Sergio Minuti

Sergio Minuti
l’Artista del Pianeta Favola


di Mario Verger
Introduzione di Mario Pintus

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Così lo ricordava in un perfetto identikit, il grande Mario Pintus in un libro (1) ormai introvabile: «…il cinema di Sergio Minuti: colorito, armonioso ed ilare, il suo è infatti un mondo che rivaluta la favola e ne rinverdisce gli schemi semplici, spontanei e di sana moralità. Indirizzata volutamente al pubblico dei giovani ed al loro incorrotto universo fantastico, la produzione si appropria di una dimensione dove è bandita ogni problematica ma è ben presente il suggerimento sottile dell’apologo, una traccia univoca dove il suggerimento civico, l’informazione didattica, o la schematizzazione scientifica sono filtrati da un segno pittorico giocato sul colore, l’armonia dei toni e la purezza della forma; in cui l’ottimismo delle creature è specchio di una ingenuità ormai dimenticata.
Il cinema italiano rivive nelle formule semplici e deliziose di questo autore le cose più belle dei nostri migliori realizzatori d’illusioni animate: il grafismo di Domeneghini, il ritmo dei Pagot, il taglio di Gibba e la sintesi di Bozzetto; e ritrova il suo carattere di divertente intermezzo, di mezzo ideale per arrivare con i suoi messaggi pacati ed ottimistici ad una platea disposta a credere che le favole possano ancora esistere. Ma Sergio Minuti, per le sue peculiari doti di artista fantasioso e spontaneo, è soprattutto se stesso; non ha necessità di rifarsi ad alcun modello,, perché la sua vena è schietta, dirompente e originale, e ne sono state ottima testimonianza – per il grande pubblico televisivo – sigle come ‘Il trenino’ e ‘C’era una volta domani’.
Maturando la sua passione di sempre attraverso l’apprendistato alla Fax Film, buon conoscitore dei giovani – ha licenziato numerosi giochi da tavolo e musicali – promotore del primo corso teorico-pratico per giovani animatori, poi docente di tecnica dell’animazione all’Accademia di Belle Arti di Macerata, l’autore nel sovrintendere nell’affiatato staff della URBS Film affina e definisce puntigliosamente la sua impostazione ricca di invenzioni e di uno stile ben preciso e personalissimo. Sarebbe fin troppo scontato accostare frettolosamente le sue creazioni al cinema di Disney, perché i riferimenti a modelli e stereotipi americani mortificherebbero l’una e l’altra scuola. Il marchigiano si esprime attraverso un affollato bestiario antropomorfizzato e gli animali della sua insettopoli; così Cleto Testarossa, il simpatico formichino di serie educative sul volo, il risparmio, l’orientamento e l’automazione, come Leoniglio, il felino in lotta contro l’orco-lupo, sono interpreti di storie dove l’inanellarsi di momenti comici e il divenire cangiante di forme e colori si accompagnano alla dolcezza del tratto, all’invenzione onirica ed all’esplosione decorativa di motivi scenografici; ma non dimentichiamo che l’autore ha anche buone affermazioni nel campo pubblicitario. Con Further and Faster (Più lontano, Più veloce), un lavoro sulle comunicazioni a distanza commissionato dalla SIP, ha vinto infatti il massimo premio nel 1987 al festival delle comunicazioni di Ginevra.
Ancora costrette entro i limiti del super-otto e del 16 mm., conosciute solo nei circuiti scolastici, le sue creature non attendono che il confronto con il pubblico cinematografico, dove il grande schermo può valorizzare le sue caratterizzazioni vivaci, il fluire del movimento, e l’alternanza di colori dalle delicate tinte pastello. L’artista, dove non interviene con soggetti originali, ad esempio le avventure di Little Zan Zan – un Tartan a misura di bambino –, quelle spaziali di Ulisse e Lalla o le altre del topolino Poppy e di Gruet il montacarichi, attinge alla favolistica mondiale rielaborandone i temi e i contenuti morali, come – citiamo a caso – il ‘Pinocchio’ ripreso dall’opera di Collodi e svolto secondo proposte piacevoli e garbate variazioni grafiche.
A confronto di queste opinioni, che intaccano appena il variopinto e floreale mondo di Minuti, interviene l’attento confronto con le sue fantasie animate ad iniziare dalla ‘O’ di Giotto, un programma televisivo sui grandi pittori del passato, una sigla dalla verve gradevole che privilegia la finezza artistica e la fantasia illustrativa, che introduce all’opulenta purezza figurativa di Caravaggio, ed al talento prezioso di Raffaello, attraverso le strutture prospettiche di Leonardo, l’ispirata armonia del Tiepolo o le epiche raffigurazioni di Paolo Uccello, fino al corposo ricamo policromo di Giotto.
A conferma che l’animazione, realizzando il movimento del punto e della linea, può rappresentare un ulteriore e più maturo aspetto dell’espressione pittorica».

Mario Pintus

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Sergio Minuti, l’Artista del Pianeta Favola

Chi non si ricorda della sigla cantata da Christian De Sica de Il trenino, il programma Rai TV per ragazzi progenitore di molti successivi «contenitori» pomeridiani della televisione italiana? Probabilmente molti adulti di oggi rammentano ancora il ritornello: “trenino va… trenino va”, che ebbe un tale successo da entrare perfino ai primi posti in Hit Parade, oltre a conquistare milioni di piccoli telespettatori affascinati dagli splendidi disegni animati di Sergio Minuti, i quali fecero diventare Il trenino anche protagonista di fumetti e giochi.
Era il 1978. L’animazione italiana in crisi dopo la chiusura di Carosello trovava spazi settoriali a causa del disegno “asciutto” in voga negli Anni ’60. Il cartoon tradizionale era considerato fuori moda poiché i bambini, ormai, “non credevano più alle favole”, dovendosi scontrare con la realtà che viveva il nostro Paese: quella degli anni di Piombo, del Terrorismo, del Sequestro Moro.
Minuti fu l’unico che riuscì a riportare in auge lo stile dell’animazione italiana, rendendolo consono nei colori e nelle problematiche alla generazione infantile «Post-Sessantotto». I suoi disegni si basano su figure classiche, ma per quanto «leziose» e «zuccherate» nella confezionatura, senz’altro più geometrizzate e moderne dei clichés italiani di epoca bellica.
Com’è Minuti e il suo mondo animato? Vi intendete di cinema dal vero e non di cartoni animati? Ve lo spiego in un attimo con un paragone: avete presente una torta di panna farcita di cioccolata con tanto di canditi, leccornie e dolci di quelli che piacevano tanto ai bambini di una volta? Ma che nello stesso tempo è didattico e pulitamente spiritoso: questo è il cinema animato di Sergio Minuti.
Sergio Minuti, straordinario autore italiano di Cinema di Animazione, oggi 76 anni. Contrasse il “virus” del disegno animato nel lontano 1937-38 …Era piccolissimo quando tutti si meravigliavano di come sapesse già disegnare in tenera età, certo non pensava minimamente che, dopo aver visto il film Biancaneve e i sette nani di Walt Disney ne potesse rimanere talmente affascinato da sentire l’attrazione per questa disciplina artistica. Purtroppo, da quel momento magico, prima di riaffiorare in lui la necessità assopita di affrontare questo genere, ma che purtroppo, per la mancanza di una guida specifica e documentazione varie, dovette segnare il passo e percorrere la lunga trafila delle esperienze dirette per ciò che concernevano le varie tecniche professionali, con tutte le conseguenze che un autodidatta può incontrare. A 15 -16 anni, ignorando ancora l’uso del triacetato di celluloide, Minuti cominciò ad animare, ripetendo per ogni disegno anche la scenografia sottostante, usando dei «vetrini» per fotografi, con i colori per dipingere l’edilizia della ditta genovese «La Mattolina»; fin quando, con l’avvento del Plexiglass e capendo di essere sulla strada giusta, Minuti andò alla ricerca degli acetati usando perfino uno dei quei parabrezza gialli di triacetato dei motorini dell’epoca. A 17 anni lo trovammo a Milano per un corso di specializzazione per vetrinistica nella società «Upim-Rinascente», rimanendo folgorato dalla forte pubblicità di affiches sui tram di Milano riguardo al film d’animazione La Rosa di Bagdad. Dapprima lavorando come vetrinista decoratore alla Upim di Macerata, dopo aver visto il capolavoro di Anton Gino Domeneghini proiettato allora nei cinema, riuscì ad andare nel 1953 nella Capitale dove ebbe finalmente l’opportunità di far parte di una delle compagnie dell’allora «Fax Film» di Roma, collaborando come aiuto animatore di Niso Ramponi al lungometraggio diretto da Gibba Le avventure di Rompicollo, tanto che questa esperienza influì moltissimo sulle sue cognizioni di produzione future.
Ritornato a Macerata, sua città natale, per conseguire il diploma di Maestro delle Arti, gli venne proposto dal Ministero del Lavoro di organizzare e dirigere il primo corso regionale per cartoonist cinematografici; compito quest’ultimo, rinnovato anche per quelli istituiti nei sei anni successivi. In questo periodo riversò le sue energie su due film sperimentali i quali, visto il limitato apporto finanziario del suddetto Ministero, non riuscì a portare a termine. Naturalmente oltre alla dedizione per la sua “grande passione” Minuti collaborò a numerose manifestazioni in qualità di consulente tecnico-artistico di mostre tra le quali: 1° mostra dei sussidi audiovisivi, (1955); 1° mostra arte giovanile (1956); 2° mostra arte giovanile, (1958); 1° mostra sull’apprendistato, (1959); 3° mostra arte giovanile (1960); 4° mostra arte giovanile, (1962); dal 1962 al 1970 come componente alle giurie: 1°, 2°, 3°, 4°, 5° nella Mostra nazionale fotografica e del passo ridotto.
Oltre alla “tecnica dell’animazione”, senza mai trascurare la stesura di numerosi soggetti per futuri film a disegni animati, Minuti si specializzò anche in quella pubblicitaria, mettendo la sua attività artistica al servizio di industrie di giocattoli da tavolo, musicali, dolciarie, calzaturiere ed altre, ottenendo per queste: una “Menzione all’Oscar dell’Imballaggio”, un 1° Premio Internazionale del giocattolo, ed un Premio dei Ragazzi «Istituzione Mides ».
Nel 1968 Minuti realizzò completamente da solo un film animato della durata di 21’ composto da ben 30.000 fotogrammi, dal titolo Cleto Testarossa ed i tre chicchi di grano.
Pensando alla “Campagna sul Risparmio del 30 ottobre”, l’ingegnoso artista maceratese riuscì, alla Sede di Roma, a presentare l’opera all’Associazione Casse di Risparmio Italiane (ACRI), ciò a promuovere l’acquisto di un certo numero di copie per la distribuzione nazionale con protagonista la simpatica formichina dal viso vispo e simpatico. Personaggio, Cleto, un simpatico formichino appartenente alla razza delle formiche con la testa rossa, in compagnia peraltro di un altro insetto, Cicalone, che lo vedrà ad essere il prototipo di una fortunata serie Rai del decennio dopo, trasmessa e replicata per oltre 15 anni. Alla fine del 1970, dopo la «Minuti Film», gli venne proposta l’organizzazione di un laboratorio per film a disegni animati ed alla sua accettazione, nacque ad Urbisaglia – una frazione del comune di Macerata – la società «URBS Film Produzioni», dando vita alla realizzazione del film-pilota, La storia di un certo burattino (11’).

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Un Pinocchio moderno che vive in un soggetto completamente aggiornato, mantenendo il contesto del burattino in versione giocattolo, secondo i più classici canoni del suo falegname Sergio Minuti. Nel 1971 fu la volta, in collaborazione con la Rai-TV, della deliziosa minifavola di Leoniglio (8’). Leoniglio, perfetto nello stile iconografico e nei colori, ma rispetto ai successivi più semplice nei movimenti, ancora in “rodaggio”, anche se già si notano diverse ed interessanti soluzioni di tecnica di ripresa, accompagnato dalle simpatiche musiche composte dal maestro Elvio Monti.
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Il lavoro alla «URBS Film», proseguiva alla grande, sfornando una marea di disegni animati firmati da Sergio Minuti, aiutato dal capo scompositore Giuseppe Teobaldelli, dall’operatore Sergio Mucciconi (in seguito, giocatore di Baseball della Serie A di Macerata), dalla scenografa Silvana Battistelli che dipingeva i fondini su disegni originali di Minuti, e da altri disegnatori che collaboravano coloristicamente agli acetati. Leoniglio, a metà fra un leone e un coniglio – come Minuti stesso mi spiegò – è un cucciolo di leone allevato da una famiglia di conigli, il quale riscosse immediati riscontri tanto da essere scelto dalla Rai-Sacis come scambio con le televisioni estere. Nel 1973, un “ritorno di fiamma” lo spronò a mettere in cantiere Cleto e il risparmio, Cleto e Cicalone, Cleto e la scatomobile.

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Soggetti molto ben fatti della durata di otto minuti ciascuno, trasmessi con vivo interesse dalla Rai, tanto che le commissioni aumentarono, trovando tecniche più sofisticate per ciò che concerneva l’animazione, come anche maggior finezza nei campi prospettici attraverso l’ausilio della
Multiplane ideata e costruita dallo stesso Minuti, con la capacità di riprendere fondini e animazioni da 70 x 100, e in micromovimenti anche di 1/8 di millimetri. La serie della piccola formica Cleto, col cappello a pon-pon, doppiata alla Tecnosound di Zoen dalla celebre vocetta petulante e saputa di Isa Di Marzio e dal grande Franco Latini (grillo sapiente in Cleto e le ali dell’uomo), si trova suo malgrado a vivere in un universo di insetti alle prese col progresso del quale, con l’ingenuità di un bambino, si rende partecipe, illustrando il pubblico e rivolgendosi direttamente al piccolo spettatore. E così negli Anni ’70 a Macerata vennero prodotte diverse puntate didattico-educative per l’infanzia di Cleto Testarossa, senza mai annoiare il pubblico, anzi rendendolo partecipe attraverso un linguaggio iconografico classico corroborato da problematiche attuali. Dall’anno successivo anche la durata venne ampliata fino a dodici minuti ad episodio e, dalla «URBS Film», uscirono in breve tempo i successivi: Cleto e l’automazione (1974), per il quale, Minuti scelse come modello una planimetria della catena di montaggio Ford ; Cleto e le ali dell’uomo (1974/75); e, il particolarmente riuscito, Cleto e l’orientamento (1975). Dopo un attento esame di valutazione commerciale, Minuti passò ad altri personaggi come: Le disavventure di Lupo Lupone,

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I tre coniglietti temerari, rivisitazione dei Tre Porcellini; il film-pilota di 300 mt. per il lungometraggio Little Zanzan, la furia ritmofascinosa della Giungla (2) (1976/77);

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e nel 1977 con Fiocchetto Rosso (12’),

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una vispa e garbata coniglietta che impersona Cappuccetto Rosso, in un aggiornato e non violento soggetto di fantasia favolistica; i quali ottennero tutti immediato successo presso il pubblico infantile nonché ottimi riscontri nei funzionari Rai dei piani alti di Viale Mazzini. In questo stesso anno, dalla città di Tortona venne assegnato a Sergio Minuti il premio “Leone d’argento per il rodovetro e il disegno animato”. A seguito del quale, presentando una personale al Festival di Tortona, Minuti raccolse l’immediato interesse dell’agenzia americana che ne curava i diritti d’autore, venendo scelto come unico animatore italiano per la realizzazione del film-pilota per la Germania, Bibi e Bibò (10’), nonché di 26 shorts con i personaggi di autori statunitensi (1978); così come pure i simpatici personaggi quali: Poppy, il topolino che insegna l’educazione stradale; e Gruet il montacarichi ribelle.
L’artista ottenne grande popolarità realizzando anche una settantina di magnifiche copertine dipinte a tempera ed aerografo col suo inconfondibile stile per i giochi dell’industriale Mario Clementoni, tratti da trasmissioni televisive quali, Sim Sala Bim col prestigiatore Silvan, Spacca 15 di Pippo Baudo, e Scacco al Re! condotto da Ettore Andenna; come anche gli vennero affidati i personaggi Disney – senza alterare una virgola dei divi d’oltreoceano, perfetti nello stile ma resi personalissimi dal suo inconfondibile tratto accattivante – i quali fecero la fortuna della casa produttrice di giochi di società Clementoni (3).

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Più o meno nello stesso periodo lo stabilimento di sviluppo e stampa Luciano Vittori riproduceva in Super 8 tutte le storie animate di Minuti ottenendo un vero e proprio successo commerciale, con episodi suddivisi in bobine rispettivamente da 15, 60 e 120 mt. cadauno.
Formatosi all’Atelier di Ramponi e Gibba, Minuti apprese dai suoi più anziani colleghi i segreti del disegno animato, applicandoli alle sue straordinarie creazioni. Si potrebbe definire Minuti discepolo diretto di entrambi e prosecutore dello stile più classico di Domeneghini, poiché nel loro stile, stranamente, molto vi è in comune, ma ciò porterebbe ad errori di interpretazione. Al contrario potremo dire che Minuti è stato un eccellente successore di Gibba e Kremos, aggiungendo allo stile tondeggiante del Pioniere di Alassio e alla maestria del “Sovrano delle donnine” del Travaso, un’originale modernizzazione sia nel tratto sia nei colori, senza nulla togliere all’impronta artistica dei suoi predecessori.

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La sua inconfondibile firma a pennello nutrito d’inchiostro, veloce, rapida e scattante, con sottolineatura e taglio della “T” modulati ne è una conferma. Lo stile è quello classico, rivisitato dalla sua personalissima vena pirotecnica. Dal punto di vista stilistico, Minuti rielaborò bambini ed animali delle illustrazioni degli anni ‘40 e ’60: che siano formichine od insetti vivaci e saputi, oppure ragazzini dall’aria petulante, essi sono definiti con segno sicuro e diretto, modulato nelle linee, massiccio nelle forme, e spesso estremamente accattivanti per l’occhio, nonché nella realizzazione iconografica per gusto e colori. Vivacizzati nella volumetria facciale, spesso con l’aggiunta di segni dell’espressione da fumetto ma inerenti alla più professionale logica dell’animazione tradizionale, i personaggi di Minuti hanno spesso occhi grandi ed espressivi, ciglia accentuate in alto, sopracciglia folte e grossi ciuffi che recano abili sfumature tonali ad azione “brillantina”, sapientemente corroborati da effetti ad aerografo e colori tonali, accesi e “televisivi”, e conditi con quella semplicità e humor che fanno tornare in mente il ritmo dei fratelli Pagot, la corposità cromatica di Anton Gino Domeneghini, la geometrizzazione ed il taglio d’attualità di Gibba, e l’abilità tecnica di Niso Ramponi.

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«I personaggi di Minuti sono sempre improntati, sin dall’ideazione, verso un possibile merchandising. L’artista maceratese tentò un operazione non indifferente di cui si videro ben presto i frutti. Le sue creazioni sono create anche in funzione di ciò che potrebbero diventare: giocattoli riprodotti in serie, giochi da tavolo, fumetti, gadget, ecc., portando a livello industriale ciò che di fatto è realizzato artigianalmente. Ciuffi-Ciù il Trenino, Leoniglio, Zanzan, Fiocchetto Rosso, Cleto Testarossa, sono tutti piccoli personaggi non umani, petulanti e impertinenti, che si trovano a vivere in un enorme universo fiabesco che si svolge, in proporzioni ridotte, attraverso i principali diritti-doveri della società umana. Ma le creature di Minuti, pur vivendo in una società sovrastata dalla meccanizzazione e dal consumismo, non sono annientate dall’omologazione di massa ma emergono proprio perché, rispettose delle regole, costruiscono il progresso tecnologico attraverso la laboriosità di ciascuno» (4).
A quel punto, tanti furono i successi raccolti dai disegni animati di Sergio Minuti trasmessi nella TV dei ragazzi, che i dirigenti Rai decisero di affidargli la sigla animata per il nuovo programma per bambini della stagione televisiva del 1978, che sostituiva il precedente Giocagiò, quest’ultimo intitolato Il trenino (1’30’’), rimasta in onda per ben tre anni. Il successo del cartoon abbinato alla musica è immediato: la canzoncina cantata dal giovane figlio di Vittorio De Sica balza in vetta alle classifiche; la si canta tra i banchi di scuola, in ufficio, sull’autobus, ovunque. I bambini rimasero estasiati da quella sigla d’introduzione al programma che vedeva, in un universo fiabesco di giocattoli, “animarsi” la pennellessa Mago Barbone ed il simpatico e antropomorfo Trenino di legno Ciuffi-Ciù (vedi anche l’ideazione del cartoon post bellico Hello Jeep!, non a caso firmato dal suo capo animatore Niso Ramponi assieme ad un giovane Federico Fellini…), il quale, muovendosi, esce dalla stanza per volare in una notte stellata accesa da colori brillanti, piena di astri luminosi, fin quando il piccolo Trenino incontra una dolce e garbata Monna Luna – illuminata con sapienti e dosati effetti ad aerografo, tecnica mai adoprata in Italia – mentre, allietata dal finale delle note della canzone, le passa allegramente attorno. Il successo del programma fu totalmente identificato nella splendida sigla di Minuti che attraeva milioni di bimbi, tanto che dopo poco in edicola uscì per 22 numeri «Il trenino», settimanale incentrato principalmente sulle due creazioni, con tanto di copertina, con scritta e personaggio, di Sergio Minuti: in prima pagina un intero montaggio del maestro marchigiano con tutto il suo universo antropomorfo di piccoli personaggi per l’infanzia comparsi una tantum nelle reti Rai, i quali si trovavano finalmente assieme con storie a fumetti e collocazione editoriale. I negozi di giochi invece, oltre alle invasioni dei primi robot nipponici, esponevano nelle vetrine natalizie anche personaggi e gadget minutiani, venduti persino nelle cartolerie.
Minuti proseguì con altre sigle Rai quali, La O di Giotto (1’30’’) come anche la sigla televisiva cantata dalla nota «Signorina Buonasera» Maria Giovanna Elmi, per il programma C’era una volta… domani (1’30’’), per diverso tempo anch’essa in Hit Parade. Del 1979 è la sigla di coda composta da Franco Migliacci, Luigi Peguri ed Enrico Zannelli, intitolata Fan Bernardo (1’30’’) –

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una versione spaziale più moderna e dai colori “televisivi” rispetto al precedente Trenino – riproposta nel disco omonimo assieme a quella di Minutino, la simpatica clessidra dei minuti, “autografa” e antropomorfa, montata anche come presentazione d’apertura della «URBS Film» dei suoi precedenti cartoons.
Minutino, in realtà, venne ideato dallo stesso Minuti come «mascotte» ancor prima della «URBS Film», quando ancora il suo Studio si chiamava «Minuti Film». Come licenziò in seguito la sigla della nuova edizione de Il trenino del 1980, Paletta palletta (1’30’’), cantata da Mita Medici; nonché quella per la promozione del concorso nazionale per la “ricerca di nuovi talenti”, indetto dalla “RCA – discografica”, con il personaggio Camaleo (1’30’’); ed infine il film-pilota Nuvolino (10’)
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doppiato in francese. Sempre nel 1980, per necessità di produzione, Sergio Minuti “compose” un film (5) cinematografico in 35 mm, utilizzando gran parte delle sequenze dell’ormai celebre sigla (6) de Il trenino come personaggio conduttore di una serie di favole già realizzate come Fiocchetto Rosso e I tre coniglietti temerari,

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integrate da altre nuove quali, Conni Scout (10’), Il Soldatino di piombo (12’) e Pennelli, colori e magie (10’).

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Il titolo dell’originalissimo e splendido lungometraggio fu Il Trenino del pianeta favola (7), utilizzando e rimontando i diversi filmati, “gonfiati” dal 16 mm in 35 mm con un unico rullo di pellicola internegativo, in modo che al cinema i bambini potessero apprezzare nuovamente e in grande i beniamini del magico universo minutiano in un unico lungometraggio in animazione (8).
Del 1981 è il film-pilota Iliade (11’), mentre si dedicò, negli anni successivi, alla realizzazione di shorts pubblicitari per un totale di 20’; alla preparazione del film-pilota, Momi e il safari; alla stesura di altri soggetti, sceneggiature e studi di nuovi personaggi. Ultimo lavoro di animazione fu il progetto e la realizzazione del film Further and Faster (più lontano e più veloce – 24’) per conto della Sip che lo presentò al Festival della telecomunicazione e dei film elettronici a Ginevra, ottenendo il Primo Premio «Antenne d’Or 1987».
«La popolarità di Minuti raggiunse livelli notevoli presso il pubblico infantile e con sempre maggior frequenza avvennero i contatti fra la «URBS Film» di Macerata e la Rai di Roma. Eppure, pur facendo le ore in autostrada per mostrare ai committenti le sue fatiche coronate sempre più da successi, tutt’un tratto Minuti trovò di fronte ad un bivio: i dirigenti Rai avevano da poco ‘scoperto’ nel fenomeno nipponico la gallina dalle uova d’oro che avrebbe di lì a poco inondato la televisione, facendo venire a cessare la tradizione italiana iniziata con Domeneghini, Gibba e i Pagot, la quale aveva visto Sergio Minuti come unico loro successore nel mondo dell’animazione italiana che aveva perso ormai ogni valore artistico» (9).
E ora, fra Gibba e Minuti, “incrociamone” i ricordi: alla Tecnosound di Zoen, Minuti venne a sapere che Gibba, dopo aver visto le sigle in TV, si era incuriosito di dove fosse “uscito” questo cartoonist, senz’altro di preparazione e talento non comuni. Gli fu presentato proprio durante il doppiaggio in 35 mm dei Cleto Testarossa, quando Minuti, ora diventato famoso, raccontò al più anziano Maestro Gibba di essersi formato un quarto di secolo addietro proprio allo studio della «Fax Film» animando i disegni del suo lungometraggio Rompicollo, in qualità di assistente del capo animatore Niso Ramponi. Gibba, che inizialmente non lo ricordava, rimase stupefatto per come uno dei “suoi” animatori avesse fatto da allora tanta strada. Il più giovane Minuti fu veramente contento di ciò dal momento che per lui, allora giovanissimo, Gibba era stato veramente un “mito”: per stima, all’epoca «Fax Film» non si era mai esposto a prender confidenza, ma finalmente poté, un quarto di secolo dopo, raccontargli diversi appassionati aneddoti come quando, «Gibba, ogni mattina apriva la porta dove lavoravamo noi e Kremos e, anziché pretendere il buongiorno, pieno di espressioni simpatiche esigeva che tutti gli facessimo una pernacchia in segno di irriverenza. Nonostante la sua notorietà era sempre stato modesto e solare. Tutti noi, giovani animatori della «Fax Film» lo stimavamo enormemente: “Gibba! Gibba! Gibba!”, il suo Nome per noi era quello di un grande artista».
Il grande Gibba, ammirando enormemente le qualità di quel misterioso e straordinario artista dei cartoon Rai degli Anni ’70, ora scoperto suo vecchio collaboratore, non tardò a dedicargli un lungo elogio nonché la prima pagina di una rivista di cinema, «Ho dovuto cercare nei ritagli di Unicinema per ricordare che, più di trent’anni fa, Sergio Minuti era già un autore di primo piano nel campo del Cinema di Animazione, il quale, con i suoi personaggi delicati e giocondi, ci portava in un mondo di fiaba casalingo e felice. Allora fu stupidamente incompreso da coloro i quali poco dopo si arresero – furbescamente – al mercato giapponese. Comunque, plauso totale a Minuti! Un artista che, al di là del provato talento, è persona di grande affabilità. Ricordo solo vagamente di averlo avuto collaboratore nel 1953 durante la lavorazione di Rompicollo; lo ricordo invece, gentilissimo, quando fui ospite assieme a mia moglie Elena e a mia figlia Francesca nella sua casa di Macerata e poi nel suo ben attrezzato studio di Urbisaglia. Aveva una bella équipe di collaboratori giovani ed entusiasti facendo valere la sua grande professionalità. Lui bravissimo…»
Dal 1972, inoltre, è da ricordare che Sergio Minuti fu titolare della cattedra di Tecniche dell’Animazione all’Accademia di Belle Arti di Macerata.
Minuti, con 270 vignette giganti tutte a matite a colori, realizzò il colossale story-board per una futura serie concernente (La Genesi – L’origine dell’universo) La Genesi – L’origine dell’universo. In seguito, egli lavorò sullo studio dei personaggi per un telefilm in animazione avente come titolo, Gesù bambino, il dono più grande, e sul personaggio dei fumetti, la formica Tim Jeans. Come anche lo studio allo stato embrionale per una serie didattica sulla formichina de I Fioretti di S. Francesco. O anche sulle musiche di Vivaldi con una campionatura di simpatiche note musicali animate.
Durante questi anni, Minuti ha sviluppato l’idea di preparare il monumentale libro intitolato «Tecnica dell’Animazione Tradizionale» (10), contenente tutte le informazioni utili per le persone che ameranno perseverare in questa specializzazione artistica, dalla realizzazione dell’opera grafica fino a quella cinematografica.

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Nell’estate del 1997 dopo moltissimi anni, accompagnato dalla mia ragazza di allora, Chanda – presentatami l’anno prima da suo zio, S.E. Mons. Milingo, per la traduzione in italiano delle sue canzoni in lingua Ngoni per il mediometraggio a videoclip animato che stavo realizzando per lui, tornando, però, la volta successiva dall’Arcivescovo assieme a lei in veste di “fidanzato” – decisi di finalmente di andare a incontrare di persona Sergio Minuti, il quale non avevo conosciuto se non telefonicamente qualche tempo prima e che ebbe tanta importanza nella formazione artistica della mia infanzia. Partimmo in auto dopo che l’artista maceratese mi spiegò il lungo percorso a tappe da svolgere: oltre 230 Km da percorrere in auto.
Dapprima l’autostrada, poi il lungo tragitto della Spoleto – Foligno e, dopo i primi 100 Km, arrivati a Col Fiorito, la strada per arrivare dal grande creatore de Il trenino era appena iniziata! Circa 90 Km da percorrere in una strada in salita piena di curve continue, incrociando contrade, edicole votive e allegri paeselli alberati: mi sembrava da un lato di viaggiare all’interno di quel fantastico mondo di favola a bordo del Trenino Ciuffi-Ciù, mentre pensavo al Minuti di un quarto di secolo prima che faceva periodicamente avanti e dietro per questo arzigogolato e trasognato tragitto tra Macerata e Roma, per realizzare il “sogno” dei suoi straordinari cartoni animati per la Rai-TV. Dopo circa i 90 KM di Col Fiorito, v’erano ulteriori 16 Km fra Tolentino e Macerata in autostrada; tragitto quest’ultimo più lineare, se non ci si fosse messa d’improvviso la pioggia che investiva pesantemente il tergicristalli dell’auto. Dopo il lunghissimo quanto emozionante viaggio, finalmente arrivammo a Macerata, al civico 9 di Via Pirandello. Arrivati con un ritardo di oltre quattro ore, in un palazzone abitava l’artista maceratese: l’emozione d’avere davanti, vedendone finalmente l’aspetto, quello straordinario artista che rese tanto appariscenti i miei “sogni” di bambino era enorme. Minuti ci aprì e sembrava mi conoscesse da sempre! Egli era veramente molto conforme ai suoi personaggi: indossava camicia e gilet, piuttosto arrotondato e armonico in tutto il suo aspetto, affabile e cordiale.
Minuti chiese subito a Chanda e a me, essendo arrivati ormai per la merenda, se gradissimo mangiare un gelato. Altra particolarità perfettamente idonea al suo inconfondibile stile. Allorquando aprì dietro noi una grande parete scorrevole stile Anni ’70, da lui stessa decorata con colori tonali e di fantasia, il suo universo ingegnoso di artista, anche per l’arredamento della casa si rivelò tale: si presentò la moglie, una signora simpatica e gentile a porgerci due bei “cremini”: uno al cacao e l’altro al latte, della miglior qualità. Dopo avergli mostrato il mio Book di articoli dei giornali, gli feci visionare alcune celluloidi del cartone animato su Milingo che stavo ultimando, raccontando della simpatia dell’arcivescovo zambiano di cui Minuti aveva molto sentito parlare, mostrandogli parte della copia di lavorazione che avevo portato con me. Dapprima incoraggiandomi con Milingo, ma soprattutto anni dopo, quando Minuti vide sul Tg1 il cartoon su Papa Wojtyla, mi telefonò facendomi seriamente i complimenti per aver portato le mie doti a maturazione. Chiedendogli di farmi rivedere i suoi straordinari cartoni animati visto che la Rai non li trasmetteva ormai da anni, inserì nel videoregistratore l’unica copia del suo lungometraggio Il Trenino del pianeta favola, rivivendo dopo moltissimi anni le animazioni della celebre sigla di Rai Uno, stavolta rimontata e conduttrice di diversi cartoon alcuni dei quali da me finalmente visti in quell’occasione per la prima volta. Dal momento che entro breve dovevo dare la Tesi, Minuti, Professore all’Accademia di Macerata di “Tecniche dell’Animazione”, ne prese orgogliosamente una di una sua allieva per mostrarmela, la quale aveva fra l’altro fatto un ottimo lavoro di impaginazione con le immagini del Dinosauro di Windsor Mc Kay; Minuti mi consigliò di dare anche una certa importanza non solo al contenuto ma anche alla presentazione di ciò che realizzavo, non certo per conformismo, in quanto, una gradevole confezionatura arricchiva l’occhio e il gusto della professionalità di un prodotto rendendolo commerciale, un po’ come le sue splendide copertine per la Clementoni le quali fecero sì di far moltiplicare le vendite dei giocattoli.
L’artista maceratese mi mostrò dapprima diverse locandine e celluloidi originali di Leoniglio e Fiocchetto Rosso, dicendomi però che col cartone animato aveva “chiuso” da anni; mentre da altrettanti anni ormai si dedicava al fumetto. Tutte le mattine, dalle 8 alle 14 disegnava pagine e pagine di fumetto, decine di migliaia in tutto: al quel punto, egli prese una monumentale risma di cartoncini A3, su cui il grande Minuti aveva realizzato uno straordinario e unico volume illustrato sulla «Tecnica dell’Animazione Tradizionale», scritto a “mano” e “corredato” dai suoi inconfondibili ed eccezionali personaggi, i quali “illustravano” al lettore le diverse applicazioni; dal capitolo dei pennini resi antropomorfi fino allo studio con tutte le tecniche di realizzazione della Multiplane Camera: un vero “tesoro” di segreti e conoscenze che solo un Maestro del secolo scorso della Cinematografia a Passo Uno può conoscere!
E poi, ci mostrò l’opera monumentale della Genesi della Bibbia, con un minutiano Dio barbuto; come anche gli episodi dei Fioretti di S. Francesco ambientato in un universo di insetti.
Finalmente, verso il tardo pomeriggio, arrivò anche lo straordinario Prof. Giorgio Cegna – una personalità solare quanto unica – venuto da 60 KM di distanza per l’occasione a salutarmi assieme a Minuti. Cegna, che era il mio Professore all’Accademia, col quale entro pochi mesi avrei dato la Tesi, era stato per molti anni il Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, conoscendo molto bene Minuti il quale incoraggiò inizialmente a formare il suo originale e personalissimo corso di animazione; tanto che spesso, da studente, mi raccontava in merito gli aneddoti sul principio della Verticale messa a punto dallo stesso Minuti per ottenere i micromovimenti di macchina nonché delle sue migliaia di formichine animate su enormi celluloidi realizzate e dipinte a mano una ad una.
Cegna era un personaggio davvero unico: il suo modo di affascinare gli altri era sempre simpatico e solare, prendeva la vita con molto divertimento e allegria, ed era sempre di buon umore: un vero Artista!
Verso la sera, dopo che Cegna si congedò da noi, rincasò una delle due figlie, Simonetta, che ci venne presentata, la quale aveva da poco terminato l’Accademia di Belle Arti a Macerata. Minuti era molto orgoglioso di sua figlia, raccontandoci che, alternando il ruolo di scenografa delle Stagioni liriche con quello di ballerina per la principale società di produzione di spettacoli in Italia, la Compagnia della Rancia, ella aveva già partecipato a musical quali “West Side Story”, “Le Notti di Cabiria” e si preparava a debuttare ora in “Grease”; chiedendole di mostrarci un depliant dove il suo nome era presente nel “cast” del musical nel quale avrebbe debuttato entro poco tempo proprio a Roma assieme a Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia, Simonetta Minuti si mostrò entusiasta regalandoci diversi manifesti di “Grease”, i quali, di lì a poco, avrebbero invaso strade e cartelloni pubblicitari della Capitale. Anch’io entusiasta, parlai del loro capofamiglia come un disegnatore dalle qualità eccezionali mai viste, mentre la moglie e la figlia compresero immediatamente come la personalità artistica di Sergio Minuti si riflettesse appieno in tutto il loro mondo famigliare.
Ringraziando l’intera famiglia Minuti di questa innata accoglienza e ospitalità, solare e da “favola”, Chanda ed io ci congedammo.
Uscimmo contenti ed entusiasti, tanto che a Chanda Minuti rimase molto in simpatia. Intenzionato con l’entusiasmo raccolto a tornare a Roma la notte stessa, arrivammo verso le 23 a Col Fiorito, ma tanto era la stanchezza che decidemmo di pernottare in un grazioso albergo, per coincidenza proprio in “Stile Minuti”. Durante la cena, parlammo di quanto era stato gentile con noi Sergio Minuti, finita la quale andammo in camera: in quell’occasione, però, Chanda un po’ si arrabbiò con me poiché le parlavo soltanto del fantastico pomeriggio trascorso anziché… desiderare lei, in quanto, quella notte, non potevo che pensare al mio universo di quand’ero bambino nel “Pianeta Favola” del grande artista Sergio Minuti.

Sergio Minuti19

Mario Verger


Note:

(1)
Mario Pintus - Francesco Guido, Il cinema disegnato, Stampacolor, Sassari, 1992

(2)
Little Zanzan, la furia ritmofascinosa della Giungla – Synopsis del Depliant «URBS Film»: «L’abitazione di ZAN ZAN è una capanna-mansarda che svetta sulla sommità di un maestoso albero da cui domina e controlla, in compagnia di KIKO, un piccolo gorilla cresciuto insieme a lui, la insidiosa vita quotidiana che si svolge sull’ISOLA INVISIBILE, popolata da ogni sorta di simpatici e meno simpatici animali da due Tribù: i “PAPPAGU”, parassiti e indolenti, indigeni che si distinguono per il colore della loro pelle dai “LABURU” l’altra Tribù pacifica ed operosa, non che da casuali visitatori come GIN GIN e suo nonno HAROLD, sempre alla ricerca di una rarissima farfalla e due LESTOFANTI quali il “SORCIO” (Little Mouse) e Testone (Big Herd), uniti nella ricerca affannosa di un tesoro nascosto indicato da una mappa trafugata ad un esploratore.
Le vicende spassose ed emozionanti che si susseguono saranno sempre sotto il controllo vigile, ma spesso faticoso, di Zan Zan che con astuzia ed abilità riesce a far rispettare le sue leggi e a mantenere così l’equilibrio tra gli abitanti dell’Isola Invisibile».

(3)
Fra i giochi Clementoni, ne ricordiamo alcuni: Sapientino; Silvan; Spacca 15; Scacco
al Re!; Il Gioco dell’Oca; Sapient Robbie; Oplà; Il Gioco del Risparmio; Hit Parade; Tombola della canzone, La Vispa Teresa; Lem Explorer; Battaglia Navale Elettronica; Goal; Attacco!; Basket; Concilia?; A che gioco giochiamo?; La Battaglia dei Giganti; e molti altri. Con i personaggi Disney: Colpo grosso a Topolinia; Paperopoli; Pippo Olimpionico; Mondo Papero; Caccia al petrolio; Se lo sai rispondi; Pippo e la pesca magnetica; e, in base all’uscita del film al cinema il particolarmente riuscito Robin Hood, con tanto di lettera di congratulazioni dalla Disney Production Italiana Del Direttore Generale, sig. Gamba. E’ da notare che tutti i giochi recano in un lato della copertina la sigla Minuti, eccetto altri firmati come “Walt Disney Production”, rifatta dallo stesso artista maceratese conforme all’originale. Da Minuti sappiamo che egli stesso ideava i giochi illustrandoli e sottoponendoli direttamente a Mario Clementoni; essi venivano realizzati al doppio delle dimensioni di stampa, dipinti a tempera con effetti ad aerografo, spesso disegnati sulla vasta gamma ci cartoncini colorati come “base”, acquistata nella Cartoleria «Del Marro» a Roma.

(4)
M. Verger: Le anime disegnate di Sergio Minuti, in "Note di Tecnica. Cinematografica" – Anica, n. 3/1999, pp. 17-18

(5)
Il Trenino del pianeta favola - naz.: Italia - regía: Sergio Minuti - v.c. n. 75417 del 11.07.80 - m. 2430 - ppp: 26/07/80 - c. pr.: Urbs-Film Realizzazioni Cinetelevisive ed Affini, Urbisaglia (MC) – Ministero dello Spettacolo, archivio Anica 1980

(6)
La sigla del film Il Trenino del pianeta favola, per quanto abbia parte delle sequenze della sigla de Il trenino, non ha per musica la canzone cantata da Christian De Sica, bensì quella di Minutino, Il Mago, la Fata e la Zucca bacata (Mauro Goldsand, Patrizia Tapparelli e Antonello Baranta) con i Mini Mini - RCA 1979 – Musica: Gino Peguri - Testo: Franco Migliacci

(7)
Il Trenino del pianeta favola uscì in VHS edito dalla “Skorpion Junior” col titolo Il Trenino delle favole

(8)
Il Trenino del pianeta favola – Synopsis del Depliant «URBS Film»: «MAGO BARBONE, chiamato in aiuto da fantastici personaggi usciti dal regno degli strumenti di lavoro di un soggettista-animatore, momentaneamente a corto di idee, da vita a Ciuffi-Ciù, un fantastico TRENINO che viaggia nello spazio sconfinato della fantasia.
Nel suo fantastico viaggio Ciuffi-Ciù, si addentra nel “PIANETA-LIBRO” delle favole e vive le disavventure di LUPO LUPONE e le avventure dei personaggi che lo sfortunato Lupo incontra nel suo cammino. La sua affannosa ricerca di un cibo alternativo alla quotidiana “zuppa di verdure” lo porta ad avere sempre la peggio con LEONIGLIO, un simpatico cucciolo di Leone, rimasto orfano ed allevato nella famiglia di MAMMA CONIGLIA; con FIOCCHETTO ROSSO, una ingenua coniglietta che si rivela invece quanto mai furba; con due CONIGLIETTI salvati in extremis dal più giudizioso terzo fratello; con l’astuta CONNI, una scout di provata fede ecologica e perfino con MATTEO, il piccolo scoiattolo che si prende addirittura gioco di lui.
Stanco del suo vagabondare in quel mondo di favola, Ciuffi-Ciù, rientra soddisfatto nel suo box e Mago Barbone, grazie all’aiuto di colori, pennelli e matite, è riuscito così a salvare il momento di scarsa fantasia del giovane soggettista-animatore».

(9)
Ibidem, p. 18

(10)
Libro indicato nell’abbreviazione «TA» con un logo costituito da entrambe le due lettere congiunte

Sergio Minuti26

Sergio Minuti27

Clerks: Uncensored

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Alla fine degli anni '90 The Simpsons è un successo che dura da dieci anni e così altre serie come Futurama, e King of the Hill. La Disney, attraverso la sua Touchstone e la rete ABC, tenta quindi di inserirsi nella scia commissionando a Kevin Smith una serie animata tratta dal suo Clerks.
L'entusiasmo dura pochissimo: il debutto del gioco a quiz Who Wants to be a Millionaire? (il nostro Chi vuol essere milionario?) debutta con enorme successo, cosa che fa decidere alla Disney di puntare sui giochi trascurando i progetti già avviati.
è in questo contesto che Clerks: The Animated Series fa la sua comparsa sul piccolo schermo, senza alcuna pubblicità né sostegno da parte della rete o della produzione. In onda senza alcuna pubblicità, la serie viene cancellata dopo appena due episodi.
Fortunatamente l'intera serie realizzata (6 episodi) è disponibile in DVD permettendoci di seguire le versioni animate di Dante e Randal nelle loro quotidianità fatte di splendori (pochi) e miserie (soprattutto).
Se amate i Simpson e/o l'umorismo di Kevin Smith, la visione della serie animata costituisce un obbligo.

Clerks Animated01

Il doppio DVD pubblicato da Touchstone è ricco di contenuti extra e costituisce purtroppo l'unica occasione di vedere una serie brillante, cancellata unicamente per mancanza di convinzione da parte dei produttori.

(Roberto Rippa)

Clerks (Clerks - The Animated Series, USA, 2000)
Regia: Chris Bailey, Nicholas Filippi, Steve Loter
Autori: David Mandel, Paul Dini, Kevin Smith, Brian Kelley, Scott Mosier
Musiche: James L. Venable
Direzione artistica: Alan Bodner
Voci: Jeff Anderson, Brian O'Halloran, Alec Baldwin, Charles Barkley, Jason Mewes, Tara Strong, Dan Etheridge, Kevin Smith, Kevin Michael Richardson, Jeff Bennett, Bryan Cranston, Diana Devlin, Michael McKean, Walter Flanagan, Bryan Johnson, Kerri Kenney, Brian Posehn
6 episodi da 22'

Clerks Animated DVD

DVD
Titolo: Clerks: Uncensored
Etichetta: Buena Vista
Origine: USA
Regione: 1
Formato video: 1.33:1
Formato audio: Dolby Digital
Lingue: inglese, inglese
Sottotitoli: -
(non escludibili dalla versione inglese)
Extra: Introductions To Each Episode by Jay and Silent Bob / Animatics / Audio Commentary with Executive Producers Kevin Smith, Scott Mosier and Dave Mandel, Supervising Director Chris Bailey, and Actors Brian O'Halloran, Jeff Anderson and Jason Mewes / Character Development Featurette / The Clerks Style / Featurette / Super Bowl TV Spot / Film Festival Trailer
DVD-ROM: Script/Storyboard Synchronized Viewer / Character Profiles / Weblink to DVD Destination Site

I Pardi verso l'Oscar

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Il Festival internazionale del film di Locarno è felice di annunciare il grande successo di 5 film della selezione 2006 che sono stati nominati oggi per la corsa agli Oscar. Il Premio del pubblico UBS Das Leben der Anderen (Germania) di Florian Henckel von Donnersmarck, proiettato in Piazza Grande, così come Indigènes di Rachid Buchareb (Algeria) sono stati nominati per la categoria miglior film straniero. Inoltre un altro film in prima europea passato in Piazza, la commedia Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris (USA) ha ricevuto ben 4 nomination (miglior film, miglior attore non protagonista, migliore attrice non protagonista e miglior sceneggiatura originale). Da segnalare anche il vincitore del pardino d'argento West Bank Story (USA) di Ari Sandel, nominato come miglior cortometraggio e il film in concorso internazionale Half Nelson (USA) di Ryan Fleck che ha ricevuto una nomination per il miglior attore protagonista.

An Inconvenient Truth

An Inconvenient Truth
(titolo italiano: Una scomoda verità, USA, 2006)
di Davis Guggenheim

An Inconvenient Truth01

L’umanità è seduta su una bomba a orologeria. Se la maggior parte degli scienziati del mondo ha ragione, ci restano dieci anni per evitare una catastrofe che potrebbe innescare una spirale distruttiva nell’intero sistema climatico del pianeta, con condizioni meteorologiche estreme, alluvioni, siccità, epidemie e ondate di caldo letali mai registrate prima: e saremo noi la causa della catastrofe.

Dal regista Davis Guggenheim, reduce dal successo ottenuto al Sundance Film Festival, An Inconvenient Truth (in italiano Una scomoda verità) ritratto appassionato di un uomo e del suo impegno contro i falsi miti e i fraintendimenti che accompagnano il problema del surriscaldamento globale. Il protagonista è niente meno che il vice presidente Al Gore il quale, in seguito alla sconfitta subita alle elezioni del 2000, ha deciso di dedicarsi alla salvaguardia del pianeta. In questo illuminante e intenso ritratto, Gore e il suo “spettacolo itinerante sul surriscaldamento globale” divertono, coinvolgono e stimolano lo spettatore comune a riflettere sulla cosiddetta “emergenza planetaria” prima che sia troppo tardi.
Nel 2005, in America si sono registrate le più disastrose calamità naturali della storia. Sembra evidente che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno e Gore non usa mezzi termini per spiegare la preoccupante situazione. La sua storia personale si alterna ai dati e alle previsioni future: lo studente universitario idealista che temeva una preoccupante crisi ambientale è diventato un giovane senatore alle prese con una dolorosa tragedia familiare che ha mutato la sua visione delle cose. Infine, l’uomo che è stato a un passo dal diventare presidente ha deciso di tornare a occuparsi della causa a cui ha dedicato una vita: con la convinzione che ci sia ancora tempo per porre rimedio.
Intelligente, stimolante e ricco di speranza, An Inconvenient Truth dà voce alle persuasive argomentazioni di Al Gore: non possiamo più permetterci di ritenere il surriscaldamento globale un semplice problema politico. Piuttosto, si tratta della sfida morale di maggiore portata con cui la nostra civiltà globale dovrà fare i conti.
Paramount Classics e Participant Productions presentano un film diretto da Davis Guggenheim, An Inconvenient Truth. Interpretato da Al Gore, il film è prodotto da Laurie David, Lawrence Bender e Scott Z. Burns. Jeff Skoll, Davis Guggenheim, Diane Weyermann, Ricky Strauss e Jeff Ivers curano la produzione esecutiva mentre Lesley Chilcott è co-produttrice.

Il coinvolgimento di Al Gore

Per anni è stato per tutti il “futuro presidente degli Stati Uniti”; poi, in seguito alla controversa e, sul piano personale, devastante sconfitta alle elezioni del 2000, Al Gore ha fatto una scelta che ha sorpreso tutti. Si è messo in viaggio, non in cerca di esilio, ma come showman itinerante.
Il suo “spettacolo” è una presentazione imparziale e multimediale, condita da un’originale miscela di umorismo, cartoon e convincenti dati scientifici, sugli effetti che il surriscaldamento globale sta provocando nel nostro pianeta. Ma è anche una coinvolgente, stimolante “chiamata alle armi” che rivela l’opportunità irripetibile che la nazione si trova a dovere e a poter affrontare. Senza troppo clamore, Gore ha portato il suo show in oltre 1.000 località riempiendo puntualmente gli auditorium delle scuole e le sale conferenze degli alberghi di città grandi e piccole nella speranza di esortare la gente comune a fare qualcosa di importante per iniziare a ribaltare le sorti di quella che potrebbe rivelarsi la peggior catastrofe della storia umana.
Tra i tanti spettatori, due sono rimasti particolarmente colpiti dalle parole di Gore: l’attivista e ambientalista di punta Laurie David e il produttore cinematografico Lawrence Bender. David ha introdotto due esibizioni di Gore che hanno fatto registrare il tutto esaurito a New York e a Los Angeles. “Lo vedevo come il Paul Revere dei nostri tempi”, sostiene David, “in viaggio per il paese per esortare i cittadini a non ignorare questo appello vitale”.
David si rende conto che il messaggio di Gore non è di poco conto. “Avendo studiato il problema per quasi 40 anni, nessuno lo conosce meglio di lui e nessuno è in grado di spiegarne meglio le implicazioni”, osserva David. “Ma se anche viaggiasse per 365 giorni l’anno, Gore riuscirebbe a portare il suo messaggio soltanto a una minima parte di cittadini”.
“Quando ho assistito alla presentazione di Gore, ho subito pensato che si potesse trarne un film straordinario”, ricorda Lawrence Bender. “Eravamo tutti convinti che la verità di ciò che egli stava dimostrando meritasse di essere veicolata su scala più ampia”.
Decisi a passare all’azione, David e Bender hanno proposto il progetto a un vecchio amico e collega come Scott Z. Burns, scrittore, regista e vincitore del premio Clio grazie alle sue campagne pubblicitarie. Il team si è inoltre rivolto a Jeff Skoll di Participant Productions, una nuova società di produzione che dedica la propria attività a realizzare film su temi sociali di grande attualità, e nota per aver prodotto nel 2005 gli acclamati e provocatori Good Night and Good Luck e Syriana.
I quattro hanno quindi assistito insieme a uno spettacolo di Gore e hanno deciso di lanciarsi in questa sfida. Jeff Skoll ammette: “Pensavo di sapere molto su questo argomento perché l’ho studiato e mi sono informato per anni; ma quando ho assistito alla presentazione di Al Gore, mi sono dovuto ricredere. Avevo sempre pensato che si trattasse di un problema a lungo termine, qualcosa che avrebbe iniziato a incidere nei prossimi 20 o 30 anni; invece, la questione è ancora più impellente. I dati illustrati da Gore ci danno ancora cinque o dieci anni di tempo per affrontarla in maniera decisiva. Ma Al presentava i suoi dati a un pubblico di qualche centinaio di persone a ogni spettacolo: è ovvio che non poteva bastare. Così abbiamo cercato di portarlo sullo schermo in tempi molto rapidi”.
Al pari di Gore, i produttori ritengono che i rischi legati al surriscaldamento globale trascendano la partigianeria politica. Scott Burns commenta: “Mi ha molto colpito il fatto che, dopo aver ricoperto una posizione che gli consentiva di avere una visione a 360 gradi di tutti i problemi che il mondo d’oggi deve affrontare, Al Gore abbia preso la decisione di impegnarsi personalmente per far fronte a questo problema specifico. Non c’è niente di politico. La scienza è, per definizione, neutrale. Quando parlava sul palco, Al non chiedeva i nostri voti, ma di dedicare la nostra attenzione e il nostro impegno alla necessità di un cambiamento”.
Skoll aggiunge: “Al presenta i fatti in modo unico e coinvolgente, riesce a divertirti e a spaventarti allo stesso tempo. Il suo obiettivo è chiaramente quello di portare il tema al di fuori dell’agone politico presentandoci i fatti in maniera obiettiva: l’unico scopo è coinvolgere più persone possibile nella sua causa, perché a prescindere da razza, classe sociale, provenienza o quant’altro, questo è un problema che riguarda la vita di tutti noi”.
I produttori hanno capito ben presto che ciò in cui si stavano per cimentare non sarebbe stata la solita produzione cinematografica. “Eravamo ben consci che la posta in gioco”, conferma Laurie David, “in fin dei conti era il pianeta stesso. Non restava che convincere Gore”.
Così, questo gruppo di produttori hollywoodiani ha proposto l’idea all’ex vice presidente degli Stati Uniti, non senza una certa soggezione. “Sono abituato a incontri con personalità di ogni tipo, ma in questo caso si trattava dell’uomo che avrebbe potuto diventare presidente”, osserva Bender. Fortunatamente, Gore li ha subito messi a loro agio. “Si è rivelato molto pacato e affascinante”, continua Bender. “Ha immediatamente capito le potenzialità del progetto: anziché portare il suo messaggio a qualche migliaio di persone, un film avrebbe potuto raggiungere milioni di spettatori”.
“Il peggioramento continuo delle condizioni climatiche richiede un’azione coraggiosa, rapida e consapevole”, spiega Gore, che ritiene An Inconvenient Truth un valido mezzo per attirare l’attenzione del mondo sull’urgenza della situazione.
I realizzatori hanno quindi reclutato il regista Davis Guggenheim per assicurare che il film avesse il giusto ritmo cinematografico e il giusto equilibrio tra intrattenimento e coinvolgimento emotivo. Cineasta molto duttile, Guggenheim vanta una vasta esperienza televisiva e recentemente si è distinto anche come produttore esecutivo dell’acclamata serie HBO Deadwood. Con An Inconvenient Truth Guggenheim ha colto l’occasione per tornare al documentario raccontando una storia intensa e densa di sorprese.
“Laurie David si è precipitata nel mio ufficio proponendomi quello che secondo lei sarebbe stato il film più importante di tutta la mia carriera”, ricorda Guggenheim. “Tuttavia, sono rimasto alquanto titubante fino a quando non ho visto lo spettacolo di Gore”.
Come era successo ai suoi colleghi, alla fine della presentazione Guggenheim ha sentito di dover fare qualcosa per unirsi alla causa e ha iniziato subito a immaginare il film che avrebbe potuto trarre dallo spettacolo a cui aveva assistito. “Mi ha letteralmente rapito e ho subito pensato che dovevo assolutamente raccontare al più presto questa storia al maggior numero di persone possibile”, riferisce il regista.
Più veniva a conoscenza delle ricerche scientifiche su cui si basavano le preoccupazioni di Gore sul surriscaldamento globale, più Guggenheim si interessava all’argomento. “Come cineasta, la cosa che più mi preme è trovare un soggetto che mi catturi totalmente e mi convinca a farne un film”, spiega, “ed è quello che mi è successo con questo progetto. Avevo la sensazione che se anche non fossi riuscito a realizzare nient’altro in tutta la mia vita, quest’idea era talmente grande che non potevo non perseguirla”.
All’inizio della produzione, per ammissione degli stessi produttori, non sono mancati i dubbi su come il pubblico e i media avrebbero potuto reagire a un film i cui due elementi principali (Gore e il tema del surriscaldamento globale) sono sempre stati causa di numerose controversie. Ma i timori si sono dissipati quando il film è stato accolto in maniera entusiastica al Sundance Film Festival, con ben 3 standing ovation.
“La domanda che ci ponevamo era: la gente andrà a vedere questo film con idee preconcette?”, commenta Jeff Skoll. “È gratificante che un pubblico così composito lo abbia apprezzato, e che anche coloro di cui inizialmente avremmo pensato il contrario si siano uniti nelle lodi. Conservatori, liberali, democratici, repubblicani... credo davvero che questa storia non abbia bandiere”. Lesley Chilcott aggiunge: “Il dibattito infuocato sul surriscaldamento globale ha ormai fatto il suo tempo. L’unico dibattito utile oggi è su quanto rapidamente dobbiamo agire”.

An Inconvenient Truth
(titolo italiano: Una scomoda verità, USA, 2006)
Regia: Davis Guggenheim
Musiche originali: Michael Brook
Montaggio: Jay Lash Cassidy
100'

Sito ufficiale

Deep Throat

Deep Throat
(titolo italiano: Gola profonda, USA, 1972)
di Gerard Damiano

Deep Throat01

Tornato sulla ribalta in occasione dell’uscita di InsideDeep Throat, il documentario di Fenton Bailey e Randy Barbato legato alla sua genesi e realizzazione, possiamo finalmente parlare dell’opera originale, visto che è stata di pubblicata da Dolmen Home Video nel formato più vicino a quello originale (al tempo della sua uscita in Italia ne esistevano più versioni, spesso rimontate dai proiezionisti).
Gola profonda (1972), è stata il primo film pornografico con, pur pretestuosa, storia divenuto non solo un grande successo ma anche un vero e proprio fenomeno di costume.
È bene sgomberare subito il campo da ogni dubbio: Gola profonda è il più tipico dei film porno e questo lo si evince non solo dalle scene di sesso, ovvio, bensì dal fatto che se Linda Lovelace deve recarsi a un’orgia a casa della sua amica Helen, la vediamo uscire da casa e attraversare in tempo reale metà Fort Lauderdale (non in ora di punta, fortunatamente) per permettere al regista di raggiungere il giusto metraggio della pellicola.
La storia è nota: Linda Lovelace (nel film il personaggio porta il nome della sua interprete a fingere un tono documentaristico, del resto il film si apre con una citazione da Freud), malgrado i suoi tentativi (e Dio solo sa quanti), ha problemi nel raggiungere l’orgasmo, cosa che la rende molto triste. Sarà un solerte dottore (il poi famoso Harry Reems, che in Italia giunse nel 1976 per girare Lettomania, commedia erotica con protagonista l’ex cantante sanremese Carmen Villani e Luna di miele in tre di Carlo Vanzina con Renato Pozzetto e Stefania Casini) a capire il suo problema: la poveretta ha il clitoride in fondo alla gola. La soluzione sarà ovvia e Linda, con la sua felicità faticosamente raggiunta, potrà andare a lavorare nella clinica del medico che l’ha curata. Girato nemmeno troppo male, il regista è il fantasioso ex parrucchiere Gerard Damiano (qui accreditato come Jerry Gerard), il film è esilarante (non involontariamente) e ha una colonna sonora fatta di pezzi famosi riarrangiati in chiave funky (notare per esempio l’irresistibile versione blaxploitation dell’Inno alla gioia dalla nona sinfonia di Beethoven, ora inno dell’Unione Europea, sui titoli di testa).
La versione pubblicata da Dolmen dovrebbe avvicinarsi il più possibile a quella originale, cosa complicata da stabilire per un film prodotto con i soldi della mafia
italo-americana e uscito in Italia in centomila versioni diverse. A completare l’opera, una lunga intervista all’ex pornodivo americano Eric Edwards, non presente nel film ma attivissimo all’epoca, che racconta il mondo del porno USA dei primi anni ‘70.
Chi volesse integrare la visione di Gola profonda con il bel documentario Inside Deep Throat (in italiano Inside Gola profonda) edito in Italia da Cecchi Gori, sappia che il DVD italiano è afflitto da sottotitoli tradotti coi piedi. Un esempio per tutti: si parla della scelta di Linda Lovelace come protagonista per la sua capacità «to give head» – chi conosce l’inglese sa che è un’espressione che si riferisce al rapporto orale – e l’espressione diventa miracolosamente «per la sua capacità di muovere la testa», come se si trattasse di una ballerina classica... che tristezza!

(Roberto Rippa)

Deep Throat
(titolo italiano: Gola profonda, USA, 1972)
Regia, soggetto, sceneggiatura, musiche: Gerard Damiano (nei crediti originali: Jerry Gerard)
Fotografia: João Fernandes
Interpreti principali: Linda Lovelace, Harry Reems, Dolly Sharp, Bill Harrison, William Love, Carol Connors
61'

DVD
Deep Throat DVD

Etichetta: Dolmen
Origine: Italia
Regione: 2
Formato video: 4/3 - 1,33:1
Formato audio: mono
Lingue: inglese, italiano
Sottotitoli: italiano per non udenti, italiano
(non escludibili dalla versione inglese)
Extra: I giorni della gola profonda / La storia di Gola profonda (solo testo) / Il restauro / Trailer / Galleria fotografica

Snow White

Snow White
di Samir
(sezione Competizione internazionale)

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Trama

Ventunenne, bella e di famiglia facoltosa, Nico trascorre la sua esistenza tra feste, droga e alcol. Quando incontra Paco, leader di una band hip-hop, mente sulla sua condizione di ragazza alto-borghese per conquistarlo.
I due si avvicinano e iniziano una relazione che porta a una lite con Boris, lo spacciatore abituale di Nico, che le offriva la cocaina in cambio delle sue grazie e
che ora le chiede di saldare il debito che ha con lui. Da qui avrà inizio la discesa agli inferi di Nico che, messa alla porta dai genitori, si troverà anche a prostituirsi pur di saldare il suo debito, fino alle più estreme conseguenze.

Commento

C’è qualcuno che sia in grado di spiegare come sia possibile nel terzo millennio girare film come questo? Se si, lo faccia e gliene saremmo profondamente grati.
Da parte mia posso solo dire che si tratta di un polpettone indigesto e anacronistico, con ambizioni forse sociologiche tutte fallite, inutilmente lungo, zeppo di luoghi comuni, da abc del cinema, sceneggiato malissimo (lo sceneggiatore è quello di Achtung, Fertig, Charlie!, chiaro?) e involontariamente ridicolo. Sempre. In ogni segmento.
Si salvano giusto un paio di interpretazioni (il che, con una sceneggiatura così, costituisce già un miracolo), la fotografia, qualche movimento di macchina, la musica e basta.
Rimontato e alleggerito di una mezz’ora abbondante e dei pretestuosi ottocento sotto-finali, sarebbe solo un brutto film. E sarebbe già un notevole passo avanti.

(Roberto Rippa)

Snow White (Svizzera/Austria, 2005)
Regia: Samir
Sceneggiatura: Samir, Michael Sauter
Musiche: Walter W. Cikan, Marnix Veenenbos
Fotografia: Andreas Hutter
Montaggio: Oliver Neumann
Interpreti principali: Julile Fournier, Carlos Leal, Zoé Miku, Stefan Gubser, Stefan Kurt
113’


Il regista

Samir, nato a Bagdad nel 1955, si trasferisce in Svizzera nel 1961. Diplomatosi
tipografo, gira i suoi primi film a partire dal 1983. La sua filmografia, che comprende più di quaranta opere video, tra cui Morlove (1986) e il documentario Babylon 2 (1993), include anche diversi film creati per la televisione tedesca. Il suo documentario Forget Bagdad del 2002 ha ottenuto il premio attribuito nella sezione della critica a Locarno e il Filmaward della Città di Zurigo.

Blake Edwards

Blake Edwards01
(Blake Edwards con l'Oscar alla carriera attribuitogli nel 2004)

William Blake McEdwards nasce il 26 giugno 1922 in Oklahoma. Nipote del regista J. Gordon Edwards (autore
di film come The Queen Sheba del 1922), Blake Edwards inizia a lavorare come attore prima e autore radiofonico dopo. Lavora quindi come sceneggiatore alla Columbia, dove inizia un sodalizio con il regista Richard Quine (Sound Off, 1952, Rainbow ‘Round My Shoulder e Cruisin’ Down the River, entrambi
del 1953), e come produttore associato per la televisione. Nel 1955 gli viene offerta l’opportunità di girare il suo primo film Bring Your Smile Along, che gli vale un contratto con la Universal per cui gira i suoi primi grandi successi commeciali: la commedia con Tony Curtis Mister Cory (Le avventure di Mister Cory,
1957) e Operation Petticoat (Operazione sottoveste, 1959) con Cary Grant. Risale al 1958 l’invenzione della serie TV Peter Gunn in occasione della quale nasce il lungo sodalizio con l’autore di colonne sonore Henry Mancini.
Nel 1961 gira il suo capolavoro Breakfast at Tiffany’s (Colazione da Tiffany, premio Oscar per la migliore colonna sonora), tratto da un romanzo di Truman Capote, seguito da Days of Wine and Roses (Il giorno del vino e delle rose, 1962). Nel 1963, Blake Edwards ci introduce allo scoppiettante personaggio dell’Ispettore Clouseau in A Shot in the Dark (Uno sparo nel buio), immediatamente seguito da The Pink Panther (La pantera rosa, 1964), usciti entrambi, ma in ordine inverso, nel 1964. Nel 1965 gira The Great Race (La grande corsa), grande successo con un cast che annovera, tra gli altri, Jack Lemmon, Tony Curtis, Natalie Wood e Peter Falk. Nel 1968 gira The Party, capolavoro comico d'improvvisazione che, malgrado le continue liti, lo vede dirigere ancora Peter Sellers. Al 1969 risale Darling Lili (la cui protagonista Julie Andrews sposerà nello stesso anno), un poco riuscito film drammatico massacrato dalla Paramount in fase di montaggio, che rappresenta un vero e proprio passo falso da cui si risolleverà solo nel 1979 grazie a 10, cui segue nel 1981 il riuscito S.O.B. (acronimo che sta per Son of a Bitch), feroce satira di Hollywood.
I seguiti della Pantera Rosa (Revenge of the Pink PantherLa vendetta della Pantera Rosa, 1978, The Pink Panther Strikes AgainLa Pantera Rosa colpisce ancora, 1976, e The Return of the Pink PantherIl ritorno della Pantera Rosa, 1975) offrono risultati altalenanti comunque non all’altezza dei due titoli capostipite. Meno riusciti ancora sono Curse of the Pink Panther, girato nel 1983 montando materiale edito e non con Peter Sellers, scomparso tre anni prima, con scene girate ex novo, e Trail of the Pink Panther del 1982, in cui Sellers non appare. Un ulteriore tentativo di sfruttare il personaggio con The Son of the Pink Panther (Il figlio della Pantera Rosa, 1993), con Roberto Benigni protagonista, si risolve in un fallimento. Negli anni ‘80 gira diverse commedie, tra le meno riuscite della sua intera carriera: Blind Date (Appuntamento al buio, 1987), Sunset (1988), Skin Deep (Skin Deep – il piacere è tutto mio, 1989) e Switch (Nei panni di una bionda, 1991).
Nel 1995 torna agli antichi fasti con la commedia Victor/Victoria con Julie Andrews nel ruolo di una donna che, nella Parigi degli anni ‘20, finge di essere un uomo travestito da donna per ottenere successo nei cabaret della città. Il film è un grande successo di critica e pubblico e porta all’attrice una candidatura all’Oscar (la terza dopo quella per Mary Poppins, che otterrà, e The Sound of Music, in italiano Tutti insieme appassionatamente).

(Roberto Rippa)

Baisers volés

Baisers volés
(titolo italiano: Baci rubati, Francia, 1968)
di François Truffaut

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Trama

In seguito al congedo dal servizio militare a causa delle sue intemperanze comportamentali, Antoine Doinel fa ritorno a Parigi, dove è costretto ad ingegnarsi nel trovare un qualsiasi lavoro e dove tenta di riprendere la sua storia sentimentale con la poco convinta Christine.
Dopo avere lavorato come portiere notturno ed essersi fatto licenziare, lavora come investigatore privato ed è proprio nello svolgimento di questa attività che fa la conoscenza della moglie di un cliente di cui non tarda ad infatuarsi.

Commento

Nel febbraio del 1968, Henri Langlois viene destituito dalla direzione della Cinémathèque Française, evento che porta i rappresentanti della "nouvelle vague" cinematografica francese, Truffaut e Jean-Luc Godard in primis, a insorgere e mobilitarsi in sua difesa. Questa mobilitazione non sarà estranea al reintegro di Langlois nelle sue funzioni tre mesi dopo la destituzione.
Ma non è questo l'unico evento di quel periodo a scuotere Parigi e l'intera Francia di riflesso: il 3 maggio, infatti, la polizia irrompe alla Sorbonne causando una sollevazione popolare.
Di tutto ciò, ma solo apparentemente, nel film del pur impegnato François Truffaut non c'è traccia, eccezione fatta per la dedica iniziale a Langlois, per l'immagine dell'ingresso sbarrato della Cinémathèque che si vede durante i titoli di testa, mentre non a caso suona l'ammaliante "Que reste-t-il de nos amours" di Charles Trenet, e per la citazione di uno sciopero studentesco.
Terzo capitolo dell'ideale biografia del personaggio di Antoine Doinel, alter ego del regista, Baisers volés segue Les quatre cents coups (1959) e l'episodio Antoine et Colette nel film a episodi L'amour à vingt ans (1962), diretto a dieci mani, oltre che da Truffaut, da Shintarô Ishihara, Marcel Ophüls, Renzo Rossellini e Andrzej Wajda.
Truffaut, in questo capitolo, sceglie di togliere parte dello charme immediato che il suo personaggio costruisce e mostra nei film precedenti ma non l'impulso ribelle che lo caratterizza.
Il film, infatti, inizia con Doinel chiuso nella cella di una prigione militare, gli occhi immersi in un libro, e poco dopo mentre un ufficiale gli sciorina i reati e le inadempienze commesse. Il personaggio si produce in una serie di ammiccamenti diretti in camera, come a farci capire che il vecchio ribelle è sempre in piena forma, anche se stavolta messo in secondo piano a favore di una delicata vicenda sentimentale.
La scena seguente ce lo mostra mentre attraversa una trafficata strada di Parigi, diretto verso un bordello della zona. Antoine pare non avere visto una donna per anni quando bacia una prostituta con tanto trasporto da farla retrocedere. La stessa aggressività si mostrerà nel tentativo di baciare la fidanzata Christine, riluttante nell'accettare un impegno con lui.
Antoine che ora abita in un piccolo appartamento a Montmartre, ha necessità di un lavoro così accetta l'aiuto del padre di Christine, che lo presenta al proprietario di un albergo. Perso velocemente il lavoro di portiere di notte, a causa del disegno di un investigatore privato impegnato a provare l'attività adultera di una donna, troverà lavoro come apprendista investigatore privato.
Il lavoro di investigatore si presta perfettamente alla costruzione episodica che Truffaut sceglie di dare a parte del film, con tanto di dialoghi e situazioni improvvisate.
E' legato a questo lavoro l'incontro con la moglie di un cliente, la deliziosa madame Tabart, impegnata in una scena di seduzione che ricorda quella del quasi coevo The Graduate (Il laureato, 1967) di Mike Nichols.
Alla fine, la citata assenza di traccia degli eventi che scuotono Parigi in quel periodo è solo apparente: la troviamo forse nelle immagini, nella libertà visuale, nell'improvvisazione di scene e dialoghi.

(Roberto Rippa)

Baisers volés
(titolo italiano: Baci rubati, Francia, 1968)
Regia e soggetto: François Truffaut
Sceneggiatura: François Truffaut, Claude De Givray, Bernard Revon
Musiche originali: Antoine Duhamel
Musiche non originali: Charles Trenet (Que reste t-il de nos amours?)
Fotografia: Denys Clerval
Montaggio: Agnès Guillemot
Interpreti principali: Jean-Pierre Léaud, Delphine Seyrig, Claude Jade, Michael Lonsdale, Daniel Ceccaldi
90'

Baisers volés DVD

DVD
Etichetta: BIM
Origine: Italia
Regione:
Formato video: 1.66:1 anamorfico
Formato audio: Dolby Digital 2.0 Dual Mono
Lingue: francese, italiano
Sottotitoli: italiano
Extra: Truffaut parla del ciclo Doinel e commenta il flim / Commento audio al film di Claude Jade e Claude de Givray intervistati da Serge Toubiana / Presentazione del film di Serge Toubiana / Il caso Langlois / Festival di Cannes 1968

Les quatre-cents coups

Les quatre-cents coups
(titolo italiano: I quattrocento colpi, Francia, 1959)
di François Truffaut

Les Quatre-cents coups01

Trama

L'adolescente Antoine Doinel vive in quartiere povero di Parigi con la madre e il patrigno, entrambi poco attenti a lui, mentre a scuola un insegnante gli rende la vita ancora più difficile che a casa.
Alcuni atti di ribellione come il marinare la scuola e il continuo mentire sono indici dell'insofferenza all'ambiente ostile in cui si muove e della sua ribellione.
I suoi problemi, la sua frustrazione e disperazione determinano comportamenti che fanno sì che venga espulso da scuola, e da lì alla fuga da casa il passo è brevissimo. Messa fine alla sua fuga, si ritrova in un istituto per minori delinquenti…

Commento

Primo film di Truffaut e esordio al cinema del personaggio Antoine Doinel, di cui Truffaut seguirà il percorso verso la maturità in altri tre film e un episodio di L'amour à vingt ans, firmato a più mani (vedere biografia di Jean-Pierre Léaud).
Il film, dal contenuto fortemente autobiografico nel senso che preciseremo tra poco, è un caposaldo della "nouvelle vague" cinematografica francese, che proprio negli anni '50 si era imposta all'attenzione del mondo intero grazie a una generazione di registi profondamente innovativi come, tra gli altri, Godard, Resnais, Rivette e Malle.
Truffaut, sin da questo primo lungometraggio, offre l'occasione di apprezzare il suo tocco profondo e personale, l'enorme talento che faranno di lui uno tra i registi più influenti del secolo scorso. Oggi certe soluzioni filmiche sono usuali ma va considerato come ai tempi fossero assolutamente innovative. Prendiamo, a titolo di esempio, la scena in cui Antoine parla con la psicologa: la scena è filmata attraverso la prospettiva di lei e quindi abbiamo Antoine che si rivolge direttamente alla cinepresa e ci parla direttamente, senza filtri tra lui e noi spettatori.
Il film, si diceva prima, è sì autobiografico ma nel senso che Truffaut da dell'autobiografia come di un attaccamento della realtà, la rappresentazione di sentimenti realmente vissuti tanto da chi racconta quanto da chi vede e ascolta.
Antoine si trova in quella sorta di limbo che è l'inizio dell'adolescenza, in cui non si è più bambini ma neppure si è ancora uomini. Antoine si annoia, beve e fuma e ha un solo amico, René, che vive una situazione molto simile alla sua. Non riesce ad essere ancora un adulto ma certamente non si riconosce nella figura infantile in cui gli altri vogliono incasellarlo.
Alla fine, quindi, gli unici a vederlo in un modo preciso sono i poliziotti, che lo sbattono in cella insieme a delinquenti e prostitute.
Il tono documentaristico è dettato dalla macchina da presa che non lo abbandona un momento (eccezione fatta per il viaggio nel cellulare, in cui vediamo le strade attraverso i suoi occhi, mentre una musica composta da archi, esattamente come all'inizio del film ma in questa occasione in modo struggente, accompagna le immagini del viaggio).
Il film troverà un finale, ma l'esperienza di Antoine no, in quanto non è un finale consolatorio o drammatico che Truffaut vuole trasmetterci, bensì un percorso doloroso verso la maturità.

(Roberto Rippa)

Les quatre-cents coups Poster

Oltre all'attenzione e l'ammirazione del pubblico di mezzo mondo, Les quatre-cents coups ottenne nel 1960 un premio Oscar per i migliori soggetto e sceneggiatura originali, un premio Bodil (Bodil Festen, Copenhagen, Danimarca) come migliore film europeo, il premio a Truffaut come migliore regista al festival di Cannes e il premio del sindacato dei critici cinematografici francesi come miglior film.

Il cinema di domani mi appare più personale ancora di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o come un diario. I giovani registi si esprimeranno in prima persona e ci racconteranno del loro primo amore o di uno più recente, una presa di coscienza dinanzi alla politica, un racconto di viaggio, una malattia, il loro servizio militare, il loro matrimonio, le loro ultime vacanze, e ciò piacerà per forza perché sarà autentico e nuovo…
Il film di domani sarà un atto d'amore.

(da un articolo del 1957, pubblicato da Les cahiers du cinema)


Curiosità

Quando, in seguito all'espulsione da scuola, Antoine e René vagano per Parigi, a un certo punto passano davanti a un muro ricoperto da manifesti e decidono di staccarne uno. La donna sul manifesto è Harriet Andersson, in una foto tratta da Sommaren med Monika (titolo italiano Monica e il desiderio), film di Ingmar Bergman del 1953 che narra di due giovani innamorati che decidono di scappare da casa per vivere la loro vita.

Il titolo del film nasce dall'espressione francese "faire les quatre cents coups", che in italiano potrebbe essere tradotto come "fare il diavolo a quattro".
Il film venne girato in otto settimane.

Les quatre-cents coups
(titolo italiano: I quattrocento colpi, Francia, 1959)
Regia e soggetto: François Truffaut
Sceneggiatura: François Truffaut, Marcel Moussy
Musiche originali: Jean Constantin
Fotografia: Henri Decaë
Montaggio: Marie-Josèphe Yoyotte
Interpreti principali: Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier, Albert Rémy, Guy Decomble, Georges Flamant, Patrick Auffray
99'

Les quatre-cents coups DVD

DVD
Etichetta: BIM
Origine: Italia
Regione: 2
Formato video: 2.35:1 anamorfico
Formato audio: Dolby Digital 2.0 Dual Mono
Lingue: francese, italiano
Sottotitoli: italiano
Extra: Commento audio al film di Robert Lachenay / Presentazione del film di Serge Toubiana / I provini degli attori / Jean Pierre Léaud al Festival di Cannes / Ritratto di François Truffaut

Jean-Pierre Léaud

Jean-Pierre Léaud01

Jean-Pierre Léaud nasce il 5 maggio 1944 a Parigi da Pierre Léaud, scrittore e aiuto regista, e dall'attrice Jacqueline Pierreux. A 15 anni, Léaud è un ragazzo sbandato, già espulso da una mezza dozzina di scuole, quando legge su un giornale l'annuncio di ricerca di un giovane ragazzo per un film. Si tratta del primo film di François Truffaut Les quatre-cents coups e Léaud ottiene la parte del protagonista Antoine Doinel.
Il successo internazionale del film rende il giovane attore uno dei volti più conosciuti della nouvelle vague cinematografica francese.
Léaud interpreta in seguito una serie di film in cui Truffaut segue Antoine Doinel nel percorso dall'adolescenza all'età adulta: l'episodio di Truffaut Antoine et Colette nel film a episodi L'amour à vingt ans firmato da Shintarô Ishihara, Marcel Ophüls, Renzo Rossellini e François Truffaut nel 1962, in Baisers volés (Baci rubati, 1968), in Domicile conjugal (tradotto in italiano nell'orribile Non drammatizziamo... è solo questione di corna, un titolo che grida vendetta ancora oggi a più di trent'anni di distanza) nel 1970 e ne L'amour en fuite (L'amore fugge, 1979).
Il personaggio di Doinel cresce non solo come alter ego del regista ma anche come adattamento alla personalità introversa dell'attore di cui Truffaut apprezzava "il suo anacronismo e romanticismo", due tratti che lo facevano apparire ai suoi occhi come un uomo del XIX secolo.
Léaud interpreta altri film di Truffaut in ruoli diversi da quello di Antoine Doinel: Les deux anglaises et le continent (Le due inglesi, 1971) e La nuit américaine (Effetto notte, 1973). Truffaut gli dedica anche il film L'enfant sauvage (Il ragazzo selvaggio, 1969).
Léaud lavora anche con Jean-Luc Godard (in Pierrot le fou, 1965, Made in USA e Masculin-Feminin, entrambi del 1966 e in La Chinoise e Weekend, entrambi del 1967). E' poi il fidanzato cineasta di Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, 1973, recita in Porcile (1969) di Pier Paolo Pasolini, La maman et la putain, 1973, di Jean Eustache, Détective ancora di Godard, 1985, Treasure Island di Raoul Ruiz (1985), 36 fillette di Catherine Breillat, 1988 e " I Hired a Contract Killer", 1990, di Aki Kaurismäki.
Nella sua lunga e felicissima carriera ha ottenuto un Orso d'argento al festival del cinema di Berlino per la sua interpretazione in "Masculin, féminin" nel 1966, un premio FIPRESCI al festival di Cannes nel 2001 per "Le Pornographe" (regia di Bertrand Bonello, 2001).
Nel 2000 è stato insignito di un premio César alla carriera.

Filmografia (IMDb)
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