente come la gente lavora con un documentarista.

A proposito di DVD: lei possiede I diritti per I suoi documentari. Pensa di pubblicare i suoi film in modo indipendente, attraverso la sua compagnia di produzione, o pensa di lavorare ancora con Criterion (12), che ha già pubblicato Salesman, Gimme Shelter e Grey Gardens?
Alcuni film usciranno per Criterion. Per quanto riguarda The Gates non abbiamo ancora deciso come distribuirlo ma credo che uscirà anche nelle sale.

Locarno, 12 agosto 2005

Albert Maysles02

NOTE

(1)
Si tratta dell’unico documentario non sceneggiato realizzato sul gruppo inglese. Recentemente è stato pubblicato in DVD con il titolo The Beatles: The First U.S. Visit (etichetta Capitol, 2004, DVD region free).

(2)
Grey Gardens rappresenta una deviazione di percorso rispetto al progetto iniziale. I fratelly Maysles, infatti, stavano lavorando a un film sulla sorella di Jacqueline Kennedy Lee Radziwill. Nel processo di raccolta di informazioni, entrarono in contatto con Edith e Edith (detta “Little Edie”) Beale, zia e cugina di Jacqueline Kennedy, e rimasero affascinati dal loro mondo tanto da modificare il progetto e dedicarsi a raccontare la vita delle due donne.

(3)
Il film Ozawa, dedicato alla figura del famoso direttore d’orchestra giapponese, è stato realizzato per la televisione ed è una co-produzione che comprende anche la rete televisiva francese Antenne 2.

(4)
Jessye Norman Sings Carmen (1988), sul famoso soprano americano.

(5)
Albert Maysles ha lavorato come direttore della fotografia per l’episodio Montparnasse-Levallois diretto da Jean-Luc Godard e inserito nel film corale del 1965 Paris vu par…, i cui altri episodi sono diretti da Claude Chabrol, Jean Douchet, Jean-Daniel Pollet, Eric Rohmer e Jean Rouch. Il film venne presentato nell’anno della sua uscita al Festival del Film di Berlino. Nel 2005 è stato redistribuito nelle sale francesi.

(6)
Searching for Bobby Fischer, 1993, diretto dal regista Steven Zaillian, narra di un bambino, precoce talento degli scacchi, che si rifiuta di trasformarsi in un campione preferendo vivere un’esistenza normale. Il regista ha ottenuto il premio speciale della giuria al Festival Internazionale del Film di Tokyo nel 1993.

(7)
Wes Anderson è il regista di The Royal Tenenbaums (I Tenenbaum, 2001) e di The Life Aquatic of Steve Zissou (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2004).

(8)
Jane Campion ha diretto, tra gli altri, The Piano (Lezioni di piano, 1993), The Portrait of a Lady (Ritratto di signora, 1996) e Holy Smoke (1999).

(9)
La strada (1956) di Federico Fellini, sceneggiato da Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Notissimo negli Stati Uniti per avere ottenuto il premio Oscar nel 1957 come migliore film straniero.

(10)
La chiesa si trova a Sandomierz, in Polonia.

(11)
The Gates, di Albert Maysles e Alberto Ferrera, documenta la famosa installazione di Christo e Jeanne-Claude al Central Park di New York. Il documentario parte dai primi contatti degli artisti con i rappresentanti della città nel 1979, ben 26 anni prima del compimento dell’opera.

(12)
Antonio Ferrera collabora con Albert Maysles dal 1998. Nel 2001 ha , anno di produzione della serie per la televisione With the Filmaker…Portraits By Albert Maysles. Prima di lavorare con Albert Maysles, Ferrera è stato co-regista di Voices of Cabrini. Girato tra il 1994 e il 1997, Voices of Cabrini narra la ristutturazione del progetto di abitazione popolare Cabrini Green, nata tra il 1942 e il 1962, e divenuta simbolo di degrado. Antonio Ferrera si è laureato alla New York University’s College of Arts and Science, dove ha studiato inglese, letteratura americana, arte e filosofia.

(13)
Criterion Collection è una casa produttrice americana di DVD nota per l’alta qualità del suo catalogo e per l’estrema accuratezza delle sue edizioni.

Testo © Cinemino, 2005. Tutti i diritti riservati. L'utilizzo di questa intervista, o parte di essa, è concessa solo previo richiesta di autorizzazione.
È disponibile la versione in inglese dell'intervista.


L'intervista è stata pubblicata la prima volta nel numero speciale monografico dedicato a Albert Maysles della rivista Cinemino (marzo 2006, © thèrmos)

Cinemino Maysles

Biografia di Albert e David Maysles (Cinemino)

This interview is also available in English. Click here to read it.

Questa intervista è disponibile anche in inglese. Clicca qui per leggerla.

Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul

Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul
di Fatih Akin

Crossing the Bridge01

Il regista tedesco di nascita ma di origine turca Fatih Akin, già vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino nel 2004 grazie a Gegen die Wand, La sposa turca, parte alla volta di Istanbul in compagnia di Alexander Hacke, bassista degli Einsturzend Neubaten e già produttore della colonna sonora del film citato.
Hacke è alla ricerca di sonorità diverse e la sua intenzione è quella di registrare quanto più possibile. È l’inizio di un lungo viaggio attraverso tradizione e modernità, tra musicisti di diverse generazioni, tra diversi generi di musica che Istanbul, con la sua complessa storia, con i suoi contrasti e con la sua ricca cultura riesce a produrre. Hakin e Hacke ci accompagnano a conoscere musicisti di ogni genere e ognuno di loro tenta di spiegare cosa sia Istanbul: ponte tra Oriente e Occidente o nessuna di queste due cose giacché questa separazione serve solo a creare un nuovo nemico ora che la Guerra fredda è solo un ricordo?
Tra cantanti tradizionali, strepitosi musicisti di strada, esponenti della nuova scena rock e rapper (il bravissimo Ceza, che spiega come i suoi testi trattino più di politica rispetto a quelli statunitensi che raccontano piuttosto di vita di strada) e la cantante curda Aynur, (la musica e la lingua curda sono state bandite per un decennio fino agli inizi degli anni ‘90), si arriva al finale in cui Hacke racconta di avere la sensazione di essere riuscito a grattare la superficie di una scena molto più ricca. È certamente vero ma è altrettanto sicuro che ciò che ci rimane della visione del film accompagnerà a lungo.
Akin filma luoghi e responsabili dei suoi suoni in modo tale che ci si dimentica presto di essere davanti a uno schermo e pare quasi di trovarsi nella città.

(Roberto Rippa)

Il film, per chi se lo fosse perso in sala, è già disponibile in DVD in Germania, Francia e Inghilterra.

Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul
(Turchia/Germania, 2005)
Regia: Fatih Akin
Fotografia: Hervé Dieu
Montaggio: Andrew Bird
Con la partecipazione di: Alexander Hacke, Baba Zula, Orient Expressions, Duman, Replikas, Erkin Koray, Ceza, Istanbul Style Breakers, MercanDede, Selim Sesler, Brenna MacGrimmon, Siyasiyabend, Orhan Gencebay, Müzeyyen Senar, Sezen Aksu, Sertab Erener
90’

Sito ufficiale

Sandrone Dazieri

Intervista con Sandrone Dazieri
di Roberto Rippa

Sandrone Dazieri01
(foto da www.sandronedazieri.it)

Nato a Cremona nel 1964, Sandrone Dazieri si diploma alla scuola alberghiera di San Pellegrino Terme e lavora come cuoco per una decina d'anni, in giro per l'Italia. Studia Scienze Politiche a Milano, non si laurea, e, lasciati i fornelli, lavora come venditore di corsi di musica e come facchino, militando in contemporanea nel movimento dei centri sociali milanesi.
Nel 1992 si avvicina all'editoria come correttore di bozze nel service editoriale Telepress, di cui, cinque anni dopo, è nominato direttore della sede di Milano. Nel frattempo diventa giornalista pubblicista e collabora per cinque anni con il Manifesto come esperto di controculture e narrativa di genere.
Nel 1999 pubblica il suo primo romanzo noir, Attenti al Gorilla, per il Giallo Mondadori e il rapporto con la casa editrice si approfondisce sino alla nomina a responsabile prima dei Gialli Mondadori, poi di tutto il comparto dei libri per edicola. Scrive altri due romanzi per adulti, sempre noir (La cura del Gorilla, Einaudi, e Gorilla Blues, Strade Blu Mondadori), un romanzo per ragazzi (Disney Avventura, premio selezione Bancarellino), alcune sceneggiature per il cinema e il fumetto, numerosi racconti.
Nel 2003, insieme con il regista Gabriele Salvatores e il produttore Maurizio Totti, fonda la casa editrice Colorado Noir, che si propone di trovare nuovi talenti per il cinema e la letteratura.
E' stato per un anno il direttore dei Libri per Ragazzi Mondadori, incarico che ha lasciato nel settembre del 2005 per avere più tempo per scrivere.
Nel 2005 ha pubblicato per Strade blu Mondandori Il karma del Gorilla.
Dal suo La cura del Gorilla, Carlo Sigon ha tratto l'omonimo film con Claudio Bisio, Stefania Rocca, Gigio Alberti e Bebo Storti


Sin dal primo romanzo, “Attenti al Gorilla”, il protagonista porta il tuo stesso nome. Ma quanto c’è nel personaggio del suo autore?
Una cosa che si impara dalla psicanalisi è che tutti i personaggi che appaiono nei nostri sogni sono parte di noi. Questo vale anche per i romanzi. Ogni personaggio, ogni ambiente, è parte di chi lo scrive. Quindi, io e il Gorilla siamo la stessa persona, ma anche ogni passante, ogni comparsa è me, rappresenta uno dei miei aspetti. Quindi, la domanda non può avere una risposta precisa. Certo, parte della mia biografia è simile a quella del Gorilla, ma credo che alla fine non abbia alcuna importanza. I romanzi sono una metafora del reale, non una fotografia di esso. Quindi, io potrei anche non esistere affatto.

Da “La cura del Gorilla” è stato tratto un film diretto da Carlo Sigon di cui tu sei sceneggiatore. Com’è stato lavorare alla trasposizione del tuo romanzo?
È stato molto faticoso, ma anche interessante. Un film è un lavoro di gruppo, e devi rapportarti con persone che hanno letto il tuo libro e ne hanno idee molto precise, e che a volte vi vedono cose che tu non vi hai mai visto. Poi, se scrivi la sceneggiatura, come mi è capitato, ti tocca imparare una nuova grammatica, differente da quella dei romanzi. Le sceneggiature sono visive, i romanzi descrittivi. Una differenza fondamentale.

È cambiato rispetto all’opera originale? E se si, si è trattata di un’esigenza cinematografica o di mutamenti dovuti all’evoluzione del personaggio avvenuta nei romanzi nel frattempo scritti e pubblicati?
Un po’ tutto questo. Un romanzo in quanto tale è infilmabile, devi trasformare pensieri ed emozioni in immagini. La cura, poi, aveva troppe trame intrecciate, ed era necessario semplificarlo se non si voleva farne uno sceneggiato di venti puntate. Poi, certamente, da quando ho scritto il romanzo a quando ho terminato la sceneggiatura, ci sono stati in mezzo altri due romanzi del Gorilla, in cui il personaggio è invecchiato e mutato. Alcuni di questi mutamenti si sono riflessi nella sceneggiatura. Ma è successo anche il contrario. Tornando a lavorare sulla figura di Vera, ho sentito l’esigenza e il desiderio di riprenderla. Per questo ritorna ne
Il Karma del Gorilla, l’ultima avventura della serie.

La critica si è spesso riferita al personaggio del Gorilla come a un no-global. Non pensi che no-global sia diventata un’etichetta utile per confondere sul fatto che non si parla più di un gruppo definito bensì di un sentire diffuso in ogni strato della popolazione?
Sentire diffuso si può dire ma solo se ci riferiamo alla minoranza di ogni strato della popolazione. Se fosse la maggioranza, credo che le cose sarebbero andate diversamente. Per esempio, non saremmo in guerra con l’Irak. Per esempio, non ci sarebbe Berlusconi al governo.

In Gorilla Blues si parla dei fatti accaduti al G8 di Genova e della morte di Carlo Giuliani, ferite ancora aperte. Anche di recente la polizia ha guadagnato le prime pagine dei giornali a causa del violento blitz notturno in Val di Susa. In Il karma del Gorilla si parla di “rendition”, di ingerenze della C.I.A. nei nostri affari interni. Con la, debole, scusa del terrorismo siamo tutti a rischio di controllo. in un momento in cui democrazia e diritti civili sono messi a rischio, quale potrebbe essere secondo te la via d’uscita?
Purtroppo, o per fortuna, non sono un guru. Credo che l’unica possibile via d’uscita sia quella di mantenere un pensiero critico sull’esistente e dire come la si pensa. Almeno, io faccio così.

Una parte degli autori italiani di noir e gialli che riscuotono grande successo da qualche anno a questa parte (a parte te, Evangelisti, Battisti, Carlotto) provengono da esperienze - talvolta anche dure, estreme - legate alla contestazione, all'antagonismo o all'impegno sociali. Secondo te, qual’è la ragione di questo successo?
Mah… forse perché diciamo come la pensiamo. Ma in modi differenti. Per esempio Massimo Carlotto utilizza l’inchiesta sociale, per fotografare la realtà di quanto accade nel nostro paese e fa un lavoro splendido, che arriva dove molto spesso l’inchiesta giornalistica non riesce a giungere. Valerio e io, invece, preferiamo lavorare sull’immaginario puro, costruire una metafora della realtà. Tutti noi, comunque, cerchiamo di dare elementi che modifichino il modo di vedere il mondo di chi ci legge. Di porre dei dubbi laddove vengono proposte solo certezze.

Secondo me i tuoi romanzi sono più attinenti al genere noir, dove la personalità del protagonista e la descrizione della società in cui opera acquisiscono più spazio rispetto al giallo vero e proprio, spesso asservito a uno schema più rigido. Sei d’accordo su questa definizione dei due generi?
Direi di sì. Come dico sempre, Il Codice Da Vinci è un giallo perfetto proprio perché, oltre ad avere un intreccio a prova di bomba, ha eliminato tutti gli elementi introspettivi, di approfondimento dei personaggi e della realtà, inutili alla trama, al grande gioco che costruisce. Un noir non può permettersi questo. In un noir ambiente e vita interiore dei personaggi contano quanto l’intreccio giallo. Talvolta di più. Ci sono grandi noir, si pensi a Manchette, dove l’intreccio giallo addirittura non esiste.

La letteratura cosiddetta di genere, il noir, il giallo, la fantascienza, è quella forse più seguita anche se, purtroppo spesso considerata una letteratura minore. Cosa secondo te fa sì che sia così amata? Secondo te riesce a raccontare bene il suo tempo?
Credo che in certi casi racconti bene il suo tempo, (anche se molto di quanto si pubblica sotto questa etichetta è mondezza pura), ma lo fa divertendo il lettore e appassionandolo. Questo la rende decisamente più fruibile di un saggio.

Sei co-fondatore, insieme al produttore Maurizio Totti e al regista Gabriele Salvatores della casa editrice Colorado Noir e da una delle vostre pubblicazioni, Quo vadis, baby? di Grazia Verasani, Salvatores ha tratto il suo ultimo film. Tu che hai la possibilità di leggere anche romanzi scritti da scrittori alle prime armi, che impressione ti sei fatto?
Che molti scrivono senza avere niente da dire. Molti dei dattiloscritti che leggo hanno trame tutto sommato decenti, tutto sommato sono scritti in buon italiano, ma non hanno una “voce”, un punto di vista originale sul mondo, qualcosa da dire. Che è quello che cerco e credo sia quello che abbiamo dimostrato di scegliere nelle pubblicazioni della Colorado Noir.

Da qualche anno a questa parte, da riviste specializzate prima e quindi dalla rivalutazione alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno, quando il fenomeno si è espanso, è in atto una rivalutazione del cinema di genere italiano, da tempo ucciso dalla televisione e dalle sue produzioni buoniste e tutte livellate verso il basso. Anche “Alias” ha trattato recentemente di questa voglia di tornare al genere. Al di là dell’operazione nostalgia, c’è secondo te la possibilità di riprendere una produzione italiana di genere oggi?
Credo che stia già accadendo. Il problema è che l’immaginario del genere si è ormai formato sul prodotto statunitense da esportazione, con grandi mezzi ed esplosioni. Occorrono nuovi registi e nuovi sceneggiatori che non vogliano citare, non vogliano copiare “in piccolo”, ma cerchino nuove strade.

Il cinema giallo in Italia non ha una grande tradizione, malgrado l’ottimo seguito in mezzo mondo, e i celebrati gialli degli anni ’70 sono spesso un ricalco di altre opere. E nemmeno il noir, che in Francia (tanto per limitarci all’Europa) ha invece prodotto opere di altissimo valore. Ci sono eccezioni come Petri e il compianto Fernando Di Leo, penso al suo rapporto con i romanzi di Giorgio Scerbanenco. Secondo te, come mai il cinema noir in Italia ha prodotto così pochi, anche se molto buoni, risultati?
A parte quanto scrivevo prima, il noir e il giallo hanno vissuto fino agli anni novanta la condizione di narrativa di serie c. Il regista che vi si approcciava, cercava di trasformarlo in qualcosa di diverso, in una commedia di costume, in una satira del presente, in un atto di denuncia. Non lo trattava per quello che era. Il poliziottesco degli anni settanta, in fondo, altro non era che la trasposizione al presente degli spaghetti western.

Ti sei cimentato anche nella scrittura di un soggetto per il fumetto Ginko – prima di Diabolik, in cui si narra delle prime indagini del famoso antagonista del criminale creato dalle sorelle Giussani. La scrittura per il fumetto e per il cinema hanno punti in comune?
Sono entrambi visivi, ma il fumetto ha a disposizione personaggi e scenari illimitati. Puoi riempire un cielo di astronavi, se ti va. Con il cinema, questo non è possibile. Inoltre, il fumetto richiede che i dialoghi siano pochi e scarni, nel cinema i dialoghi sono molto più importanti. Poi nel cinema ti rapporti con attori in carne e ossa, che recitano le battute. I personaggi di carta fanno esattamente quello che tu vuoi che facciano. Poi, certe cose che in un fumetto sembrano credibili e belle, al cinema non funzionano. Basti pensare alle tutine dei supereroi…

Ho letto che la RAI stia realizzando dei film per la televisione tratti dai racconti contenuti in Crimini. Si hanno già notizie su chi realizzerà il film tratto dal tuo racconto L’ultima battuta?
Non ancora. Rimango in attesa.

Tra la pubblicazione di Attenti al Gorilla e La cura del Gorilla sono trascorsi due anni. Uno tra quest’ultimo e Gorilla Blues. Addirittura tre tra “Gorilla Blues” e Il Karma del Gorilla. Ci dai la speranza che l’attesa per il prossimo sarà minore?
Lo spero anch’io…

18 gennaio 2006

Intervista pubblicata originariamente nel numero 3 di Cinemino (2006)
Testo © Cinemino, 2006. Tutti i diritti riservati

Sandrone Dazieri e il Gorilla

Attenti al Gorilla (Mondadori, Piccola biblioteca Oscar, 1999)

Sandrone Dazieri è stato assunto per occuparsi del servizio di sicurezza a una festa, apparentemente un lavoro semplice, soldi facili senza fatica. Peccato che nel mezzo del ricevimento la figlia del padrone di casa fugga e venga ritrovata brutalmente uccisa. Mentre le autorità si affrettano a incarcerare un giovane barbone, Sandrone sarà l’unico a cercare la verità in una Milano molto poco ospitale nei confronti di tutti i "diversi".

La cura del Gorilla (Einaudi, Stile libero, 2001)

Il Gorilla è tornato, e sono guai. Nel corpo a corpo con un'ltalia pienamente "globale" e post-tutto, in piena e riconosciuta follia, si fa strada l'ultimo, smagliante tipo di Cavaliere di ventura, con molte macchie e tanta paura. Si ritrova, quasi senza volerlo, per pura cavalleria e pura cocciutaggine, a dare e prendere botte da orbi in una vorticosa girandola di albanesi trucidati, balordi omicidi, fantastici fantaeditori un po' pellari minacciati di morte, maliarde dark ladies dell'Est, post-autonomi torinesi in piena azione e monsignori caritatevoli.


Gorilla Blues (Mondadori, Strade blu, 2002)

Sandrone prende la decisione di partire da Milano, lasciandosi dietro le spalle i lavori pericolosi e mal pagati, i debiti, la casa distrutta, la fidanzata che non vuole più saperne di lui e trascorrerà una sorta di vacanza in una graziosa quanto deprimente località sul Lago Maggiore. Dovrà occuparsi di sorvegliare un misero luna park di provincia, fingendo di tenere alla larga borsaioli e inesistenti molestatori di bambini. Purtroppo per lui e per gli altri, il suo arrivo nel paesino coincide con una serie di avvenimenti non troppo gradevoli...

Il karma del Gorilla (Mondadori, Strade blu, 2005)

Nella sua vita il Gorilla è stato molte cose: militante dei Centri Sociali, buttafuori da locale notturno, cacciatore di maniaci violenti. Anche ora che sbarca il lunario come addetto "free lance" alla sicurezza, non ha rinunciato alle brutte abitudini, e passa il tempo a sbronzarsi e a fare a pugni con focosi supporter della Guerra in Irak. A rendergli le cose più complicate, riappare Sammy, un suo vecchio amico divenuto l'erede di un'immensa fortuna. Minato nel fisico (e forse nella mente) da una malattia terribile, Sammy ha un incarico per lui: rintracciare la sua ex fidanzata, scomparsa molti anni prima, e probabilmente finita nei guai...

Sandrone Dazieri sito ufficiale

La dignidad de los nadies

La dignidad de los nadies
(titolo italiano: La dignità degli ultimi, Argentina-Brasile, 2005)
di Fernando E. Solanas

La dignidad de los nadies01

Rigoroso nella ricerca, approfondito nell’alternare interventi dei protagonisti della resistenza (al potere corrotto, alla polizia mafiosa, a un sistema politico generale) alle immagini di cronaca che li riguardano.
Divisi per capitoli, ognuno dedicato a un tema e a una o piu persone, racconta le miserie di un popolo piegato dalla crisi economica e di un potere politico vessatorio nei confronti delle fasce di popolazione più povere.
Ma il film racconta anche di un popolo combattivo, di un popolo che non molla e che scende in piazza, manda a monte le aste che portano via le terre ai poveri a causa di prestiti a tassi da usura cantando l’inno nazionale (un inno che parla di libertà), che combatte per ottenere il diritto di gestire autonomamente le fabbriche i cui proprietari sono scappati e che organizza mense nei quartieri più poveri dove nelle pentole si riesce a mettere praticamente nulla (ma proprio nulla). E ci riesce.
Il popolo unito non sara mai vinto? In questo caso suona molto
vero.
Bello, fondamentale strumento di comprensione e opera importante.

(Roberto Rippa)
La dignidad de los nadies02

La dignidad de los nadies
(titolo italiano: La dignità degli ultimi, Argentina-Brasile, 2005)
Regia, fotografia e sceneggiatura: Fernando E. Solanas
Musiche: Gerardo Gandini
Montaggio: Juan Carlos Macias, Fernando E. Solanas
120’

Fernando E. Solanas, sito ufficiale

Trigon films 

Massimo Carlotto

Intervista con Massimo Carlotto
di Roberto Rippa e Donato Di Blasi

Massimo Carlotto01

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e risiede attualmente a Cagliari. Nel 1976, giovane universitario e militante di Lotta Continua, scopre casualmente a Padova il cadavere senza vita di Margherita Magello e viene accusato dell’omicidio dalla polizia. Dopo il processo d’appello e prima della sentenza fugge all’estero e si dà alla latitanza, trasferendosi poi in Messico e iscrivendosi all’Università. Nel 1985 viene denunciato e rimpatriato e comincia così la serie di processi, rinvii, errori giudiziari, condanne sino alla grazia che il Presidente della Repubblica gli accorda nel 1993. Da allora Massimo Carlotto torna ad essere libero e diventa scrittore esordendo nel 1995 con il romanzo-reportage Il fuggiasco, ispirato alla sua esperienza processuale e di latitanza e dando il via con La verità dell’Alligatore alla sua fortunata serie di noir con protagonista appunto l’Alligatore.

Per Il Fuggiasco alcuni critici hanno parlato di "autobiografia collettiva". Potremmo, forzando, pensare ad oggi ed ai movimenti, ad una lotta allargata dove il potere, almeno in Europa, non ci costringe a fuggire perché tanto il campo di battaglia non è più strettamente nazionale. Cosa, delle esperienze passate, pensi si debba o si possa riutilizzare?
Nulla. Anche la consapevolezza degli errori è puramente generazionale.
Oggi si tratta di immaginare il futuro e di renderlo saggiamente "eversivo" per incidere su due temi: alimentazione e fonti energetiche.

In Nordest, tracci un ritratto impietoso del nord est e di una genia di industrialotti, avvocati ed accoliti pronti a tutto pur di soddisfare brame di potere e possesso. Come anche, per società malavitose più radicate, Nanni Balestrini in Sandokan e Osvaldo Capraro in Né padri né figli fanno un ritratto reale e al tempo stesso allucinato di due altre regioni d'Italia, sorta di romanzi-documento del costante disfacimento del Paese narrano di una società antropofaga. Dove stiamo andando?
Verso l'irreversibilità della decadenza. Ma purtroppo non è così semplice. La complessità dei rapporti sociale e la velocità di riconversione economica determinata dalla globalizzazione rendono tutto maledettamente complicato nell'individuare soluzioni positive.

Ne Le irregolari racconti del tuo viaggio a Buenos Aires per conoscere Estela Carlotto, una tua parente, passando da Santiago del Cile per rendere omaggio ad un amico morto mettendo la canzone Fango di Ricki Gianco a tutto volume davanti al Palazzo della Moneda. Come vedi la situazione argentina a trent'anni dal golpe (24 marzo 1976) e in generale cosa potremmo mutuare noi europei dalle ultime esperienze argentine e sudamericane?
Il tempo delle dittature militari è finito. Non sono più convenienti per lo sviluppo del neoliberismo. Nonostante gli sforzi il passato è difficilmente punibile e riscrivibile dal punto di vista della verità.
Ormai si è fatto tutto quello che si poteva, il tempo è impietoso. Per noi europei è stata un'occasione mancata per stabilire contatti e costruire percorsi comuni.

In Niente, più niente al mondo, racconti di un disfacimento familiare, i personaggi sembrano non avere più un ruolo, una posizione dentro e fuori il nucleo familiare, siamo di fronte alla flessibilizzazione totale di ognuno, personaggi tutti "senza" qualcosa, lavoro, speranze, amore, desideri se non indotti. Credi siano questi i "modelli" di europeo/a oggi e quali sono le difficoltà nel raccontarli?
La famiglia è diventata il fulcro delle contraddizioni sociali. La fine dello stato sociale ha reso ansiose le persone, privandole della certezza del futuro (pensioni, sanità, etc.) e creando una consapevolezza di un destino esistenziale piuttosto grigio. Ecco perché
ci si ammazza in famiglia (L'Italia detiene il record europeo. Non credo che vi siano particolari difficoltà a raccontare questa situazione, il vero problema è che non lo si fa abbastanza. Continua la tendenza consolatoria nelle varie forme di narrazione.

Alla sceneggiatura di Arrivederci amore, ciao hanno lavorato nomi diversi tra loro come Marco Colli (Giocare d'azzardo di Cinzia Th.Torrini), Franco Ferrini (sceneggiatore, tra gli altri, di molti film di Dario Argento degli ultimi anni) e Heidrun Schleef (sceneggiatrice, tra gli altri, per Nanni Moretti e Mimmo Calopresti).
Hai partecipato attivamente alla stesura? Come si è lavorato sulla sceneggiatura?

Non ho lavorato alla sceneggiatura. So che ci sono state diverse versioni.

Giorgio Pellegrini è il cattivo totale, non ha l'etica morale di Beniamino Rossini, compagno di avventure di Marco Buratti nei romanzi dedicati all'Alligatore, eppure si arriva a parteggiare per lui. Come mai questa scelta?
Parteggiare per Pellegrini è una scelta molto personale. I lettori e oggi gli spettatori sono molto divisi su questo. Certo è che il male ha il suo fascino e Pellegrini è un personaggio affascinante nella sua amoralità.

Hai anche lavorato come sceneggiatore, insieme al regista Andrea Manni, a Il fuggiasco, il film di cui parliamo a fondo pagina che narra delle tue note traversie, uniche in Europa, di persecuzione giudiziaria. Cosa avete deciso di tenere e cosa di accantonare del racconto originale di 17 anni di vita per un film di un'ora e mezza?
Abbiamo scelto di eliminare la dimensione autoironica del libro e di aggiungere altri episodi, per poter raccontare una storia che attraversasse un ambiente e un periodo storico ben definito.

Il giallo offre certezze, la trama so conclude con una condanna o un'assoluzione. Questo accade talvolta anche nel noir ma in questi il tono generale è meno consolatorio, il noir si preoccupa anche di raccontare la società in cui si svolge, offre più spunti di riflessione, sei d'accordo?
Sia il noir che il romanzo poliziesco dovrebbero usare una storia criminale come scusa per raccontare altro e cioè la realtà sociale in cui si svolgono gli avvenimenti. Il romanzo poliziesco dovrebbe terminare la sua esperienza consolatoria aderendo maggiormente alla realtà dei nostri tempi.

Una parte degli autori italiani di noir che riscuotono grande successo da qualche anno a questa parte (a parte te, Evangelisti, Battisti, Dazieri) provengono da esperienze - talvolta anche dure, estreme - legate alla contestazione, all'antagonismo o all'impegno sociali. Secondo te, qual è la ragione di questo successo?
Per molti autori dedicarsi alla letteratura di genere ha significato trovare un modo per continuare in altre forme l'attività politica. Il successo del genere è dato dal suo essere letteratura della realtà e della crisi.

Il cinema giallo in Italia non ha una grande tradizione, malgrado l'ottimo seguito in mezzo mondo, e i celebrati gialli degli anni '70 sono spesso un ricalco di altre opere. E nemmeno il noir, che in Francia (tanto per limitarci all'Europa) ha invece prodotto opere di altissimo valore. Ci sono eccezioni come Petri e il compianto Fernando Di Leo, penso al suo rapporto con i romanzi di Giorgio Scerbanenco. Secondo te, come mai il cinema noir in Italia ha prodotto così pochi, anche se molto buoni, risultati?
Domina la cultura del Mulino Bianco, delle storie melense e consolatorie, tanto amate dai produttori. Ora però le cose stanno cambiando. O almeno speriamo...

Da cosa parti quando inizi a scrivere un nuovo romanzo? quali sono gli spunti che ti convincono a sviluppare un racconto?
Sempre storie vere. Con un senso generale.

Il maestro di nodi è un libro molto duro come l'ambiente che descrive. Da dove nasce questa storia, e come ti sei documentato?
Nasce dall'indicazione di alcuni lettori torinesi a partire dalla scomparsa di alcune donne in Piemonte. Poi "l'indagine" si è sviluppata con un paio di hacker e attraverso falsi annunci su internet e giornali.

I romanzi della serie dell'Alligatore sembrano pronti per il cinema, qualcuno si è mai interessato a questa possibilità?
Sì, ora una casa di produzione inglese ha iniziato un percorso positivo che, spero, porti presto l'Alligatore sugli schermi.

20 febbraio 2006

Intervista pubblicata originariamente nel numero 3 di Cinemino (2006)
Testo © Cinemino, 2006. Tutti i diritti riservati

Massimo Carlotto sito ufficiale

The Giant Buddhas

The Giant Buddhas
di Christian Frei
(sezione Cineasti del presente)

The Giant Buddhas01
(Nelofer Pazira a Kabul - foto © Christian Frei Filmproductions)

Oggi la cronaca è abituata a cannibalizzare le notizie trasformandole in evento per poi abbandonarle nello spazio di poche ore e rimpiazzarle con altre, e così ai documentari (come ai libri) spetta il compito di consegnarle alla storia, approfondendole con la dovuta attenzione. Chi non ricorda l’ondata di indignazione scatenata dai Talebani che in Afghanistan nel marzo 2001 distrussero due statue giganti del Buddha, testimoni da tremila anni dei passati traffici commerciali avvenuti nella zona, che si trovavano sulla strada tra Cina e India? The Giant Buddhas prende le mosse da qui, alternando interventi di un giornalista di Al Jazeera, Taysir Alony, che documentò non visto la distruzione, di un abitante della valle, di una giornalista afgana rifugiatasi in Canada e di un archeologo dell’Università di Strasburgo a lettere scritte da Frei alla giornalista afgana Nelofer Pazira in cui la aggiorna sulle sue ricerche. Da questi incontri nascono diversi punti di vista su questi simboli religiosi e su molti altri, sulle cui tracce il regista si muove, senza pregiudizi, svelandone anche le valenze politiche.

(Roberto Rippa)

The Giant Buddhas
(Svizzera, 2005)
Regia: Christian Frei
Musiche: Philip Glass, Arvo Pärt, Jan Garbarek, Steve Kuhn
Fotografia: Peter Indergand
Montaggio: Christian Frei, Denise Zabalaga
Con la partecipazione di: Nelofer Pazira, Xuanzang, Sayyed Mirza Hussain, Taysir Alony, Zémaryalai Tarzi, Stefan Kurt, Peter Mettler
95’

Sito ufficiale

Predmestje

Predmestje
di Vinko Möderndorfer

Predmestje01

Un gruppo di cinquantenni e oltre, che si ritrovano regolarmente nella sala bowling della cittadina in cui vivono, peraltro senza mai giocare, passano il loro tempo bevendo e parlando di nulla, mostrandoci le loro vite fatte di solitudine e squallore.
All’apparenza innocui, diventeranno pericolosi quando una giovane coppia straniera diventerà dirimpettaia di uno di loro. È proprio il confronto con la giovane coppia, ingenua, cortese e piena di ottimismo che la loro bassezza e il loro vuoto si palesa con decisione ancora maggiore ai nostri occhi. Dal decidere di piazzare una videocamera che riprenda dall’esterno i due giovani mentre sono a letto insieme a un’esplosione di intolleranza e violenza, il passo sarà brevissimo.

Il film ci mostra un luogo squallido e spesso vuoto (che al confronto fa apparire i luoghi mostrati in Hundstage di Ulrich Seidl un posti incantevoli e allegri) in cui un gruppo di amici sta bevendo e parlando. Si tratta del bowling locale, dove il piccolo gruppo si ritrova regolarmente occupando una pista senza mai giocare e parla. Le parole sono tante, i significati pochissimi. Nel rapporto tra loro il cinismo la fa da padrone e nessuno pare interessarsi ai rispettivi drammi individuali tanto
che nessuno pare accorgersi che uno di loro, sposato, osserva con desiderio un giovane che gioca nella pista a fianco, rendendo evidente ai nostri occhi una repressione sessuale che nessuno di loro pare vedere. Il fragile equilibrio delle loro esistenze viene spezzato dal trasferimento di una giovane coppia straniera nel condominio di uno di loro. È proprio in quel momento, nel confronto tra i due giovani e loro, che lo squallore delle loro vite si mostra ai nostri occhi in modo ancora più palese.
All’inizio sono complici solo nell’idea di riprenderli, nascondendo una videocamera in un albero, nei loro momenti di intimità cui assistere insieme in seguito, ma poi la discesa agli inferi delle loro menti si spingerà verso un finale violento e, per loro, risolutivo nel cancellare chi ha mostrato loro il vuoto delle loro esistenze o più semplicemente chi ha davanti una vita che loro hanno già sprecato.

Nato nel 1958, è uno tra i più importanti a prolifici artisti sloveni. Negli ultimi venti anni ha scritto opere teatrali, sceneggiati radiofonici e televisivi. Ha pubblicato una trentina di lavori tra romanzi, saggi e sceneggiature. Predmestje è la sua prima prova cinematografica.

(Roberto Rippa)

"Predmestje" è un film su tutte le periferie del mondo, tratta delle zone più recondite dell’animo umano. Sono convinto che la storia di "Predmestje" possa essere
universale, poiché tratta di un odio irrazionale, quello che ancora brucia e cova in tutta Europa.

(Vinko Möderndorfer)

Predmestje
(Titolo internazionale: Suburbs, Slovenia, 2004)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Vinko Möderndorfer
Musiche originali: Jani Golob
Fotografia: Dusan Joksimovic
Montaggio: Andrija Zafranovic
Interpreti principali: Renato Jencek, Peter Musevski, Jernej Sugman, Silvio Bozic, Tadej Tos, Maja Lesnik
90'

Melancholian 3 huonetta

Melancholian 3 huonetta
di Pirjio Honkasalo

Melancholian 3 huonetta01

Film-documento che mostra la guerra senza regole né pietà in atto in Cecenia. Il film si divide tra tre spazi («le tre stanze della malinconia» del titolo): nell’isola di Kronstadt, di fronte a San Pietroburgo, c’è un’accademia militare (voluta da Putin ma qualcuno se ne sorprende?) per orfani dove viene insegnato l’odio per il nemico ceceno, a Grozny i bambini, randagi come i cani, giocano tra le macerie e nel resto del Paese, intanto, Xhadizhat Gataeva fa da madre a 63 orfani, i cui genitori sono stati uccisi in gran parte dall’esercito russo.
È la storia di Aslan, undicenne abusato dai soldati russi, del ceceno Adam, la cui madre impazzita ha cercato di buttarlo dal nono piano, di Milana, che a dodici anni ha già abortito dopo uno stupro subito dai soldati russi e di tanti altri ancora.
Il racconto di una guerra di cui nessuno può dire di non essere vittima.
Melancholian 3 huonetta ha ottenuto a Venezia lo «Human Rights Film Network Award».

Nata a Helsinki nel 1947, Pirjo Honkasalo si diploma ventunenne alla scuola di cinema. Gira il suo primo documentario, Ikäluokka (1976), a 29 anni. È nota per i suoi documentari rigorosi e premiati (premio AFI della giuria a Los Angeles nonché premio della giuria dei giovani a Locarno per Tulennielijä (1998), premio come migliore documentario per Tanjuska ja seitsemän perkelettä (1993) ai premi Amanda in Norvegia, premio Joris Ivens nel 1996 per Atman).

(Roberto Rippa)

Il mio film e’ un ritratto di quello che noi esseri umani facciamo gli uni agli altri. E nasce dal mio sentimento di vergogna. Lo considero il mio contributo ai negoziati di pace in varie parti del mondo.
Quello che è successo in Ossezia credo sia opera di un terrorismo internazionale che però trova adesioni in una popolazione decisa a combattere fino all’ultima persona per l’indipendenza.
(...) La Cecenia da un lato è diventata un ottimo business per gli ufficiali che trafficano in armi e droga, dall’altro è la guerra privata di Putin, che sa reagire come gli è stato insegnato. Perché un uomo del KGB rimane tale anche se, come diciamo in Finlandia, lo friggete nel burro.

(Pirjio Honkasalo durante la conferenza stampa a Venezia 61, parlando della Strage di Beslan)

Melancholian 3 huonetta
(titolo internazionale: The 3 rooms of Melancholia, Finlandia, 2004)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Pirjio Honkasalo
Musiche originali: Sanna Salmenkallio
Fotografia: Pirjo Honkasalo
Montaggio: Nils Pagh Andersen, Pirjo Honkasalo
106'

Finnish Film Foundation

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