Edmond

Edmond
di Stuart Gordon

Edmond01

Trama

Un uomo d’affari si rivolge a una veggente incontrata per strada, che gli dice che non sta vivendo la sua vera vita. Rientrato a casa, litiga con sua moglie per un motivo futile ed esce. Comincia così la sua personale discesa agli inferi che, nel corso di una notte, lo porterà anche all’omicidio.

Commento

Basato su una pièce teatrale di un solo atto scritta da David Mamet (responsabile anche della sceneggiatura del film) nel 1982, Edmond mette in scena un uomo che, pensando di cercare sé stesso, si perderà forse per sempre.
In una città senza nome (è Los Angeles), Edmond Burke gira alla ricerca di piaceri forti che però non sembrano dargli alcuna soddisfazione. Ciò cui sembra cercare di liberarsi è però un’esistenza da uomo bianco appartenente alla classe media, un uomo cui apparentemente non manca nulla se non un’identità reale.
Stuart Gordon (Re-animator) lo segue nella notte che lo vedrà trasformarsi in un uomo violento, razzista, capace anche di uccidere, seguendolo passo per passo, anche con la camera a mano durante un dialogo con Julia Stiles, forse la scena più forte del film.
Il problema di Edmond però è che non si limita a seguire il personaggio ma che tenta di spiegare le ragioni - e davvero non ce ne sarebbe bisogno - della sua rapida trasformazione da “uomo rispettabile” a violento sociopatico, e che lo fa restando sulla superficie, banalizzando. Alla fine il sospetto è che la materia sarebbe stata più adatta a un corto che a un lungometraggio, per breve che sia.
William Macy è perfetto nel rendere il suo personaggio sgradevole senza farlo scivolare mai nel grottesco o nella caricatura. Lo affiancano Mena Suvari, Joe Mantegna e la brava Julia Stiles. Una nota di merito va alla fotografia, curata da Denis Maloney.

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2005, Edmond esce solo ora nelle sale italiane.

(Roberto Rippa)

Edmond (USA, 2005)
Regia: Stuart Gordon
Soggetto e sceneggiatura: David Mamet (dalla sua pièce teatrale omonima)
Musiche: Bobby Johnston
Fotografia: Denis Maloney
Montaggio: Andy Horvitch
Interpreti: William H. Macy, Frances Bay, Rebecca Pidgeon, Joe Mantegna, Denise Richards, Matt Landers, Dulé Hill, Russell Hornsby, Aldis Hodge, Debi Mazar, Mena Suvari, Jeffrey Combs, Barry Cullison, George Wendt, Marcus Thomas, Lionel Mark Smith, Julia Stiles, Patricia Belcher, Wren T. Brown, Bruce A. Young, Dylan Walsh, Bokeem Woodbine, Michael Saad, Jack Wallace...
82'

Entourage

Entourage01

La serie che meglio fa comprendere il dietro le quinte di Hollywood attraverso il personaggio di un giovane attore emergente.
Vincent Chase, l’attore in questione (lo interpreta Adam Grenier, visto anche in The Devil Wears Prada), è il nuovo nome caldo di Hollywood e si gode il momento circondato dai suoi amici di sempre, trasferitisi in California con lui da New York: Turtle è una sorta di tuttofare anche se la sua attività principale pare essere quella di spendere i soldi di Vince e di godere del riflesso della sua fama mentre Eric, da par suo, ha qualche ambizione in più e opera come manager di Vincent cercando di trarre il massimo profitto in termini di esperienza dai suoi rapporti con l’agenti, stampa e addetti stampa, nel tentativo di costruirsi una professionalità. A completare il quadro, Johnny Drama (uno strepitoso Kevin Dillon), il non troppo brillante fratello maggiore di Vince, attore da tempo disoccupato dopo alcune partecipazioni in serie TV di secondo piano, costantemente alla ricerca di una nuova occasione anche se poco disposto a preparvisi. Vince è un ragazzo viziato, generoso ma anche reso arrogante dalla sua posizione privilegiata, e la sua vita comprende come attività principali lo spendere soldi e il correre dietro (senza farsi venire il fiatone) a qualsiasi ragazza bazzichi la zona. Non legge i copioni (ne null’altro), delegando il compito a Eric, che spesso si sente frustrato nel suo ruolo in quanto trattato con sufficienza dall’agente di Vince, Ari.
E veniamo ad Ari Gold (interpretato dal bravissimo Jeremy Piven, già in Ellen e in The Larry Sanders Show), forse il personaggio più forte dell’intera serie: agente potente, avvezzo agli splendori e alle miserie della Hollywood che davvero conta, diretto al limite della volgarità ma anche ambiguo tanto quanto la sua posizione richiede, è il personaggio che meglio rende possibile capire i meccanismi dell’industria del cinema di cui tutti conosciamo solo la parte pubblica. Suo il compito di mostrarci come funziona un’agenzia che tratta gli attori più famosi e come funziona la gestione di un attore in procinto di diventare tra i più famosi al mondo. Ed è il personaggio forse più esilarante della serie.
Prodotta da Mark Wahlberg per la rete HBO (Sex & the City, Six Feet Under, Carnivàle, per citare tre delle sue serie più famose degli ultimi anni), Entourage appare come un lavoro che non prende a prestito nulla dalla fantasia, restando in equilibrio tra commedia (si ride molto ma mai in maniera facile) e realtà (vale più questa serie come descrizione dell’ambiente in cui è ambientata, che qualsiasi trattato). Nel corso della progressione della serie, assistiamo alla salita di Vince all’Olimpo della celebrità, grazie al ruolo di protagonista in Aquaman, fittizio film di James Cameron dedicato a un supereroe acquatico, e alla difficoltà di coniugare ragioni commerciali (necessari per mantenere il suo nome tra quelli ricercati dall’industria) e ambizioni di partecipazioni in pellicole più autoriali (il do ut des tipico dell’ambiente: tu fai il protagonista nel film di cassetta e io ti produco la pellicola d’autore in bianco e nero – tanto poi lo ricolorerò artificialmente per non tenere lontano dalla sala il pubblico più giovane) e ai dibattimenti di Eric, sempre più avvezzo ai modi di Hollywood, sempre più teso a diventare un credibile professionista e poco disposto a farsi costringere nel ruolo del mantenuto da Vince.
Dopo una prima stagione, risalente al 2004 e composta da soli otto episodi e una seconda di quattordici, la terza, attualmente in onda negli Stati Uniti, si comporrà di ventiquattro.
Entourage ha il pregio, raro, di migliorare man mano che avanza candidandosi alla palma di migliore serie degli ultimi anni.
Numerose le apparizioni di personaggi reali di Hollywood, registi, agenti, attori, che giocano con i loro stessi ruoli nell’industria.

(Roberto Rippa)

DVD

Regione 1:

Entourage - The Complete First Season

Entourage - The Complete Second Season

Entourage - Season Three, Part 1

Entourage - Season 3, Part 2

Entourage - The Complete Fourth Season

Regione 2:

Entourage : Complete HBO Season 1 [2004]

Entourage: Complete HBO Season 2

Il declino del cinema americano

The Birds01(Una famosa scena da The Birds, Gli uccelli, di Alfred Hitchcock)


Da qualche anno a questa parte, il cinema americano destinato al grande pubblico, il cinema puramente commerciale, sembra essersi completamente perso nel tentativo di andare sul sicuro riciclando idee dal passato con lo scopo di minimizzare i rischi di perdita in un cinema sempre più costoso a livello produttivo. Prima con i rifacimenti di altri film (bruciano ancora i fiaschi di The Fog di Rupert Wainwright, rifacimento dell’insuperato originale di John Carpenter del 1980, e quello - pur parziale - di Alfie di Charles Shyer, rifacimento di quello diretto da Lewis Gilbert nel 1966) o riciclando, secondo un costume nato da molto, soggetti usati per film stranieri adattandoli al gusto americano (senza guardare in faccia a nessuno, neppure al Wim Wenders di Der Himmel über Berlin - Il cielo sopra Berlino, 1987 - orrendamente rifatto nel 1998 da Brad Silberling come City of Angels) o, fenomeno più recente, adattando per il grande schermo qualsiasi cosa sia passata, anche fugacemente sul piccolo.
Molti sono gli esempi di questa ultima categoria: dall’orrido Hazzard al fiasco Bewitched (Vita da strega, dall’omonima serie TV degli anni ‘60), dal tristissimo Starsky & Hutch (trasformato in parodia di una serie che già comprendeva elementi di parodia del genere) a Miami Vice, diretto da Michael Mann, già produttore esecutivo della serie TV e via verso una deriva che sembra non avere fine (sono attesi per i prossimi mesi l’adattamento per il grande schermo di Dallas, quello di I Dream of Jeannie, Strega per amore, e addirittura quello previsto per il 2008 di Knight Rider, il nostro Supercar).
Che la tendenza non accenni a diminuire lo dimostra il fatto che sono moltissimi i rifacimenti previsti per i prossimi due anni, con titoli che spaziano da Porky’s a Logan’s Run, da The Warriors a Creepshow, senza risparmiare Otto Preminger (il rifacimento del suo Bunny Lake Is Missing del 1965 uscirà nel 2009), Hitchcock (nel 2009 giungeranno sugli schermi i rifacimenti dei suoi The 39 Steps, I 39 scalini, e The Birds, Gli uccelli) né Joe Dante (il suo Piranha del 1978 uscirà il prossimo anno nella versione diretta da Alexandre Aja).
Non sorprende quindi che la televisione abbia potuto approfittare di questa profonda crisi di idee (che si riferisce unicamente al cinema di grande consumo, ovvio) per lanciarsi in produzioni seriali di valore anche visivo più alto rispetto ai canoni abituali con serie destinate a un pubblico adulto che riescono a equilibrare, grazie a una buona scrittura, dramma e commedia.

The Fog01
(John Carpenter con Adrienne Barbeau sul set di The Fog del 1980)

Ne sono fulgidi esempi Six Feet Under, una tra le produzioni migliori degli ultimi anni con il sapiente uso di trame e sottotrame, e i più recenti Lost, Weeds, Entourage, uno tra i migliori esempio di dietro le quinte della Hollywood attuale, Desperate Housewives, tutte scritte pensando a uno specifico tipo di pubblico cui rivolgersi ma che poi raggiungono anche altre categorie di telespettatori.
Mentre Desperate Housewives sta ormai arrancando nella ripetitività tentando di dare smalto a personaggi ormai pronti a scivolare nell’auto-parodia, Lost sembra, dopo due stagioni ad alta tensione, girare su sé stessa nel tentativo di dare un senso ai, forse troppi, elementi messi in gioco (un po’ come Twin Peaks che, partito come un giallo classico, non riuscì a trovare un finale convenzionale come la televisione avrebbe richiesto), Weeds e Entourage, per citare due esempi, sembrano giocare al meglio le loro carte nel tentativo di garantirsi una longevità che probabilmente le altre non raggiungeranno.
Le reti televisive, comunque, possono dirsi soddisfatte: le serie, girate e scritte molto meglio rispetto al passato, quando spesso sembravano capitalizzare su alcune situazioni per garantirsi un successo straordinario quanto effimero (vedi Melrose Place, presto scivolato nel grottesco a causa di continui colpi di scena che, secondo le intenzioni, avrebbero dovuto garantire la costante attenzione del pubblico) tengono il pubblico appiccicato allo schermo settimana dopo settimana creando personaggi che riescono, grazie anche alla serialità che permette un approfondimento degli stessi, a sviluppare empatia nel pubblico.
Weeds e Entourage, così come la frenetica Studio 60 on the Sunset Strip, viaggiano a un ritmo e su livelli narrativi differenti. Se di Six Feet Under si può ragionevolmente dire, essendosi conclusa, che è riuscita a mantenersi a un altissimo livello qualitativo in tutte le sue cinque stagioni (con la quarta che si candida alla palma di stagione più cupa nella storia delle serie TV e con il finale forse più bello che una serie abbia mai avuto), per le altre il giudizio è necessariamente sospeso (Weeds è alla sua seconda stagione, Entourage alla terza e Studio 60, amatissima dalla critica, rischia la chiusura al termine della prima per gli ascolti inferiori alle previsioni) malgrado le premesse ci siano tutte.
Gli esempi sono numerosi ed è certo che la televisione è riuscita in ciò che sarebbe stato impensabile fino a pochi anni fa: sostituire il cinema nel cuore del pubblico medio americano (nonché di quello più giovane) producendo serie di alto livello, girate benissimo, prendendo a prestito la tecnica cinematografica, e offrendo storie che il cinema, nel tentativo disperato di puntare sul sicuro non rischiando su progetti coraggiosi, non è più capace di proporre.
In Europa il fenomeno non è ancora scoppiato, cinema e televisione viaggiano su binari distanti e i prodotti televisivi hanno una qualità – quantomeno visiva – che ne fa prodotti buoni per un consumo rapido e un altrettanto rapido viaggio verso il dimenticatoio con l’eccezione dell’Italia, dove il gusto visivo mediocre della televisione pare essere stato adottato da tanto cinema (del resto spesso prodotto dalla stessa, mediocre, televisione).
Resta comunque il fatto che la televisione, quella americana almeno, sta iniziando a sostituirsi al cinema nelle abitudini e nei piaceri del pubblico medio. E questo non può non far pensare.

(Roberto Rippa)

Weeds

Weeds01

La serie prodotta dalla rete Showtime e creata da Jenji Kohan (sorella del David co-creatore della sitcom Will & Grace), di cui presto si concluderà la seconda stagione, vede Nancy (la bravissima Mary Louise Parker) rimanere vedova e, nel tentativo di non modificare il tenore di vita della sua famiglia, trasformarsi in spacciatrice di Marijuana. Ma non è questo a rendere la serie provocatoria quanto i legami familiari e le dinamiche tra gli abitanti di un quartiere residenziale californiano, che porta il nome di Agrestic, che pare inventato da Tim Burton (ricordate le casette linde di Edward ScissorhandsEdward manidiforbice ?) e in cui abita anche Celia, non esattamente l’amica ideale se non fosse per il fatto che è l’unica in zona a parlare chiaro mentre le altre donne sono troppo prese dallo sparlare alle spalle e gli uomini a agire nell'ombra in ogni senso.
Shane, il figlio minore di Nancy, è un ragazzo più maturo della sua età ma non riesce a scendere a patti con la scomparsa di suo padre e continua a guardare e riguardare i vecchi video di famiglia, il maggiore, il sedicenne Silas, è troppo preso dalle sue tempeste ormonali per occuparsi d’altro. In casa di Celia (la bravissima Elizabeth Perkins , premiata con un Emmy nel 2006 proprio per questo ruolo) le cose non vanno molto meglio: la figlia minore, la cicciotta Isabelle (che lei chiama con poca sensibilità “Isa-belly” – belly significa pancia), mangia cioccolato in cui la madre nasconde potenti lassativi per “ripulirla” e la maggiore è, prima di sparire misteriosamente nel corso della prima stagione, l’oggetto di concupiscenza da parte del figlio maggiore di Nancy.
Il cinismo di cui sono impregnati i rapporti tra i personaggi della serie è debitore alle serie create negli anni ’70 da Norman Lear (ricordate All in the Family, in italiano Arcibaldo, in cui il personaggio protagonista era amatissimo a dispetto del suo essere reazionario fino ai limiti estremi, Good Times, in cui si raccontavano le vicende di una famiglia afro-americana installata in un povero quartiere-ghetto a Chicago, o Maude, l’autoritaria e cinica donna interpretata da Bea Arthur? Sono tutte serie andate in onda alla televisione italiana fino ad almeno la metà degli anni ’80) e come queste cerca la provocazione in maniera non facile (soprattutto per una serie americana) né gratuita, strappando la risata in un modo che fino a pochi anni fa sarebbe stato giudicato inconcepibile.
Giusto per dare un’idea del tono della serie, nel primo episodio Celia è convita che sua figlia adolescente abbia deciso di perdere la verginità con il figlio maggiore di Nancy e quindi decide di spiarla nella sua camera da letto nascondendole una mini videocamera in un orso di pezza. Quando guarda il video, capisce di essere stata scoperta in quanto la figlia le mostra il dito indice sottolineando il gesto con un invito colorito prima di lasciare spazio alle immagini del marito colto nell’atto di cornificarla. Celia, per niente scomposta dalla visione, chiosa l’avvenimento con la frase: “Avrei dovuto abortirti”.
La seconda stagione vede Nancy fare un salto di qualità creando un consorzio dedito alla produzione in proprio. Peccato che l’unico uomo capace di susictare il suo interesse sia un agente della DEA, che conosce la sua attività segreta.
Di Weeds esiste in DVD la prima stagione, mentre la pubblicazione della seconda è prevista per il mese di luglio 2007.

(Roberto Rippa)

Weeds02
(Mary Louise Parker, al centro, con Elizabeth Perkins)

DVD

Regione 2:

Weeds - Series 1 [2005]

Regione 1:

Weeds - Season One

Weeds Season 2

Weeds Season 3

Cine 70 e dintorni numero 9

Cine 70 numero 9

È da poco uscito dalla tipografia il nono numero dell’ottima rivista dedicata al cinema italiano del passato Cine 70 e dintorni, curata da Franco Grattarola, Stefano Ippoliti e Matteo Norcini. Cine 70 è una rivista estremamente accurata che contiene informazioni preziose per tutti gli amanti del cinema(bis) italiano nonché interviste approfondite che sicuramente non troverete altrove.
Non essendo di facilissima reperibilità, chi la volesse può rivolgersi a Coniglio Editore tramite il loro indirizzo email.

Questo è il sommario del numero 9:

Profumo di donna (intervista ad Agostina Belli)
di Matteo Norcini e Stefano Ippoliti

Un tenero tramonto (ritratto di Raimondo Del Balzo)
di Franco Grattarola

La mia dolce vita (intervista a Angelo Iacono)
di Stefano Ippoliti e Matteo Norcini

Starlet 70: Cinzia Lodetti
di Matteo Norcini e Stefano Ippoliti

La forbice assassina - I procuratori e la pretora
(Edwige Fenech e la censura)
di Franco Grattarola

Intervista a Nick Nostro - Un ragazzo di Calabria a Cinecittà
di Paolo Albiero

Intervista a Roby Ceccacci - Il pigmalione delle dive
di Matteo Norcini e Stefano Ippoliti

Il cinema in libreria
di Franco Grattarola

Qui trovate un elenco di librerie e edicole in Italia dove potete trovare la rivista.

DJCINEMA numerouno

DJCINEMA
numerouno

micro-festival fra cinema e djculture

SABATO 5 MAGGIO '07
ore 22
@ spazio pubblico autogestito Leoncavallo (via Watteau, 7 – Milano)
in collaborazione con the electricalz, in_put e Leoncavallo

DJCINEMA numerouno

DJCINEMA è un progetto culturale concepito sotto forma di evento itinerante, dedicato all'esplorazione dei rapporti tra dj culture e cinema, finalizzato a nuove forme di fruizione e produzione culturale. Il progetto propone interventi anti-convenzionali, collegamenti fra ambiti artistici differenti in contesti fruitivi normalmente non dedicati all'esplorazione interdisciplinare. DJCULTURE + CINEMA = DJCINEMA.

Numerouno è un micro-festival.
La seconda tappa del progetto approda al Leoncavallo di Milano all'interno della serata in_put. Una doppia collaborazione attraverso la quale dare forma ad un evento composito e complesso che incontrando diverse attitudini dalla propria cerca di costruire un messaggio articolato e sfuggente, fatto di frammenti dialogici giustapposti nel fragore d'una serata danzante.

Programma:

ore 22

proiezione del film SANGUE – LA MORTE NON ESISTE (Italia/2005, 104')
regia: Libero De Rienzo.
interpreti: Elio Germano, Emanuela Barilozzi, Luca Lionello, Libero De Rienzo.

in occasione del primo compleanno del film interverranno il regista e la produzione introducendo la visione e mostrando materiale inedito di lavorazione

ore 00.30

sonorizzazione LIVE di MILANO CALIBRO 9 (Fernando Di Leo, 1972)
sonorizzazione: the electricalz
montaggio: DJCINEMA

ore 1 ÷ 6 vj-set cinematico

Dettagli:

>>> SANGUE – LA MORTE NON ESISTE
A partire dalle ore 22 (ingresso gratuito) faremo la festa di compleanno all'esordio dietro la macchina da presa di Libero De Rienzo. Saranno presenti il regista ed il cast che introdurranno la pellicola, raccontandoci come sono riusciti a realizzare quel che altrimenti sarebbe rimasto un'utopia.

Il film di Libero De Rienzo contiene al suo interno la descrizione dei sogni e delle paure (come anche delle gioie) d'una intera generazione. È come se un catalogo di immagini-frasi e suggestioni fosse impresso sulla pellicola. Film generoso e dunque coraggioso, pezzo raro di cinema italiano capace di spogliarsi da pretestuose citazioni esterofile e di calarsi completamente nell'Italia della metà del primo decennio dell'anno duemila. Le guardie (poliziotti o carabinieri post G8 genovese), per i giovani di questi anni, non possono più possedere alcuna simpatia (tanto cari a tanta commedia italiana del passato e ad ogni televisione nazionale), sono semplici nemici dei quali non si comprende né il senso né la logica. Il rave party non è presentato come semplice luogo ad effetto entro il quale far esplodere le idiosincrasie dei personaggi, ma come esempio scalcinato d'un mondo possibile perché reale, dove essere scevri da ogni apparenza.
Suddiviso in due atti ed un epilogo comico, il film attraversa le vite di Stella e Iuri, due fratelli legati da un amore profondo e viscerale che cancella ogni convenzione e corre libero e furioso a tutta velocità.

Nelle sale è uscito il 5 maggio 2006, ma solo in 8 copie ed in cinque città. È piaciuto all'estero ma è quasi invisibile in Italia.

La scelta di proiettare Sangue – La morte non esiste vuole essere uno strumento utile all'incontro fra il film ed il suo pubblico, quella stessa gioventù metropolitana messa in scena dalla pellicola.

>>> MILANO CALIBRO 9
Mezz'ora per celebrare una pellicola cult del 1972 della quale tutti parlano ma che pochi hanno visto. Un film fondamentale ed irrinunciabile che partendo dalle suggestioni noir di Giorgio Scerbanenco ci restituisce una Milano cinica e spietata, indagata con sguardo freddo e distaccato da un regista strepitoso che, con il suo cinema, ha influenzato il cinema a venire. «Il più grande noir italiano di tutti i tempi», parola di Quentin Tarantino.

Milano calibro 9
è un congegno perfetto, una pellicola ad orologeria che deflagra sugli occhi dello spettatore, un feticcio stracult del quale ci siamo appropriati ed attorno al quale abbiamo giocato, ri-montando e ri-sonorizzando. Una rilettura critica che ha unito DJCINEMA ed il duo di dj e producers the electricalz in un progetto sinergico che presenteremo per la prima volta in quei del Leoncavallo. Un nuovo ed inedito montaggio del film sopra al quale il duo cucirà, rigorosamente L!VE, una trama sonora intessuta di beat fra l'elettronica e la techno. [sonorizzazione musicale: the electricalz / montaggio: DJCINEMA]

>>> VJ-SET cinematico
Fino alle prime luci dell'alba, accompagnando le sonorità techno dei torinesi Marcelo Tag + Tek e Patrick Di Stefano e dei milanesi Radio Marelli, proporremo un vj-set monstre che shakererà fra loro i film che compongono la nostra personalissima cineteca, alla ricerca di nuovi significati e collegamenti, per illustrare il nostro progetto e giocare con la settima arte.


Contesto:
in_put è una one night mensile proposta dai dj e producers milanesi b_team & the electricalz creata con l'intenzione di dare vita ad un appuntamento mensile di divulgazione della cultura elettronica sotto forma di musica e immagini, la cui spinta nasce dall'assenza, in una città come Milano, di spazi culturalmente liberi e aperti ad un pubblico ampio ed eterogeneo. La proposta artistica mira a creare una contaminazione tra gli stili differenti che le due crew organizzatrici propongono, con l'obiettivo di mettere in relazione più tipologie di appassionati delle sonorità elettroniche.

LINE_UP

MAIN ROOM

Dj Fresh (Bad Company, Breakbeat Kaos)
b_team djs + dj Skizo (Mother Inc.)
Mike V & Tode (Mother Inc. Back2Back Lifegate Radio)
visual Lab9 & Studio2012

OUTSIDEROOM

the electricalz LIVE
Marcelo Tag e Tek (Nasty Records-Torino)
Patrick Di Stefano (Tonimusic-Torino)
RadioMarelli
visual DJCINEMA


Nota bene:
INGRESSO GRATUITO PER LA SOLA PROIEZIONE DEL FILM “SANGUE – LA MORTE NON ESISTE”.

credits
DJCINEMA
evento itinerante, dedicato all'esplorazione dei rapporti tra dj culture e cinema, finalizzato a nuove forme di fruizione e produzione culturale. DJCULTURE + CINEMA = DJCINEMA

Ideazione e realizzazione Paola Catò e Alessio Galbiati

Web: http://djcinema.wordpress.com
mail: djcinema@email.it

La masseria delle allodole

La masseria delle allodole
di Paolo e Vittorio Taviani

La masseria delle allodole

Trama

1915. In una piccola città della Turchia la guerra sembra lontana, lontane le persecuzioni contro la minoranza armena. È armena la famiglia Avakian, che apre la sua bella casa per il funerale del suo patriarca. Anche il Colonnello Arkan, rappresentante della autorità turca, viene a rendere omaggio. “Grazie di questo gesto di pace…” gli mormora Aram, a nome della famiglia. Dopo molti anni tornerà dall’Italia il figlio maggiore Assadour, che esercita a Padova la professione di medico: a lui il padre ha lasciato la vecchia Masseria delle Allodole. Aram con la moglie Armineh, vivace ed esuberante, la zia Hasmig, il piccolo Avetis e le sue sorelle si preparano ad accoglierlo con impazienza, mentre Nunik, giovane ed esuberante, vive con angoscia la sua relazione nascosta con Egon, un giovane ufficiale turco. Un amore pericoloso, impossibile. Egon appartiene al partito dei “Giovani Turchi” che si sta organizzando segretamente per realizzare il mito della “Grande Turchia”. La famiglia Avakian sembra non avvertire la tempesta che si sta avvicinando: festeggia il restauro della masseria ballando al suono del kocharì. Ma nel maggio l’Italia si schiera al fianco della Francia contro l’Austria e l’Impero Turco. Le frontiere vengono chiuse. Assadour cerca inutilmente, affannosamente, di partire. Deve rimanere in Italia mentre in Turchia il partito dei Giovani Turchi ordina il massacro degli armeni. Rifugiatosi ingenuamente nella Masseria delle Allodole, Aram e tutti i maschi, anche i bambini, vengono raggiunti dai soldati e trucidati. Le donne e Avetis, sopravvissuto perché travestito da femmina, si incamminano in una marcia forzata verso il deserto, dove sono condannate a morire.

Trama

Il fatto che sia stato portato sullo schermo essenzialmente solo due volte (dopo Ararat di Atom Egoyan del 2002), dà la misura di quando quello del genocidio amerno, avvenuto all’inizio dello scorso secolo, sia un tema rimosso o quantomeno ostico per il cinema (per tacere del fatto che oggi in Turchia anche solo citarlo può portare alla condanna a tre anni di reclusione per anti-patriottismo).
Oggi sono i fratelli Taviani ad assumersi il compito di raccontare il tema, basandosi - pur liberamente - sul libro omonimo della scrittrice italo-armena Antonia Arslan (pubblicato in Italia da Rizzoli).
Il risultato è un film dal sapore epico, toccante , che presenta la violenza del caso suggerendola più che mostrandola inutilmente (vedi Passion di Gibson, dove la macelleria sostituisce il vero dolore trasformando un film in un cartone animato), dimostrando un tocco personale nel raccontare un capitolo tra i più bui della nostra storia, unitamente all’Olocausto.
Mentre è mirabile l’intento e grande parte del risultato, è impossibile non notare quanto la confezione appaia televisiva, secondo un costume ormai consolidato - e tutto italiano - che ne attenua un poco il valore visivo.
Un film comunque necessario, scritto a quattro mani dagli stessi registi, e sostenuto da un cast internazionale in cui spiccano Mariano Rigillo, Paz Vega, Tchéky Karyo e la bentornata sui nostri schermi (dopo La sconosciuta di Tornatore del 2006) Ángela Molina.

(Roberto Rippa)


A proposito del film

...Questo nostro film nasce da un senso di colpa. Tre anni fa, quasi per caso, abbiamo scoperto la tragedia armena... sapevamo, credevamo di sapere... Un eccidio di uomini, donne, bambini nel 1915 in nome della ‘grande Turchia’. Decenni sono passati da allora, il popolo armeno attende ancora giustizia e noi – come milioni di altri – quasi ignoravamo tutto questo.

...Da tempo sentivamo il bisogno di avvicinarci con il nostro cinema a quella che è la tragedia più cupa dei nostri tempi: gli eccidi tra popoli fratelli, tra etnie che convivono, qui in Serbia, nel Kosovo, in terre divise da noi solo da un tratto di mare, e in Africa, in Asia...

...L’occasione fu la lettura del bel libro di Antonia Arslan ‘La masseria delle allodole’, un romanzo particolare, qualcosa come una indiretta autobiografia. Antonia è italiana di origine armena, e nel libro ha raccontato l’olocausto della sua famiglia. Romanzo, documento. Per noi due ha segnato l’incontro tra gli eventi del passato e quelli del nostro presente. Ma, come sempre, non ci interessava – e non ne saremmo stati capaci – disegnare un quadro storico. Ci interessava seguire alcune creature, i loro destini particolari, unici, e proiettarli poi in un grande evento collettivo, che si rivela nel suo orrore oggi, ma che affonda le sue radici nel passato. ... Nunik, Armineh, Aram: gli armeni... e Nazim, Arkan, Egon, Yussuf: i turchi... il racconto ha avuto inizio...

...Parlare bene dei propri attori è come fare un complimento a se stessi! Ma il film – davvero – deve molto alla interpretazione di un gruppo di attori bravi, molto bravi, che con passione hanno dato vita ai loro personaggi. Sono italiani, spagnoli, francesi, tedeschi... e, purtroppo, non possiamo avvalerci della presa diretta – lo sapevamo in partenza – ma la rinuncia era calcolata: volevamo scegliere in Europa i volti, le personalità che più corrispondevano alla nostra fantasia durante la scrittura del film. D’altra parte il nostro paese non è oggi l’Europa?

...Anche noi siamo convinti della necessità che la Repubblica turca entri nell’Unione europea, ma anche della necessità che si pronunci pubblicamente sulla verità storica della tragedia armena, così come Germania e Italia hanno affrontato il loro passato criminale.


... Stiamo parlando della Turchia e ci piace ricordare il nostro incontro col pubblico e la critica turca: il festival di Istambul volle dedicare al nostro cinema una retrospettiva ed a ogni proiezione si rinnovava il rapporto di amicizia tra noi e gli spettatori.
(Paolo e Vittorio Taviani)

La masseria delle allodole02
(Fossa comune di armeni durante il genocidio del 1915. Immagine da Wikipedia.org)

La masseria delle allodole (italia, 2007)
Regia e sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani
Soggetto: Antonia Arslan (dal suo libro omonimo)
Musiche: Giuliano Tavani
Fotografia: Giuseppe Lanci
Montaggio: Roberto Perpignani
Interpreti principali:
Paz vega, Moritz Bleibtreu, Alessandro Preziosi, Ángela Molina, Mohammad Bakri, Tchéky Karyo, Mariano Rigillo, Hristo Shopov
117’

01 Distribuzione

Il genocidio armeno su Wikipedia

Zatik - Associazione di amicizia italo-armena

Il giorno 20 aprile avrà luogo una conferenza intitolata "Il genocidio degli Armeni e le leggi che sanzionano il negazionismo" nell'Aula Magna del Liceo di Lugano 1, alle ore 18.00.

Mare nostrum

Mare nostrum
di Stefano Mencherini

Mare nostrum01
(Un tuffo nel mare della Baia di Valona, Albania, giugno 2002.
Foto di Maki Galimberti tratta da www.stefanomencherini.org
)

"Mare Nostrum è un film-inchiesta sui disastri e sulle gravi lesioni di diritti umani e civili compiuti dalle politiche sull'immigrazione in italia da due diversi governi: centrosinistra e destre. In più buona parte del documento filmato è centrato sulle Guantanamo italiane, prendendo spunto da quello che era il piu' grande e il piu' vecchio di tutti: il Cpt "Regina pacis" di San Foca, gestito dalla Curia arcivescovile di Lecce, dove attraverso il film sono stati denunciati per la prima volta abusi, sevizie e torture ai danni degli immigrati internati"
(Stefano Mencherini)

Dietro all’idea di Mare nostrum c’è una legge sull’immigrazione, la famigerata Bossi-Fini-Mantovano, che di fatto è contraria ai più elementari diritti umani, un C.p.t (Centri di permanenza temporanea), il Regina pacis di Lecce (una Guantanamo italiana dove la legge e il rispetto dei più elementari diritti umani paiono sospesi e dove un prete, gestore del centro, si sarebbe divertito, secondo le molte testimonianze, a costringere gli ospiti musulmani a ingerire carne di maiale), assurto a simbolo dell’iniquità del trattamento dei suoi ospiti e un giornalista, l’indipendente Stefano Mencherini che, con pochi soldi (una quarantina di milioni delle vecchie lire) decide di raccontare per immagini quella che è a tutti gli effetti una vergogna del nostro tempo.
Il risultato è film documentario crudo che restituisce una realtà inimmaginabile e sconosciuta ai più proprio per la difficoltà di trovare un canale di larga diffusione disposto a mostrarlo.

Mare nostrum02
(foto di Massimo Sestini tratta da www.stefanomencherini.org)

Da anni, il film è del 2003, l’opera di Mencherini circola per università, centri sociali, scuole, associazioni, scatenando reazioni tanto forti da farlo diventare oggetto di tesi universitarie in mezzo mondo.
Non sorprende affatto sapere che Mare nostrum non sia riuscito ad essere trasmesso dalla televisione nazionale, essendo la testimonianza dei danni che una legge profondamente disumana può provocare a persone che giungono in Italia (ma, alla luce delle recenti prese di posizione popolari in merito all’immigrazione e alla richiesta di asilo nel nostro Paese, non si può dire che l’argomento ci sia sconosciuto), da Paesi martoriati da guerre o molto spesso dalla fame, inseguendo un progetto di serenità che di fatto non troveranno mai, e al Paese stesso che, con una legge, istituisce un concetto pericoloso che vuole che un essere umano possa essere illegale di per sé.

Si tratta questo di un film-inchiesta accurato, che racconta per immagini e parole ciò che la stampa pare essersi sentita a disagio nel raccontare un po' perché il giornalismo pare in molte occasioni avere abdicato all'inchiesta sul campo per abbracciare la più comoda trascrizione di comunicati stampa, ottimi in quanto permettono di evitare di pestare i piedi a chicchessia. Non aiuta il fatto che i centri in questioni siano di fatto inviolabili se non da personalità politiche per le quali i centri si presentano preparati all'uopo quando invece è sufficiente passarci davanti per sentire urlate dalle finestre (come si può notare nel film) storie agghiaccianti. Non sorprenda quindi che il giornalista Fabrizio Gatti abbia dovuto farsi imprigionare sotto mentite spoglie nel c.p.t. di Lampedusa per sfidare la sua inviolabilità e scrivere quindi la sua allucinante testimonianza per L'espresso.
Mare nostrum non fa sconti a nessuno: né alla stampa, che con il suo imbarazzato silenzio priva della giusta informazione la gente, né ai politici, che in visita al Regina pacis si accontentano di vedere ciò che viene fatto loro vedere e neppure, soprattutto, a uno stato che avvalla una legge non solo disumana, il regista ne parla come di una vera e propria legge razziale, ma anche piena di contraddizioni che fanno sì che una giovane prostituta africana (una delle tante nuove schiave, secondo un concetto di schiavitù che la nostra società pare avere accettato come male inevitabile) violentata dal solito branco e minacciata di essere bruciata viva sia meno tutelata dei suoi stessi aggressori da lei denunciati, o che un giovane militare albanese, reso tetraplegico da un incidente e portato in un ospedale italiano da un aereo dell'esercito italiano per impossibilità di trovare le giuste cire nel suo Paese, si trovi improvvisamente a diventare invisibile per l'Italia, che non può più garantirgli le cure.
Mare nostrum è un accurato excursus tra storie raccontate in prima persona, descrizioni della legge, materiale di repertorio, discorsi dei politici e restituisce un'immagine agghiacciante che pare non avere grandi possibilità di modificarsi in un prossimo futuro per l'indifferenza non solo del potere politico o della stampa ma anche per la nostra.
Qualcuno è ancora sorpreso del fatto che non abbia potuto circolare attraverso canali ufficiali?

(Roberto Rippa)

Mare nostrum è stato proiettato alla presenza del suo autore sabato 12 maggio 2007 al Centro sociale autogestito Il molino di Lugano.


Sito ufficiale di Stefano Mencherini

Cinemino - intervista a Stefano Mencherini

Cpt e informazione: come siamo bravi, articolo di Stefano Mencherini per Articolo 21

Mare nostrum, "Mencherini e la Guantanamo italia", da Duellanti, aprile 2005

Mare nostrum, "Un documentario per denunciare la crudele Bossi-Fini", l'Unità, 13 marzo 2003

Mare nostrum, "Scene dalla Guantanamo di casa nostra", Liberazione, 8 maggio 2003

Parlamento italiano, Legge 30 luglio 2002, n. 189: "Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo"

La legge Bossi-Fini da Wikipedia.org

Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), Centri di accoglienza (Cda),
Rapporto sui Centri di Permanenza Temporanea in Italia in un rapporto di Medici senza frontiere del 26 gennaio 2004


Testimonianze raccolte dagli operatori di Medici senza frontiere Italia

Sito della rete Migreurop

Migreurop: Le livre noir de Ceuta et Melilla

Movimento dei senza voce, Lugano

Vito Tommaso

Le musiche di Pinocchio: intervista al Maestro Vito Tommaso
di Mario Verger

Riguardo alle musiche di Un burattino di nome Pinocchio, al Maestro Vito Tommaso dobbiamo: l’indimenticabile canzone composta con Renato Rascel presente nei titoli di testa e di coda del film; la musica teatrale del Gran Teatro dei Burattini col dialogo fra Arlecchino e Pulcinella; l’indimenticabile musica a flauto e ottavino che accompagna Pinocchio mentre saltella e cammina, scelta come motivo conduttore nella sigla della versione americana; la melodia a carillon di quando Pinocchio sogna abbracciando affettuosamente l’albero con, al posto delle foglie, tanti zecchini d’oro; la simpatica musica a fagotto cadenzata e simpaticamente malandrina con Pinocchio in compagnia del Gatto e della Volpe; la marcetta ironicamente macabra di quando il Coniglio viene a prendere Pinocchio che non vuole bere la medicina della Fata; la simpatica musica allegramente incalzante che accompagna Pinocchio mentre si trova nel Paese delle api industriose; l’aria musicale di quando, in crescendo, Pinocchio riabbraccia affettuosamente la Fata Turchina giacendo ai suoi piedi; la musica tetra e simpaticamente drammatica che accentua le scene di Mangiafuoco e del Pescatore Verde; l’introduzione musicale del Circo e del Paese dei Balocchi che reintroduce il tema del flauto; la straordinaria e commovente musica del finale, uno dei temi conduttori del Film, che in un crescendo spettacolare preannuncia la trasformazione di Pinocchio da burattino in bambino vero; e tutte le variazioni dei temi musicali di Un burattino di nome Pinocchio composti dal Maestro Tommaso che accompagnano, di volta in volta, lo svolgersi delle azioni del Capolavoro dell’Animazione Italiana del XX Secolo…

Vito Tommaso01
(Vito Tommaso e Giuliano Cenci nel 1972 alla presentazione del film Un burattino di nome Pinocchio)

Il Maestro Vito Tommaso, quasi settantenne, ha vissuto moltissimi anni in Toscana, abita a Roma ed è un artista coi capelli argentati ma dall’aspetto giovanile e gioviale, con tanto di gilet beige e anello: un sobrio e simpaticissimo uomo di Spettacolo.
Una persona schietta, affabile ed originale come le sue musiche, le quali non perdono tempo a conquistare l’immediata simpatia degli ascoltatori!
Invitato alla sua casa di Viale delle Medaglie d’Oro all’elegante quartiere capitolino di Monte Mario, conversiamo assieme seduti in un originale e luminoso salotto, con tanto di pianoforte nascosto sotto il passante del tavolo, molti registratori, dischi e spartiti musicali. Ero stato a casa sua nel lontano 1981 perché, in quell’occasione, mi regalò un nastrino contenente la canzone di Pinocchio cantata da Rascel, avendone una sola copia su disco. Ma quel giorno lui non c’era ed incaricò il figliolo Gepy di consegnarmela, la quale conservo tuttora come una vera e propria “reliquia” del Pinocchio di Cenci. Vito Tommaso non ricordava oggi la circostanza. Fu lui a presentarmi a Riccardo Paladini, il quale, all’epoca mi mise in contatto a Firenze col Maestro dell’Animazione Italiana Giuliano Cenci.
Ma torniamo al presente: il Maestro ed io, ormai trentaseienne, parliamo del film Un burattino di nome Pinocchio e di Giuliano Cenci il quale, Vito Tommaso non vede da allora.
Tommaso è un artista affabile e diretto, e senza pensarci due volte, col portatile in mano non perde tempo a chiamarlo: «Sono Vito Tommaso, potrei parlare per favore con Giuliano Cenci?». E li, con me presente, il Maestro Tommaso risente la voce del Grande Animatore Italiano Giuliano Cenci a distanza di trentacinque anni…

Maestro Vito Tommaso, oggi 69 anni, creatore delle indimenticabili musiche del Capolavoro dell’Animazione Italiana, Un burattino di nome Pinocchio. Come conobbe Giuliano Cenci?
Io producevo in quel periodo Renato Rascel col quale avevo un rapporto che era molto esteso, molto frequente, e un giorno lui mi dice: “Mi hanno chiesto di dare la voce ad un cartone animato. Ci fai le musiche te?”. E io ho detto: “Certo che te le faccio le musiche”. Infatti, Rascel era stato contattato ed era sotto contratto con Giuliano Cenci per dare la voce a questo cartone animato. E in quell’occasione lì, io, naturalmente dopo essere entrato in contatto con Giuliano Cenci, sono andato allo studio a vedere il film e, una volta visto, ho ideato le musiche che andavano inserite. Una volta composte le musiche, che avevo già progettato di abbinare alle varie situazioni, le ho proposte all’RCA, la quale, allora, aveva le edizioni musicali e faceva moltissimi film. Avevo già fatto La ragazza con la pistola insieme a Peppino De Luca, e ho inciso, diretto, arrangiato e registrato tutte le musiche del Film che poi abbiamo montato allo studio del povero Paladini; e lì ho conosciuto anche la figliola Roberta che poi ha avuto una carriera sia di doppiatrice che di attrice.

Vito Tommaso02
(Renato Rascel a sei anni con Lula. Foto: Giuditta Saltarini)

Quanto tempo ha impiegato a fare le musiche. Lei ha visto prima il Film, e ha cercato un po’ ispirazione nelle immagini?
Certo, come si fa continuamente, cioè prima si ‘guarda’ di che cosa si deve parlare; ovvero si dà un’occhiata profonda all’argomento che va musicato. Dopo io mi son guardato anche i personaggi, i caratteri che avevano, che tipo di Pinocchio era, che tipo di Lucignolo, quali erano i caratteri del Gatto e della Volpe, e dei vari personaggi che sono nel libro di Collodi. E ho dato la mia versione, quella che è sembrata a me la più giusta nel cartone, cioè per sottolineare il carattere di quei personaggi così com’erano stati espressi da Giuliano Cenci e dai suoi collaboratori. C’ho messo un po’ perché naturalmente ogni film, a parte la composizione, ha bisogno poi del fatto tecnico, cioè, uno non solo deve comporre, ma poi deve arrangiare, deve adattare ai vari strumenti, poi li deve dirigere, li deve incidere, li deve montare, mixare e poi montare definitivamente sul film. Quindi è un’operazione abbastanza lunga. Ci vuole sempre un bel po’ di tempo. C’è chi non fa tutte le operazioni, magari chi compone e basta. Poi l’arrangiatore con il direttore d’orchestra incide. Io invece ho provveduto in quegli anni lì a fare sempre tutto da solo. Naturalmente l’RCA ha messo le edizioni, e quindi, come tutti gli editori prendeva una grossa ‘fetta’ dei proventi editoriali.

Mentre registriamo l’intervista, al tocco di un orologio, all’improvviso esce fuori un “cuculo”… E io, ridendo, dico al Maestro Tommaso: …Sembra quasi il cucù del Pinocchio all’Osteria del Gambero Rosso a conclusione della musica di accompagnamento.

…Con l’occasione le chiedo Maestro, come ha fatto ad ideare temi musicali così calzanti alla psicologia dei personaggi? Sentendo il cucù, pensavo proprio alla musica che accompagna la sequenza di Pinocchio assieme al Gatto e la Volpe….
Io, infatti, ho composto le musiche del Pinocchio di Cenci in funzione delle immagini che vedevo. Naturalmente l’adattamento è un fatto assolutamente personale. Di fronte ad una certa situazione le reazioni dei compositori possono essere le più disparate. Ma io ho avuto la mia, ed ho focalizzato il personaggio con le sue caratteristiche ed ho tentato di esprimerle con la musica in maniera che fossero coerenti con le immagini.

Vito Tommaso03(Due grandi attori della commedia italiana: Renato Rascel e Walter Chiari, quest’ultimo conosciuto da Giuliano Cenci a cena con Corrado Mantoni in occasione del provino per il Pinocchio, v. intervista a Giuliano Cenci)

A me è piaciuta in particolar modo la musica finale, quella dove, appunto, c’è la Fata che trasforma Pinocchio da burattino in un bambino vero. E’ quella più commovente….
Adesso… è un pezzo che non lo vedo il film… non mi ricordo esattamente cosa, cosa ci ho messo… Mi pare che fosse un tema coi violini con gli archi… Può essere? Adesso non mi ricordo… perché naturalmente io di temi ne ho composti tanti… non mi ricordo in quelle precise immagini cosa ci ho messo di musiche, dice simpaticamente il Maestro Tommaso sforzandosi di far riemergere una “sua” composizione la cui melodia ha in quel momento sulla… punta della lingua…

Mi vergogno un po’ in quanto mi trovo davanti a lei che ne è il compositore ma se desidera gliela arieggio, fischiandogliela sottovoce, come se lei fosse il confessore e io il penitente…, suggerisco al Maestro Tommaso arrossendo un po’ di vergogna..
E faccia, faccia… mi faccia sentire, fischi pure!, risponde Tommaso, incoraggiandomi e comprendendo il mio imbarazzo, più incuriosito a ritrovare il “suo” ‘motivo’…
Mi avvicino a lui e, con molto imbarazzo, inizio a fischiare uno dei motivi conduttori del Pinocchio, cadenzato però seguendo la sequenza in crescendo conclusiva del Film.
Per quanto da me improvvisato al momento, al Maestro Tommaso rinviene immediatamente, e un po’ divertito dal fatto che non ero propriamente un esperto di musica e un po’ contento che conoscevo così bene uno dei suoi tanti motivi, soprattutto da quel momento mi prende ancor più in simpatia…


Si! Adesso ho avuto, con un…“aiutino”, la fortuna di ricordarmelo, si. Era uno dei temi conduttori, però arrangiato in maniera particolare per quella circostanza, perché c’era la trasformazione da burattino in bambino… e poi “esplodeva” con qualcosa di più fantastico.

Mi fa piacere che le sia piaciuto, dice Vito Tommaso entusiasta anche lui vedendomi emozionato.

Bellissimo… gli dico con ammirazione.

Sono contento! perché più un film piace… in fondo, proviene da noi! (da Giuliano Cenci e Vito Tommaso, N.d.r.)

...sa quante lacrime ho versato? gli aggiungo.
Davvero?!! Ma pensa!, dice il Maestro Tommaso sorpreso e contento che ora “sa”.
C’era una cosa curiosa, mi ricordo: i miei figli, che adesso son grandi, quand’erano piccini, si divertivano a passare un nastrino che hanno distrutto che conteneva le musiche. Un nastrino che io avevo conservato perché, prima di fare il montaggio, me le risentivo; e loro se lo ascoltavano un sacco di volte; e mi ricordo che lo sapevano perfino a memoria. Naturalmente questo nastrino ha fatto una brutta fine… perché poi i registratori sono cambiati, da quelli a nastro siamo passati a quelli a cassettina; adesso a quelli a Mini Disc… insomma… la tecnica è cambiata, oggi c’è l’Hip-Hop, con quello si ascolta tutto, e naturalmente questo nastro non so che fine ha fatto; può darsi che ce l’abbia ancora, ma se ce l’ho dev’essere mal ridotto….

Vito Tommaso04
(Rascel e Totò durante le riprese del film corsivo Io sono il Capataz. Foto: Giuditta Saltarini)

Sempre sulla musica, anni fa, seppi da un noto studioso di cinema, Carlo Montanaro – che all’epoca proiettò il Pinocchio di Cenci alla Mostra del Cinema dei Ragazzi a Venezia – che inizialmente non c’era la canzone finale cantata da Rascel, ma fu aggiunta in seguito.
Un burattino di nome Pinocchio. Si, perché naturalmente la registrazione delle musiche è stata fatta in montaggio con le immagini, ma sui titoli di testa si mette sempre un attimo dopo, in quanto i titoli li fa quello che distribuisce il film o il produttore, voglio dire, lo fanno loro; io ho fornito il disco della canzone mixata la quale, naturalmente, ha avuto un “trattamento” un pochino più complicato, perché lì c’era la sovrapposizione vocale di Rascel, c’era da curare la sua interpretazione, il missaggio in maniera migliore; poi, dovendo uscire un disco, il trattamento era più accurato comunque… E l’abbiamo consegnato quando ce l’han chiesta, cioè, dopo il montaggio delle musiche del Pinocchio.

Poi lo stesso Carlo Montanaro non era certo di questo particolare: inizialmente il film non aveva la canzone?.
Mah.. una volta finito mi pare di si, oppure l’avevano messa in fondo e basta, adesso non mi ricordo bene. In coda c’era di sicuro, in cima non ricordo se c’era… Forse è vero, non l’avevano messa… l’avevano messa solo in fondo.

Che ricordo ha della “prima” del Film?.
Quando Giuliano Cenci fece la prima a Firenze al Cinema che mi pare si chiamasse l’"Arlecchino", quello che sta sui viali, ci fu anche una presenza importante di diversi personaggi, fra i quali anche lo Stilista di Firenze, il Marchese Emilio Pucci, uno dei fondatori della moda italiana; poi c’erano anche diverse Autorità che lui ha ringraziato. Ma, in merito… basta sentire Giuliano Cenci, lui sa tutto, credo che si ricordi meglio di me. Ci andai con la mia famiglia. Addirittura io ci dovrei avere anche una foto… Un momento solo che la prendo. Ci sono io con Giuliano Cenci e sua moglie proprio il giorno di questa presentazione di Un burattino di nome Pinocchio alla presenza delle Autorità.

Sapevo che inizialmente era stata composta un’altra musica per la “sigla”, però poi è stata rifatta, facendola diventare la canzone definitiva.
Questo può essere, siccome sono passati tanti anni, ogni volta che si fa un disco ci sono tante lavorazioni… E vero!… c’erano diversi ‘pezzetti’ che avevamo fatto per tentare di fare una musica adatta al cartone, però tenendo anche presente che ci sono le esigenze del mercato. Perché quando si faceva un disco in quegli anni lì, a parte che c’era una concorrenza spietata, bisognava stare attenti perché Renato, pur essendo un grandissimo artista, era un uomo di una certa età, quindi riconquistarsi il pubblico non era una cosa facile; infatti ci siamo riusciti con Padre Brown ed è stata veramente una grande vittoria… anche lì feci le musiche di commento di tutta la serie e fu una grande soddisfazione riportare Renato sul mercato discografico. E quindi, anche in quell’occasione di Pinocchio, si studiarono tante melodie per arrivare a quella che ci sembrava al più adatta per aver successo e, nello stesso tempo, per essere adatta al film. Certo forse Renato per queste cose era un pochino meno adatto, perché era un ‘melodico’ Rascel; invece mi ricordo che per la canzone di Pinocchio serviva una cosa più giovanile, con i tempi un po’ più moderni, quindi fu un compromesso… ecco; però, insomma… mi pare che era un ‘pezzetto’ carino….

Vito Tommaso05(Renato Rascel ne I racconti di Padre Brown, 1969)

Un ultimo aneddoto su Pinocchio...
Mi ricordo questa frase simpatica che inventò Renato in doppiaggio, cioè, quando lui voleva fare un panino diceva: “Vuoi un panino? Si, con la marmellata, imburrato sopra, sotto… e pure di lato!”…che era una cosa che non aveva mai detto nessuno quello di mettere il burro pure di lato (ridendo…) per fare un panino… il più buono possibile, ecco! Questa è la frase che più mi ricordo sul doppiaggio di Pinocchio.
L’aneddoto che riferisce Tommaso, lo ricordava bene, in quanto tale frase compare in Un burattino di nome Pinocchio nel 4° blocco delle sequenze a chiaroscuro, proprio quando Rascel che fa da narratore dice: «…La Fata ne fu tanto contenta che volle dargli una grande notizia: il giorno dopo, egli sarebbe finalmente diventato un bambino vero, e per celebrare l’avvenimento avrebbero fatto una festa a base di caffellatte e fette di pane imburrate di sotto, di sopra e pure di lato… con regolare leccamento delle dita».

Maestro, un suo ricordo su Renato Rascel.
Renato Rascel ha fatto tanto in tutti i campi: nel canto, nella televisione, nel cinema, nel teatro, nella commedia, è stato un personaggio: un attore multiforme; è stato un piccolo Chaplin; diciamo, non certo come Chaplin, che è stato un artista a livelli elevatissimi, però, Rascel è stato un piccolo Chaplin, quindi va rispettato per questo.

Vito Tommaso06(Renato Rascel con Charlie Chaplin all’Aeroporto di Ciampino. Foto: Giuditta Saltarini)

Lei conobbe anche Renzo Cenci, il fratello di Giuliano?.
Mi pare di averlo visto, ma era suo collaboratore anche lui?

Era il fratello che lavorò con lui.
Ricordo che Cenci mi ha presentato dei tecnici, disegnatori….

Forse si riferisce a Italo Marazzi?
Forse, Italo Marazzi, il suo collaboratore. E poi anche il fratello Renzo mi pare di averlo incontrato, così… di sfuggita… perché sono passati troppi anni….

Vito Tommaso07(Renato Rascel nel 1976)

Lei da quant’è che suona? da sempre immagino...
No, io non ho iniziato da bambino: ho cominciato a 14 anni, perché purtroppo ho avuto una disavventura fisica; io facevo molto sport e a un certo momento ho avuto un attacco alla spina dorsale che non è stato molto ben classificato, se polinevrite o poliomielite leggera, però m’ha bloccato una gamba e in quella circostanza lì ho cominciato a non fare più sport. Già da piccoletto a me piaceva la musica perché suonicchiavo un po’, e allora mi sono ‘riempito’ la vita sempre di più con la musica, ecco… ed è diventata l’attività principale piano piano… io volevo fare l’ingegnere per la verità; infatti ho frequentato a Pisa la facoltà e sono attualmente fuori corso (ridendo…) al quinto anno di ingegneria… e ho 70 anni a ottobre.

Che ricordo ha di Giuliano Cenci?
Ripeto: un signore! Una persona molto per bene che si è infilato nel Mondo dello Spettacolo conservando le proprie caratteristiche di schiettezza, di signorilità e di buon gusto… cosa che, purtroppo, nel Mondo dello Spettacolo si perde subito… (ridendo…)
Il ricordo che ne ho è questo...

Va bene, facciamo gli auguri al Maestro Tommaso e speriamo che ci regali altre delle sue straordinarie musiche. Grazie!

Vito Tommaso09
(L’ultimo CD del Maestro Tommaso Le sigle di Papà, con dedica: «A Mario Verger conservando il ricordo della chiacchierata su “Pinocchio”. Vito Tommaso»)


Mario Verger
Aprile 2007

Sugli Anime e sigle TV si può leggere l’intervista al Maestro Tommaso curata da Daniela Sgambelluri e Mario Verger che trovate qui.


La canzone di Pinocchio cantata da Renato Rascel

Vito Tommaso08

Un burattino di nome Pinocchio
di Renato RascelVito Tommaso (Edizioni Musicali RCA, 1971)

C’era una volta un pezzo di legno, mastro Geppetto
Eppure un grilletto, un grillo parlante.
C’erano pure un gatto e una volpe
piuttosto volponi
con giacche e calzoni.
Un raggio di luce
la Fata Turchina
e in un batter d’occhio era nato Pinocchio.
Sono un burattino di nome Pinocchio
mi stanco perfino a chiudere un occhio
tutto mi è dovuto
nulla devo dare
mi piace mangiare, dormire
e ancor di più giocare
e dopo stanco morto con le braccia dietro il capo
ah, mi devo riposare.
Non dico mai la verità
non voglio obbedire papà
e faccio tutto quello che è contrario a ciò che si dovrebbe far.
Sono proprio un discolo
d’accordo sì però
posso versare lacrime per il mio papà
fino a che non guarirà
poi la Fata apparirà
e il miracolo avverrà.
Ero un burattino di nome Pinocchio
facevo fatica a chiudere un occhio
le lacrime versate
mi hanno fatto uomo.
Invece c’è gente nel mondo che non sa ancora piangere
non sa che nella vita l’uomo è nato per provare
la gioia ed il dolore.
E’ questa la verità
la favola finisce qua
Pinocchio lascia il regno dei balocchi e un bambino diverrà.
E così vivrà
Tra l’umanità.

Fernando Di Leo

Fernando Di Leo01
(Fernando Di Leo, a sinistra, con Mario Adorf)

Fernando Di Leo (San Ferdinando di Puglia 1932 – Roma 2003) inizia a lavorare nel cinema come sceneggiatore di numerosissimi film come i coevi: Una pistola per Ringo (1965), Il ritorno di Ringo (entrambi diretti da Duccio Tessari), Per un pugno di dollari (1964, Sergio Leone), Per qualche dollaro in più (1965, sempre di Sergio Leone) per i quali non viene accreditato (né, spesso, pagato) nonché decine di altri.
Di Tempo di massacro (1966, regia di Lucio Fulci) è anche autore del soggetto. In queste sceneggiature, più strutturate del solito, Di Leo inserisce elementi psicologici e culturali che fino ad allora erano stati trascurati da un genere che veniva considerato e trattato come «di consumo». Il suo debutto come regista avviene nel 1963 con l’episodio Un posto in Paradiso del film Gli eroi di ieri... oggi... e domani... che nel titolo cita il famosissimo Ieri, oggi, domani (dello stesso anno e anch’esso a episodi) di Vittorio De Sica. Segue il dramma bellico Rose rosse per il führer in cui è impossibile non notare l’antimilitarismo del regista.
Nel 1969 dirige il dittico Brucia, ragazzo, brucia e Amarsi male, entrambi pr odotti dalla Ferti (società di produzione di Fernando Di Leo e Tiziano Longo). Il primo, che tratta del piacere femminile, viene sequestrato per oscenità mentre il secondo, che nelle intenzioni
dovrebbe approfondire i temi del precedente, appare meno riuscito e va incontro a un insuccesso al botteghino.

I ragazzi del massacro
(I ragazzi del massacro)

I ragazzi del massacro (1969), tratto anch’esso come Milano Calibro 9 da Scerbanenco, è un film sul sottobosco della delinquenza giovanile di Milano e periferia.
Un gruppo di ragazzi stupra (una tra le violenze carnali più disturbanti viste al cinema) e uccide la sua insegnante. Il commissario che indaga cerca di capire chi possa nascondersi dietro questo atto. Il film mette in evidenza lo stile personale del regista. La bestia uccide a sangue freddo del 1971 è una pellicola girata su commissione sull’onda del successo ottenuto in quegli anni da Dario Argento (1) e considerato poco riuscito dallo stesso Di Leo.
È dell’anno seguente Milano Calibro 9 che, unitamente al già citato I ragazzi del massacro e a La mala ordina del 1972, è parte integrante di un’ideale trilogia sulla Milano di Scerbanenco (2).
Nel 1973, il regista compie la sua terza incursione nel cinema drammatico-erotico, visto dalla parte della donna, con La seduzione, storia di un uomo sedotto sia dalla sua ex compagna, Lisa Gastoni, sia dalla figlia adolescente di lei, Jenny Tamburi. La caratteristica di tutti i film del genere firmati da Di Leo, e contrariamente a tutti i film del genere dell’epoca, è che affidano alla donna, con i suoi desideri, il ruolo di protagonista, lasciando all’uomo la parte del comprimario.

La seduzione01

Nel 1973, Di Leo torna alle amate atmosfere noir con Il Boss che, come racconta Nocturno, vive una disavventura giudiziaria dai toni piuttosto esilaranti in quanto il ministro democristiano per i rapporti con il Parlamento, Giovanni Gioia, si sente in qualche modo diffamato dal film e ne chiede il sequestro ritirando poi, in un secondo tempo, la denuncia.
Nel 1974, a differenza dei «poliziotteschi» in voga all’epoca, in Il poliziotto è marcio (grande titolo che gli costa quasi un nuovo sequestro) l’agente Luc Merenda (attore francese specializzato in ruoli di tutore della legge senza macchia e senza paura) appare dapprima come un eroe e poi viene mostrato per quello che davvero è, un uomo al soldo della malavita.
Colpo in canna (1975) e i coevi I padroni della città e Gli amici di Nick Hezard (1976) spingono più sul pedale della commedia.

I padroni della città01

Soprattutto I padroni della città, forse il più riuscito con il suo ritratto del sottobosco della malavita romana e con il personaggio di Vittorio Caprioli, «Napoli», borseggiatore della vecchia generazione. Sorretto da una solida sceneggiatura e da alcune mirabili interpretazioni, il film presenta scene d’azione efficaci e un finale (una caccia al topo in una fabbrica abbandonata) che tiene lo spettatore con il fiato in gola. Dal canto suo, Gli amici di Nick Hezard è chiaramente ispirato a La stangata (The Sting, 1973, di George Roy Hill) ma la sua povertà produttiva e l'inadeguatezza del protagonista contribuiscono a renderlo un film poco riuscito.

Colpo in canna01
(Ursula Andress in Colpo in canna)

Avere vent’anni (1978), ultimo capitolo del regista sul desiderio femminile, pare non sia stato visto da nessuno nella sua forma originale (3), almeno fino alla pubblicazione del DVD da parte di Raro Video e Nocturno, a causa dei sequestri e dei successivi rimontaggi che fanno sì che sia circolato in più versioni. Nel film, interpretato dalle due stelline della commedia erotica del tempo Gloria Guida e Lilli Carati, due ragazze viaggiano avventurosamente per l’Italia e verranno punite con una morte terribilmente violenta proprio per la loro ostentazione (per l’epoca) di indipendenza e per la loro consapevolezza nella ricerca del piacere.

Avere ventanni01

Negli anni ‘80 Di Leo affronta come molti altri la crisi del cinema di genere e si barcamena con pellicole di minor valore ma in cui è possibile notare l’immutatezza del suo tocco d’autore: Razza violenta, avventuroso costruito sul modello di Rambo, la serie televisiva in sei epidosi L’assassino ha le ore contate, destinata a Raiuno ma mai trasmessa per problemi tra produttore e televisione nazionale, e il suo ultimo Killer Vs. Killers (1985) di cui, come dice Di Leo stesso, il produttore non chiese mai la nazionalità e che quindi è circolato solo all’estero.
Fernando Di Leo è scomparso a Roma il primo dicembre del 2003.

(Roberto Rippa)

Note:

(1)
L'uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, entrambi del 1971, sono grandi successi commerciali di Dario Argento, che hanno dato il via a una lunga serie di gialli italiani che, tentando di emularne le atmosfere e più semplicemente richiamandone i titoli, tentavano di ripeterne il successo.

(2)
Se nei titoli di testa di Milano calibro 9 si legge che il film è tratto da Scerbanenco (ma è in realtà solo ispirato a un suo racconto), nel caso de La mala ordina non c'è alcun riferimento allo scrittore malgrado il film tragga spunto proprio dal racconto Milano by calibro 9, che curiosamente dà il titolo al (quasi) omonimo film di Di Leo, ispirato invece dal racconto Stazione Centrale: ammazzare subito.

(3)
Gran parte dei titoli di Di Leo sono ora disponibili in DVD presso Raro Video.

 

Filmografia di Fernando di Leo

Killer Contro Killers
(1985)
Razza violenta (1984)
Vacanze per un massacro (1980)
Avere vent’anni (1978)
Gli amici di Nick Hezard (1976)
Diamanti sporchi di sangue (1977)
I padroni della città (1976)
La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975)
Colpo in canna (1974)
Il poliziotto è marcio (1974)
Il boss (1973)
La seduzione (1973)
La mala ordina (1972)
Milano calibro 9 (1972)
La bestia uccide a sangue freddo (1971)
I ragazzi del massacro (1969)
Amarsi male (1969)
Brucia, ragazzo, brucia (1969)
Rose rosse per il Führer (1968)
Gli eroi di ieri, oggi, domani (1964)

Bibliografia su Fernando di Leo

Il mensile Nocturno si è occupato in più occasioni di Fernando Di Leo. È consigliata la lettura del dossier Calibro 9 – Il cinema di Fernando Di Leo che contiene, oltre a una lunghissima e accuratissima intervista, schede sui suoi film divisi per argomento o periodo nonché una serie di annotazioni che ne contestualizzano l’opera.
(Nocturno 14, settembre 2003, Cinema Bis Communication s.r.l., Gorgonzola (MI))

Nocturno 14

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