Il potere

Il potere (Italia, 1972)
di Augusto Tretti

Il potere01

Una serie di episodi, ambientati in epoche diverse, raccontano la natura immutabile del Potere: dalla preistoria della scoperta del fuoco, alla Roma di Tiberio Gracco, dalla conquista del West all'Italia del ventennio, fino al boom degli anni '60.
Tra un episodio e l'altro, tre belve feroci discutono amabilmente del Potere, con l'ottimismo di chi sa già di avere vinto.
La grottesca maschera di gomma di Mussolini è solo una delle tante che il Potere indossa, e viene gettata quando non serve più: dopo la pasoliniana "scomparsa delle lucciole", l'uniformità e l'obbedienza delle masse sono assicurate non dalla violenza né dalla propaganda politica ma dalla facile imposizione di un modello di vita improntato alla produzione e al consumo, nella costante ricerca del prossimo bisogno indotto da soddisfare.

Il potere02

Augusto Tretti, "il matto di cui ha bisogno il cinema italiano", secondo Fellini, fa della povertà di mezzi uno strumento espressivo: i suoi attori, tutti non professionisti, anticipano le icone di Ciprì e Maresco.
Un film divertente e ironico, amaro e rabbioso, che non fa che ripeterci che non esistono "poteri buoni", di nessun colore.

(Satanetto)


Il potere (Italia, 1972)
Regia, sceneggiatura: Augusto Tretti
Musiche: Eugenia Manzoni Tretti
Fotografia: Ubaldo Marelli
Montaggio: Giancarlo Raineri
86'

Immagini tratte da Fondazione Alasca
Articolo su Augusto Tretti su Hideout

 

 

Cinemino logo

presenta


IL POTERE
di Augusto Tretti

giovedì 4 ottobre, ore 20.30

CS()A Il molino
viale Cassarate 8
Lugano

www.ecn.org/molino
ingresso libero

Showgirls

Showgirls (U.S.A., 1995)
di Paul Verhoeven

Showgirls01
Nato dal connubio tra il regista Paul Verhoeven e lo sceneggiatore Joe Eszterhas, responsabili appena tre anni prima del successo planetario dello scarsissimo Basic Instinct, Showgirls è senza ombra di dubbio uno tra i film più brutti della storia del cinema. Perché allora viene voglia di consigliarlo? semplicemente perché è uno dei casi in cui sono proprio la bruttezza e l'ingenuità dell’opera a renderla (quasi) sublime.
Improbabilissima storia di una spogliarellista che passa dai pali della lap dance di Las Vegas all'audizione come ballerina di fila in un musical messo in scena dallo Stardust Casino per scoprire che il mondo dello spettacolo non è meno duro e insidioso di quello frequentato fino a quel momento, Showgirls è celebre per scene incredibili come quella che vede un coreografo verificare con le sue stesse mani se una ballerina abbia davvero le mestruazioni come dice. Ma tutto il film è sbagliato: dalla sceneggiatura che pare scritta da un adolescente pruriginoso - le ragazze pare siano interessate solo a parlare dei loro corpi nudi e delle loro unghie – al fatto che i nudi stessi siano talmente insistiti da far perdere al film ogni carattere erotico, per non parlare del montaggio eseguito con il falcetto. La protagonista, poi, non ne azzecca una: è piagnucolosa ma al contempo spregevole nella sua scalata al successo e in più è dotata di un enorme talento, che nel film tutti sembrano notare ma noi no, cosa che non tarda a trasformarla nella nostra eroina. Il film, che nelle intenzioni dovrebbe palesemente scioccare ma invece risulta ridicolo, va recuperato assolutamente, magari nell'edizione speciale della MGM completa di carte da gioco, bicchieri da tequila con il logo del film, un imperdibile video che insegna l’arte della lap dance e un gioco da tavolo. Per quanto riguarda gli extra veri e propri, imperdibile è il commento audio di David Schmader, grande estimatore del film (che definisce “la più incompresa opera d’arte del XX secolo"). Il motivo per cui la MGM lo ha contattato per il commento risiede nel fatto che Schmader ha accompagnato con il suo particolare senso dell'umorismo alcune proiezioni pubbliche del film a Seattle.
La V.I.P. Edition, volutamente studiata per sottolineare se non addirittura enfatizzare il carattere supercamp del film, è consigliatissima per le fredde serate invernali con gli amici (e non mancate per alcun motivo di usare i bicchieri parte della confezione).
La serata perrfetta prevederebbe l'abbinamento con la visione di un altro film ammazza-carriere: l'esilarante Striptease di Andrew Bergman, noto anche per avere trasformato in una sola mossa Demi Moore da attrice da 20 milioni di dollari a film a figurante speciale con raro diritto di parola.

(Roberto Rippa) 

Showgirls (U.S.A., 1995)
Regia: Paul Verhoeven
Soggetto e sceneggiatura: Joe Eszterhas
Musiche: Rena Riffel, David A. Stewart
Fotografia: Jost Vacano
Montaggio: Mark Goldblatt, Mark Helfrich
Interpreti principali: Elizabeth Berkley, Kyle MacLachlan, Gina Gershon, Glenn Plummer
131'

DVD

Showgirls DVD

V.I.P. Edition
Origine: U.S.A.
Etichetta: MGM
Regione: 1
Durata: 131’
2 DVD
Lingue: inglese, francese, spagnolo
Sottotitoli spagnolo, francese
Extra: "The Greatest Movie Ever Made": a commentary by David Schmader, with video commentary on the strip-club dance scene by the girls of Scores / Lap-dance tutorial featuring the world-famous girls of Scores / A Showgirls Diary: storyboard-to-screen featurette / Pop-up trivia track / Original theatrical trailer / Set of Showgirls shot glasses / "Pin the Pasties on the Showgirl" game with pasties and blindfold / Deck of Showgirls playing cards / Six photo cards with party games

Showgirls (VIP Limited Edition)

Showgirls (Fully Exposed Edition)

Origine: U.K.
Regione: 2
Etichetta: MGM
Durata: 125' (6' in meno rispetto al dvd U.S.A.)
Lingue: ENG / FRA / ESP
Sottotitoli ESP / FRA
Extra: trailer

Showgirls [1996]

Il gatto a nove code

Il gatto a nove code (Italia, 1971)
di Dario Argento

Il gatto a nove code01

Trama

In un istituto di ricerca, uno scienziato fa una scoperta sconvolgente: gli individui che possiedono un determinato corredo genetico sono tutti potenziali temibili delinquenti. La scoperta costa la vita al suo fautore e suscita la curiosità di due investigatori dilettanti, un giornalista e un enigmista non vedente che, insieme a una bambina di nove anni, si mettono alla ricerca del colpevole diventando a loro volta obbiettivi di un disegno omicida.

Commento

È curioso osservare come il secondo film di Dario Argento, dopo il successo de L’uccello dalle piume di cristallo dell'anno precedente, sia quello che lui stesso, e parte dei suoi estimatori, meno amano. Eppure per il secondo titolo della sua trilogia zoonomica, il regista romano sceglie di appoggiarsi a una struttura rigorosa – pur scientificamente incongruente - nata da un soggetto di Dardano Sacchetti (con l’indagine poliziesca condotta contemporaneamente da più persone, ognuna delle quali può basarsi su un elemento di partenza diverso) che gli permetta di sbizzarrirsi a livello visivo con quegli elementi (uso della soggettiva, i primi piani stretti sui dettagli, la cura e la ripetizione dei suoni, le morti efferate, l’accuratezza del montaggio) che diventeranno la sua peculiare cifra stilistica e che raggiungeranno il culmine della compiutezza con Profondo rosso (1975) prima che il regista decida di svincolarsi ancora di più dalle strutture cinematografiche classiche, con sceneggiature più o meno rigorose, dedicandosi a storie di carattere soprannaturale a partire da Suspiria (1979).
Mentre i produttori gli chiedono una copia carbone de L’uccello dalle piume di cristallo e tentano di imporgli di girare il film all’estero in quanto ritengono l’Italia poco adatta ad ambientarci un giallo, Dario Argento cerca maniacalmente i luoghi dove ambientare la storia, trovando in Torino, considerata il vertice di un triangolo magico (con Praga-Lione e Londra-San Francisco) e conosciuta per la antica tradizione esoterica, il luogo ideale per la sua storia.
Se Il gatto a nove code è effettivamente un giallo di stampo classico, è nel contempo impossibile non vederci uno stile nuovo per il genere nonché il seme di quello che sarà, per quasi un decennio, il cinema italiano di maggiore successo commerciale, in barba allo sdegno della critica, e maggiormente esportato.

(Roberto Rippa)

Curiosità:

Il gatto a nove code, è il secondo film della cosiddetta trilogia zoonomica insieme a L’uccello dalle piume di cristallo e 4 mosche di velluto grigio. Il successo di questo titoli diede la stura a una quantità notevole di film fotocopia che nel titoli li richiamavano apertamente nel tentativo di ricalcarne il successo. Tra i tanti: La tarantola dal ventre nero (Paolo Cavara, 1971), L’iguana dalla lingua di fuoco (Riccardo Freda, 1971), Sette scialli di seta gialla (Sergio Pastore, 1972), l’italo-spagnolo La volpe dalla coda di velluto (El ojo del huracán, José María Forqué, 1971). Anche il titolo La lucertola dalla pelle di donna di Lucio Fulci si rifa, per scelta dei produttori, ai titoli argentiani ma se ne discosta a livello di contenuto imponendo la peculiare visione di Lucio Fulci.

Tra i motivi di insoddisfazione a riguardo del film, Dario Argento indica il protagonista James Franciscus, imposto dalla co-produzione, in quanto volto troppo americano per la sua storia italiana.

Classe 1960, Cinzia De Carolis, al momento di partecipare a Il gatto a nove code, era reduce dalla sentita interpretazione offerta tre anni prima nella trasposizione del dramma The Miracle Worker di William Gibson nello sceneggiato RAI Anna dei miracoli.
Per scrollarsi di dosso la perdurante immagine di bambina prodigio, posa nuda, sedicenne, per Playboy guadagnando però così solo la parte della protagonista in Libidine di Raniero di Giovanbattista, il Jonas Reiner del porno, in cui interpreta il ruolo di una ragazza oggetto dell’attenzione amorosa di un pitone cui è stato iniettato il cervello di un uomo. Al suo fianco nel capolavoro, Ajita Wilson e Marina Frajese. Ha quindi proseguito la sua carriera lavorando principalmente come doppiatrice.

La traccia Paranoia prima di Ennio Morricone, tratta dalla colonna sonora del film è stata riutilizzata in Death Proof, il segmento di Quentin Tarantino del film Grindhouse.

Il rapporto tra Argento e Torino, nato in occasione della lavorazione di questo film, dura ancora oggi. Il regista, infatti, ci è tornato anche per il successivo 4 mosche di velluto grigio, 1971, per Profondo rosso, per alcune scene di Suspiria, 1977, Non ho sonno, 2001, il televisivo Ti piace Hitchcock?, 2005, nonché l’atteso La terza madre, 2007.

Il gatto a nove code (Italia, 1971)
Regia, sceneggiatura: Dario Argento
Soggetto: Dardano Sacchetti, Luigi Collo, Dario Argento, Bryan Edgar Wallace
Sceneggiatura: Dario Argento
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio: Franco Fraticelli
Interpreti principali: James Franciscus, Karl Malden, Catherine Spaak, Pier Paolo Capponi, Cinzia De Carolis, Horst Frank, Rada Rassimov, Aldo Reggiani, Ugo Fangareggi
112'

Il gatto a nove code02

 

4 luni, 3 saptamani si 2 zile

4 luni, 3 saptamani si 2 zile
(titolo italiano: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, Romania, 2007)
di Cristian Mungiu

4 luni, 3 saptamani si 2 zile01
Trama

Romania, 1987, appena due anni prima che il regime guidato per 34 anni da Nicolae Ceauşescu venga rovesciato: Otilia e Gabjta sono due studentesse universitarie che alloggiano in una casa per studenti. Gabjta è al quarto mese di gravidanza e ha necessità urgente di abortire in un Paese in cui l’aborto è vietato e quindi praticato clandestinamente.
La aiuta Otilia, che dall’esperienza uscirà profondamente traumatizzata.

Commento
(attenzione, il testo che segue contiene elementi rivelatori della trama
e del finale del film)

Il film si apre con le due ragazze che, nella stanza del dormitorio per studenti che abitano, conducono una conversazione priva di dettagli. Sono pochissimi minuti ma a Cristian Mungiu sono più che sufficienti per dire molto della Romania sotto dittatura e non solo a livello di atmosfera. Tutto è nascosto, molto è non detto, la contrattazione è una regola quotidiana così come una sorta di sottile corruzione e il mercato nero impera per qualsiasi genere, dalle sigarette, al caffè solubile alle caramelle.
Poco dopo ci è chiaro cosa le due ragazze si apprestino a fare: una delle due, Gabjta, sta per sottoporsi a un aborto clandestino in un Paese in cui l'aborto è fuorilegge dal 1966 mentre a Otilia pare essere stata affidata l’intera organizzazione dell’intervento: dall’incontro con chi dovrà praticarlo alla prenotazione di una stanza d’albergo fino all’assistenza dopo un intervento che, viste le condizioni, potrebbe essere fatale alla ragazza. Le ragazze sono studentesse del Politecnico, studio che permette loro di evitare i campi di lavoro e permetterà loro, forse, di lavorare in fabbrica. Il dialogo è scarno e sembra sottolineare il grigiore e lo squallore delle atmosfere e degli ambienti ma Mungiu dice molto con le immagini e non di rado gli scarni dialoghi pesano come macigni.
Otilia è una vittima, la vera vittima, in quanto la sua amicizia e la sua lealtà le costeranno molto più di quanto sia lecito pensare. Mentre, nel tentativo di accontentare tutti, si muove per la città debolmente illuminata, la presenza della dittatura è suggerita da molti elementi: il fatto che per uscire dall’albergo debba consegnare i documenti, la totale percezione di paura e di assenza di libertà.
La scena dell’incontro con l’uomo che praticherà l’aborto, il momento della contrattazione del pagamento, con l’uomo che sa di poter chiedere qualsiasi cosa vista la contingenza, è una delle tante scene forti del film e, come le altre, è condotta con assenza di dettagli ma con enorme forza.
La scena del feto abbandonato sul pavimento del gabinetto, una delle più discusse ma certo non la più scioccante, sembra suggerire l’assenza di futuro che attende le due ragazze nella situazione che vivono. E questo sì la rende agghiacciante, così come la scena finale, con le due ragazze sedute al tavolo dello squallido ristorante dell’albergo è un urlo di solitudine e di disillusione.
Cristian Mungiu, classe 1968 e che quindi nel 1987 aveva l'età delle sue protagoniste, sembra conoscere bene il cinema di Fassbinder, soprattutto il tema dell’amore come arma di ricatto capace di piegare chiunque, e firma qui un’opera che spesso viene presentata come un racconto su un fatto preciso e circostanziato ma che in realtà racconta, scena dopo scena, molto di più.
Ottimi tutti gli interpreti con Anamaria Marinca, nel ruolo di Otilia, capace di strappare il cuore allo spettatore senza bisogno di ricorrere a istrionismi che qui sarebbero solo fuori luogo.
Palma d’oro a Cannes.

(Roberto Rippa)

4 luni, 3 saptamani si 2 zile
(titolo italiano: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, Romania, 2007)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Cristian Mungiu
Fotografia: Oleg Mutu
Montaggio: Dana Bunescu
Interpreti principali: Anamaria Marinca, Laura Vasiliu, Vlad Ivanov, Alexandru Potocean, Ion Sapdaru, Teodor Corban
113'

Blog ufficiale (rumeno)

Sito ufficiale (francese)

Capturing the Friedmans

Capturing the Friedmans
(titolo italiano: Una storia americana, USA, 2003)
di Andrew Jarecki

Capturing the Friedmans01
Capturing the Friedmans narra della vita di una famiglia appartenente alla classe media di Long Island, la cui apparente tranquillità viene incrinata quando il capofamiglia Arnold Friedman viene arrestato nel 1987 insieme al figlio Jesse con l'accusa di molestie sessuali su minori. Avendo la famiglia sempre avuto l'abitudine di documentare la sua vita attraverso filmini casalinghi, il filmaker Andrew Jarecki, qui al suo esordio, ha la possibilità di inserirsi (e accompagnare noi) nella loro esistenza quotidiana alla ricerca di indizi, trovando alla fine elementi surreali, più di quanto ci si possa aspettare.
Il film rappresenta un'ottima occasione di assistere alla difficoltà nell'istruire un processo in cui una verità venga a galla tra presunzione di innocenza, desiderio di condanna e isterismo collettivo - lo stesso cui possiamo assistere spesso nelle nostre cronache, in cui la voglia di mettersi il cuore in pace dando un volto a un colpevole tradisce spesso un pregiudizio.
Alla fine Capturing the Friedmans non offre alcuna certezza sulla vicenda, dissemina anzi molti dubbi, ma è un'occasione per vedere la macchina legale, e tutte le fallacie del caso, in azione.

(Roberto Rippa)

Premio speciale della giuria al Sundance Festival del 2003 e candidato all'Oscar nel 2004 come migliore documentario, tra i vari premi ottenuti Capturing the Friedmans ha ottenuto quelli assegnati dal circolo dei critici di Seattle, Boston, San Francisco e New York. E' stato inoltre premiato alla Mostra Internacional de Cinema São Paulo (2003), al Toronto Film Critics Association Awards (2003) e al Documenta Madrid - XX Festival Internacional de Documentales de Madrid (2004).

Capturing the Friedmans
(titolo italiano: Una storia americana, USA, 2003)
Regia: Andrew Jarecki
Musiche: Andrea Morricone
Fotografia: Adolfo Doring
Montaggio: Richard Hankin
107'

DVD
Capturing the Friedmans DVD
Regione: 1
Origine: U.S.A.
Etichetta: HBO Home Video
Formato video: Widescreen 1.78:1
Formato audio: Dolby Digital 5.1
Lingue: inglese
Sottotitoli: inglese, spagnolo, francese
Extra: Filmmaker Audio Commentary / Theatrical Trailer / Unseen home movies from inside the Friedman house / Great Neck Outraged / Uncut footage of the prosecution's star witness / Friedman family scrapbook and hidden audio tapes / The original short film that led to the discovery of David Friedman's secret story / Jesse's life today / An altercation at the film's New York premiere / The Judge speaks out at the Great Neck premiere / A special ROM section with key documents from the family and the case

Capturing the Friedmans

Reazione a catena

Reazione a catena
(noto anche come Ecologia del delitto, Italia, 1971)
di Mario Bava

Reazione a catena01
Grande regista e direttore della fotografia, Mario Bava ha diretto alcuni tra i thriller e gli horror più curiosi (e saccheggiati, soprattutto dal cinema statunitense) del cinema italiano.
Anche questo Reazione a catena (noto negli USA come Bay of Blood, Carnage, Twitch of the Death Nerve) non è affatto il prodotto convenzionale che parrebbe a una prima, distratta, occhiata. Le sue morti efferate e ripetute hanno luogo in un film in cui l’uso del colore e dei suoni tradisce una perfetta conoscenza dei meccanismi della paura. Lasciato libero da una sceneggiatura priva di eccessivo rigore, Bava costruisce un’opera che mescola Eros e Tanathos ed è completamento libero, a livello visivo, nel costruire scene di una efficace violenza cui è tanto debitore il cinema americano di genere (basti vedere il primo episodio di Friday the 13th - Venerdì 13, di Sean S.Cunningham - girato ben nove anni dopo, per capire quale sia stata la fonte di ispirazione, sia a livello di trama che per la rappresentazione grafica degli omicidi. Ma il secondo capitolo della saga contiene addirittura due scene efferate identiche a quelle del film di Bava).
Nato da una sceneggiatura di Dardano Sacchetti dal titolo Così imparano a fare i cattivi, poi mutato dal produttore Zaccariello in Ecologia del delitto solo perché il tema dell’ecologia era allora molto discusso, viene pubblicato con il titolo voluto dal regista. Girato con pochissimi soldi, tanto che l'ambientazione è la villa del produttore a Sabaudia dove, per simulare il bosco, gli attori sono costretti a recitare davanti a un mazzo di rami con foglie, il film non tradisce la sua povertà grazie all'inventiva e alla capacità del regista e alla bravura di Carlo Rambaldi, responsabile degli effetti speciali.
Tra gli interpreti, Claudine Auger, la scomparsa Laura Betti e Claudio Camuso, fratello di Gian Maria Volontè e morto suicida poco dopo avere partecipato al film. Appaiono brevemente anche Nicoletta Elmi, la bambina dai capelli rossi presente di frequente nell’horror italiano anni ’70 e ’80 (da Profondo rosso di Dario Argento a Chi l’ha vista morire di Aldo Lado) e che approderà nel 1987 all’orrida serie televisiva I ragazzi della 3 C al fianco di Renato Cestiè, altro bambino prodigio poi scomparso, qui nel ruolo di suo fratello.
La Raro Video, in collaborazione con Nocturno Cinema, ha pubblicato nella collana “Horror Club” la versione integrale del film. L’audio (mono 1.0) è buono così come il video, a dispetto di qualche spuntinatura qui e là.

(Roberto Rippa)

Reazione a catena (Italia, 1971)
Regia e fotografia: Mario Bava
Soggetto: Franco Barberi, Dardano Sacchetti
Sceneggiatura: Mario Bava, Filippo Ottoni, Giuseppe Zaccariello
Musiche: Stelvio Cipriani
Montaggio: Carlo Reali
Interpreti principali: Luigi Pistilli, Caludine Auger, Claudio Camaso, Leopoldo Trieste, Laura Betti
95'

DVD

Reazione a catena DVD

Regione: 2
Origine: Italia
Etichetta: Raro Video (collana “Horror Club”)
Formato video: 1,85:1
Formato audio: italiano – mono, inglese-mono
Sottotitoli: inglese su audio italiano
Extra: documentario L’arte del delitto (con la partecipazione del regista Lamberto Bava, figlio di Mario), trailer originale.


Mario Bava su Wikipedia (italiano)

Mario Bava su Wikipedia (English)

Il dossier curato da Nocturno su Mario e Lamberto Bava

VIP, mio fratello superuomo

VIP, mio fratello superuomo (Italia, 1968)
di Bruno Bozzetto

VIP01
Non credo esistano dubbi sul fatto che Bruno Bozzetto sia stato e rimanga uno tra i nomi più importanti dell’animazione a livello mondiale. Prova ne siano alcune recenti opere (quelle prodotte dalla Pixar in testa) che lo omaggiano apertamente.
Dotate di un tratto estremamente personale e di un umorismo peculiare, le sue opere dedicate alle avventure del Signor Rossi (Le vacanze del signor Rossi, Il Signor Rossi cerca la felicità, I sogni del signor Rossi, tutte del 1976, Gli sport del signor Rossi, 1975, Il signor Rossi al mare, 1964, e Il signor Rossi va a sciare, 1963, molti tra questi sono pubblicati in DVD in Germania), nonché i capolavori Allegro non troppo (1977) e West and Soda (1965) sono noti in tutto il mondo e rimangono ben saldi nei ricordi di più generazioni.
In VIP, mio fratello superuomo, la stirpe dei VIP, composta da valenti superuomini, ha come ultimi discendenti Minivip e Supervip. Mentre quest ultimo non tradisce la nomea della stirpe, Minivip (doppiato da Oreste Lionello, abituale voce italiana di Woody Allen) è piccolo, debole e sofferente di un forte complesso di inferiorità. Quando i due superuomini entrano in conflitto con una temibile organizzazione criminale guidata da una donna, sarà per Minivip l’occasione di farsi valere.
Il film viene pubblicato in seguito a un restauro che gli ha restituito i colori e le luci originali, accompagnato da extra di grande valore. Bellissime le musiche di Franco Godi, grande musicista, autore delle musiche dei caroselli più noti degli anni ’60 e ’70 e storico produttore degli Articolo 31.

(Roberto Rippa) 

VIP, mio fratello superuomo (Italia, 1968)
Regia e soggetto: Bruno Bozzetto
Sceneggiatura: Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini, Guido Manuli
Art director e scenografia: Giovanni Mulazzani
Animatori: Guido Manuli, Franco Martelli, Giuseppe Laganà, Roberto Vitali
Effetti speciali: Luciano Marzetti
Musiche: Franco Godi
80'

DVD

VIP02
Regione: 2
Origine: Italia
Etichetta: San Paolo
Formato video: fullscreen
Formato audio: italiano (Dolby Digital 5.1)
Sottotitoli: italiano per non udenti, inglese
Extra: materiale promozionale, i bozzetti del film, storyboard, fumetti, dietro le quinte della durata di poco meno di un’ora, biografia di Bruno Bozzetto e altro.

West and Soda

West and Soda (Italia, 1965)
di Bruno Bozzetto

West and Soda01
West and Soda è il primo importante lungometraggio in animazione prodotto in Italia dopo La Rosa di Bagdad e I fratelli Dinamite e può essere a buon diritto considerato come il “primo classico dell'età moderna”. Gli ultimi tentativi compiuti erano quelli condotti durante la guerra da Domeneghini e dai Pagot. Bozzetto mise in cantiere sin dal 1963 a soli 25 anni questo film, la cui lavorazione durò due anni, realizzando un vero e proprio capolavoro della storia animata sotto ogni profilo, specie se si pensa alla sua giovane età. E' importante ricordare che West and Soda ebbe quale sceneggiatore, il noto teorico Attilio Giovannini, lo stesso che curò il soggetto e la sceneggiatura originale de I fratelli Dinamite. C'è di fatto che, per quanto il disegno fosse ‘asciutto’, Bozzetto riuscì incredibilmente a realizzare un film western con attori disegnati; una sorta di Mezzogiorno di fuoco animato.
I dialoghi, lo svolgersi della storia, la psicologia dei personaggi ne fanno un vero e proprio cult-movie del western-spaghetti, al pari dei film di Sergio Leone. Ermanno Comuzio, che definì West and Soda come “la disintossicazione dei luoghi comuni” parlando di uno “schema obbligato, quindi, che Bozzetto non si limita a prendere per il bavero nei suoi aspetti più scoperti, come succede nelle tante parodie con attori in carne e ossa, ma che rovescia completamente nella beffa feroce e nel ricorso all'assurdo: più che ai western da ridere, interpretati da attori comici, West and Soda fa pensare a quelli del cinema comico americano del periodo muto, che si reggevano come è noto non tanto sugli attori quanto sulle situazioni” (1).Soprattutto in West and Soda emergeva tutta la struttura narrativa del lungometraggio tradizionale non disgiunto, però, a geniali trovate comiche. Più che riusciti sono i personaggi come la bionda Clementina, la cow-girl che, con tono sicuro e i pantaloni gonfi ma stretti dagli stivali, manda avanti da sé l’intero ranch all'interno dell'unico appezzamento di terra della grande vallata.

Johnny, il buono, una specie di Gary Cooper in versione spaghetti, è un esile giovanotto dal tono sicuro, sempre con il mozzicone di sigaretta "attaccato" al labbro e col cappello che, spavaldamente, gli copre il viso. Divertente è quando, immerso in una luce da palcoscenico, il protagonista rinnova guardaroba e pistola, trasformandosi in una star cinematografica del filone western.
Gustosi i richiami "attuali": il latte, già imbottigliato, è custodito, come in frigorifero, nel fianco della mucca; il cavallo di Johnny mostra il contachilometri; il ronzino del Cattivissimo fora una "gamba" che gli viene rimessa in sesto perché è a terra. Altro particolare è la carrozza del Cattivissimo munita di un clacson da fuoriserie americana. Interessanti i personaggi di contorno che vivono nella fattoria come le mucche (2) "senza" i contorni, dove solo il viso è delineato dal tratto nero, rappresentate come tre zitelle pettegole di cui, Dolly, ha un fiocco in capo e un rossetto smagliante sulle labbra. Notevole è il cane Socrate, barbone di "nome" e di fatto, che, nonostante si aggrappi sempre alla bottiglia di whisky, è profondamente romantico.
Anche il Cattivissimo, doppiato da Carlo Romano, mostra la notevole ideazione grafica nell'occhio strizzato e nel sigaro sempre passato arrogantemente tra i denti, come anche i due "scagnozzi", che sono il terrore del saloon e della cittadina western, sono più che riusciti: Ursus è in qualche modo più simile al Cattivissimo, Smilzo, dalla barba incolta e dai tratti accidentati e angolosi, trova specie nel duello finale, maggior protagonismo ed efficacia. Non si può, a tal proposito non ricordare la suspance data dal primo piano delle sue dita scarne, mentre lentamente cercano di avvicinarsi al calcio della pistola.
Se questi sono di Johnny i rivali, l’antagonista di Clementina è Esmeralda, la maliarda dal saloon, mandata dal Cattivissimo ad intrappolare Johnny per sapere, dopo essere stato ammaliato dalle sue doti femminili, dove si trova la miniera di pepite d’oro. Nella sequenza in questione è notevole la porta con la targa su cui è scritto E$MERALDA (invece di una ‘esse’ vi è il segno del dollaro), che si “apre” tridimensionalmente in fase di ripresa; come eccellente è lo sfilare dei veli colorati, vagamente flou, che si susseguono in sovrimpressione prima di giungere al salotto dove si trova la donna. I due vengono intravisti in finestra da Clementina, definita da Esmeralda come una "hostess da prateria", la quale riparte, ingelosita in calesse a tutta velocità.
Oltre ad essere un continuo di trovate comiche e divertenti, il film non manca di accenti notevolmente realisti. L'invaghimento di Clementina verso Johnny appare evidente quando, al chiaro di luna, i due prendono il fresco alla terrazza della fattoria, ascoltando il suono lontano delle cicale. Non si può non notare l'eccellente resa che Bozzetto riuscì a dare in questo lungometraggio. Anche gli stati d'animo sono ottimamente descritti: Johnny, imperturbabile, se ne sta sdraiato con tono sicuro di sé mentre Clementina, più lontano, abbraccia un pilastro, sognando romanticamente l'amore ormai sbocciato col suo salvatore, accasciata in forma languida sul recinto della terrazza. Se Bozzetto avesse assunto graficamente un cliché realistico, non ci si sarebbe accorti che si tratta di "attori disegnati". Ma egli non cerca di stupire tramite un segno accattivante; il suo è uno stile personale a tutti gli effetti; vi è anche un’ottima esecuzione degli effetti speciali, come il bagliore delle pepite d'oro e la polvere sollevata dai cavalli realizzate in sovrimpressione, come anche la luce abbagliante del sole.
Interessante è la sequenza, vista in lontananza, in cui il Cattivissimo cerca in tutti i modi ma invano di rovesciare un enorme masso per uccidere Johnny; questa scena, più bozzettiana, ricorda notevolmente alcune parti de I due castelli. Pieno di suspance è il duello finale, ricco anche di trovate; arguta e poetica la fine, quando tutti, Johnny, Clementina, le mucche e Socrate, vanno finalmente via con il calesse del Cattivissimo, verso un sole infuocato al tramonto sotto la bellissima musica western composta da Giampiero Boneschi.

Il film, girato in Eastmancolor, si avvalse, come Direttore delle animazioni e dei Lay-Out, di Guido Manuli, e del giovane Giuseppe Laganà, allora agli esordi; di Franco Martelli e Luciano Marzetti per la ripresa; mentre la direzione artistica e le scenografie vennero curate da Giovanni Mulazzani, Giancarlo Cereda e Libero Gozzini. Non si può non ricordare l'eccellente apporto che diede lo scenografo Mulazzani, con i suoi splendidi sfondi stilizzati, arricchendo notevolmente lo spirito artistico del film.

(Mario Verger)

Bruno Bozzetto01

Note:

(1)
Ermanno Comuzio, Piccola storia del disegno animato italiano, in “Cineforum”, n.153, marzo 1966, p. 234.

(2)
Una somiglianza non da poco con le simpatiche vacche di West and Soda, emerge in uno degli ultimi film Disney, Mucche alla riscossa.

West and Soda (Italia, 1965)
Regia: Bruno Bozzetto
Sceneggiatura: Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini
Dialoghi: Sergio Crivellaro
Musiche: Giampiero Boneschi
Fotografia: Luciano Marzetti, Roberto Scarpa
Direzione artistica: Giovanni Mulazzani
86'

Adua e le compagne

Adua e le compagne (Italia, 1960)
di Antonio Pietrangeli

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In spasmodica attesa che venga pubblicato il bellissimo Io la conoscevo bene del 1965, in cui una bravissima Stefania Sandrelli interpreta la parte di una giovane svampita che si trasferisce a Roma sperando di diventare attrice, Medusa ha pubblicato nella sua collana Cinema Forever Adua e le compagne (1960), altro capolavoro del mai abbastanza celebrato Antonio Pietrangeli.
In questo racconto tardo neorealista, Adua, Lolita, Milly e Marilina sono quattro prostitute che, in seguito alla chiusura delle case chiuse sancita dalla legge Merlin, decidono di aprire una trattoria fuori città. Lo scopo è quello di crearsi dapprima un lavoro onesto e un’immagine rispettabile per poi, una volta consolidata la copertura, utilizzare il locale per esercitare la loro antica professione, aiutate in questo intento da un loro ex cliente, il losco Ercoli.
Adua e le sue compagne iniziano con successo il lavoro in trattoria e con esso una nuova vita, certo più soddisfacente di quella di prima, ma presto Ercoli chiede loro di soddisfare l’accordo preso. Le ragazze però, goduta la rispettabilità che consegue al nuovo lavoro, non sono più disposte a tornare sugli antichi passi. Adua e le compagne racconta dell'impossibilità di intraprendere nuove strade in una società incapace di accettare o quantomeno capire i cambiamenti.
Stranamente non molto conosciuta dal grande pubblico, questa pellicola presenta le interpretazioni di grande valore di Simone Signoret, Emmanuelle Riva, Gina Rovere e Sandra Milo, qui in un inedita pettinatura scura.
Presta il volto all’infame Ercoli Claudio Gora e partecipano al film Marcello Mastroianni, Gianrico Tedeschi, Ivo Garrani e Valeria Fabrizi. La fotografia è di Armando Nannuzzi, vincitore di diversi Nastri d’argento, due per il lavoro fatto per Luchino Visconti in Ludwig (1972) e Vaghe stelle dell’Orsa… (1965).
Il film venne presentato alla XXI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1960.

(Roberto Rippa) 

Adua e le compagne (Italia, 1960)
Regia: Antonio Pietrangeli
Soggetto: Ruggero Maccari, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola
Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Antonio Pietrangeli, Tullio Pinelli, Ettore Scola
Musiche originali: Piero Piccioni
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Eraldo Da Roma
Interpreti principali: Simone Signoret, Gina Rovere, Emmanuelle Riva, Sandra Milo, Marcello Mastroianni, Gianrico Tedeschi, Claudio Gora
106'

DVD

Adua e le compagne DVD
Regione: 2
Origine: Italia
Etichetta: Medusa (collana “Cinema Forever”)
Formato video: 1,66:1
Formato audio: italiano (Dolby Digital 1.0 - mono)
Sottotitoli: italiano per non udenti
Extra: presentazione del critico Maurizio Porro, documentario Prima e dopo il restauro, documentario, galleria fotografica

My Own Private Idaho

My Own Private Idaho
(titolo italiano: Belli e dannati, USA, 1991)

My Own Private Idaho01

Trama

Mike e Scott lavorano come marchette a Portland, nell'Oregon. Vivono per la strada e si vendono a donne e uomini. Mike è gay e sofferente di narcolessia. Abbandonato da bambino, vive nel desiderio di trovare sua madre. Scott è il figlio ribelle del sindaco della città e vive la costante ricerca di mettere in imbarazzo il padre. Mike è innamorato di Scott, il quale però si dichiara eterosessuale. Insieme iniziano un lungo viaggio, alla ricerca della madre di Mike, che li porterà dall'Oregon all'Idaho e quindi in Italia.

Commento

Gus Van Sant, gira My Own Private Idaho quando ancora è reduce dal grande successo del suo Drugstore Cowboy (1989). Si tratta questo di un classico “road movie” che mescola Andy Warhol e William Shakespeare. River Phoenix, in un’interpretazione che gli valse numerosi riconoscimenti, è Mike Waters, un giovane sofferente di narcolessia, malattia che induce un sonno profondo in situazioni di stress. Il suo unico amico è Scott Favor (Keanu Reeves), marchetta come lui, che ha rifiutato i privilegi che gli deriverebbero dall’essere il figlio del sindaco di Portland per vivere per la strada. Scott trascina Mike in un viaggio aleatorio alla ricerca della madre di quest ultimo e di uno spazio loro, qualcosa che possa chiamarsi casa. Capolavoro visivo, storia di un amore non corrisposto e di una vita ai margini.
Van Sant gira il suo film donandogli una struttura non usuale e alcune cose funzionano benissimo (l’uso del colore a sottolineare gli stati d’animo, le copertine animate delle riviste porno nel sexy shop, l’ottima interpretazione di River Phoenix, la colonna sonora composta da classici folk, l’uso della camera a mano) e qualcosa meno (l’ingenuità dell’omaggio centrale a Enrico IV). Sono molti i motivi di interesse che meriterebbero una menzione ma, per dirla in modo semplice, My Own Private Idaho è un classico del cinema americano contemporaneo che necessiterebbe più di una visione per apprezzarne pienamente le qualità artistiche e di intrattenimento.

(Roberto Rippa)

My Own Private Idaho
(titolo italiano: Belli e dannati, USA, 1991)
Regia e sceneggiatura: Gus Van Sant
Soggetto: ispirato a Henry IV di William Shakespeare
Musiche originali: Bill Stafford
Fotografia: John C. Campbell, Eric Alan Edwards
Montaggio: Curtis Clayton
Interpreti principali: River Phoenix, Keanu Reeves, James Russo, William Richert, Chiara Caselli, Flea, Udo Kier
102'

DVD

My Own Private Idaho DVD
Regione: 1
Origine: U.S.A.
Etichetta: Criterion Collection
Formato video: 1,78:1 (il regista ha supervisionato il transfer digitale del film da pellicola 35mm)
Formato audio: inglese (Dolby Digital 5.1), inglese (Dolby Digital Stereo)
Sottotitoli: inglese
Extra: conversazione audio tra i registi Gus Van Sant e Todd Haynes, documentario The Making of My Own Private Idaho, video intervista con il critico Paul Arthur sull’ispirazione di Shakespeare nel film, video conversazione tra il produttore Laurie Parker e Rain Phoenix, sorella del giovane River (1970-1993), libro di 64 pagine contenente saggi di JT LeRoy e del critico Amy Taubin, un articolo del 1991 di Lance Loud, ristampe di interviste con Van Sant, Phoenix, e Reeves.

My Own Private Idaho - Criterion Collection

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