El día de la bestia

El día de la bestia (Spagna, 1995)
di Álex de la Iglesia

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Trama

Il prete basco Ángel Berriartua giunge, attraverso una lettura in chiave cabalistica del Nuovo Testamento, alla convinzione che a Madrid nascerà l’Anticristo all’alba del 25 dicembre del 1995. Certo di essere l’unica persona al mondo ad essere a conoscenza dell’infausto, imminente evento, inizia a commettere qualsiasi nefandezza con lo scopo di richiamare l’attenzione di Satana e strappargli le informazioni necessarie per essere presente alla nascita e porre immediatamente fine alla vita del neonato.
Nel suo proposito è accompagnato da un conduttore televisivo e da un appassionato di musica Death-Metal.

Commento

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(da sinistra: Santiago Segura, Armando De Razza e Álex Angulo)

Raro esempio di commistione riuscita tra commedia e orrore, El día de la bestia non dimentica mai la sua vocazione orrorifica ma de la Iglesia, divertendosi anche a infrangere qualche tabù tra i pochi rimasti, inocula nella storia robuste dosi di satira e ironia che, più che alleggerire il tono horror, lo enfatizzano con efficacia.

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(Storyboard per una scena disegnato da Álex de la Iglesia. Da ClubCultura.com)

Padre Ángel (Álex Angulo) studia le sacre scritture da un quarto di secolo quando scopre, attraverso una lettura in chiave cabalistica dell'Apocalisse di San Giovanni, che tra le pagine è celata la rivelazione della nascita dell’Anticristo, che avverrà di lì a pochi giorni, all'alba del Natale del 1995.
Non conoscendo il luogo preciso della nascita ed essendo intenzionato a uccidere lui stesso il bambino, al mite padre Ángel non rimarrà altro da fare che trasformarsi in una persona cattiva, cattivissima, nella speranza di entrare in contatto con Satana e farsi rivelare l’informazione. Giunto a Madrid, si ritroverà presto a perseguire la sua missione con due alleati: il commesso di un negozio di dischi Death-Metal (lo strepitoso Santiago Segura, assurto alla celebrità mondiale per la trilogia dedicata a Torrente, “el brazo tonto de la ley”, da lui stesso diretta), e dal conduttore di una trasmissione televisiva dedicata all’esoterismo (Armando De Razza, noto per la sua interpretazione di “Esperanza d’Escobar” nel programma di Renzo Arbore, in onda a fine anni ’80, “International D.O.C. Club”).
Il risultato è un film originale (non sono pochi i registi – soprattutto statunitensi – che hanno tentato la commistione senza però riuscire a mantenere l’equilibrio), sfrenato e divertentissimo ma capace anche di soddisfare gli appassionati del “gore”.
Contrariamente allo standard del cinema horror, i personaggi godono tutti di un buon approfondimento e sono ottimamente interpretati (mentre Maria Grazia Cucinotta appare in un piccolissimo ruolo probabilmente unicamente per motivi di co-produzione).

(Roberto Rippa)

Il regista

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Álex de la Iglesia nasce a Bilbao nel 1965, dove inizia a disegnare fumetti in giovanissima età. Laureatosi in filosofia, lavora per la televisione spagnola come scenografo e per il cinema come direttore artistico (Todo por la Pasta di Enrique Urbizu). Gira quindi il suo primo cortometraggio, Mirindas asesinas che lo impone all’attenzione di Pedro Almodóvar che, attraverso la sua casa di produzione El deseo, gli produce il lungometraggio Acción Mutante, che lo fa conoscere a pubblico e critica e gli vale tre premi Goya (per trucco, effetti speciali e direzione di produzione) in patria.
Il suo secondo cortometraggio, El día de la bestia, conferma il suo stile peculiare e ottiene ben sei premi Goya, tra cui quello per il migliore regista.
A Perdita Durango, dal nome del personaggio interpretato da Isabella Rossellini in Wild at Heart di David Lynch (tratto, come il film di Lynch da un romanzo di Barry Gifford), fa seguito Muertos de risas (1997), scritto da de la Iglesia con lo sceneggiatore di sempre Jorge Guerricaechevarría.
Nel 2000 La comunidad ottiene altri tre premi Goya, tra cui quello a Carmen Maura per la migliore interpretazione. 800 balas (2002), primo film da lui prodotto, narra di un cascatore molto attivo nel cinema western americano che veniva girato in Spagna costretto, per vivere, a riproporre con alcuni colleghi le scene dei film da loro interpretati nei cadenti set utilizzati ai tempi.
Crimen ferpecto (intitolato in Italia Crimen perfecto, 2004) è un film denso di umorismo nero che lo impone all’attenzione del pubblico e della critica di tutto il mondo e ottiene sei premi Goya e sia il premio ufficiale che quello del pubblico al Festival du Film Policier
di Cognac.
Nel 2006, De la Iglesia gira l’episodio La habitación del niño per la serie televisiva Películas para no dormir.
La lavorazione di The Oxford Murders, secondo suo film girato fuori dalla Spagna (dopo Perdita Durango), è da poco terminata e la sua uscita è prevista per il gennaio 2008, quando si presume sarà già iniziata la lavorazione di Think About Disney, il suo ottavo lungometraggio.

El día de la bestia
(Spagna, 1995)
Regia: Álex de la Iglesia
Sceneggiatura: Jorge Guerricaechevarría, Álex de la Iglesia
Musiche: Battista Lena
Fotografia: Flavio Martínez Labiano
Montaggio: Teresa Font
Interpreti principali: Álex Angulo, Armando de Razza, Santiago Segura, Maria Grazia Cucinotta, Terele Pávez, Nathalie Seseña.
103’

DVD

El día de la bestia DVD
Etichetta: Alan Young
Origine: Italia
Regione: 2
Formato video: 4:3
Formato audio e lingue: italiano 5.1, italiano 2.0, spagnolo 5.1
Sottotitoli: italiano, spagnolo
Extra: making of, trailer originale, galleria fotografica, filmografie


Sito ufficiale del film

Sito ufficiale del regista

Auto-intervista demenziale del regista

American Pimp

American Pimp (USA, 1999)
di The Hughes Brothers (Albert e Allen Hughes)

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American Pimp è un documentario che tratta, come dichiara senza mezze parole il titolo, la figura del magnaccia americano.
I gemelli Hughes, al loro primo documentario dopo i successi di Menace II Society e Dead Presidents, danno loro la parola lasciandoli parlare del loro stile di vita, delle loro scelte, delle motivazioni e, non ultimo dei guadagni derivanti dalla loro attività e hanno l’abilità di lasciare loro totale libertà nell'esprimersi, cosa che permette il passaggio dalla glorificazione iniziale della professione (delle professioni: parlano anche alcune protette) all’aspetto truce dell’attività, con le inevitabili storie di violenza e sfruttamento.
Diviso in capitoli, tra cui Origins of the Pimp, l'esilarante Pimp Style (sulle motivazioni commerciali e sociali dell'abbigliamento chiassoso per cui sono noti), The Turn Out, Pimp-Ho (Whore), intervallati da scene di film Blaxploitation degli anni '70 in cui la figura professionale è centrale o quantomeno presente come The Mack (1973, di Michael Campus), Dolemite (1975, di D'Urville Martin), Slaughter's Big Rip-Off (1973, di Gordon Douglas) e il capolavoro del genere Foxy Brown (1974, di Jack Hill), American Pimp è una fiera di monili d’oro, abiti costosi quanto chiassosi e automobili di lusso, insomma di uno stile di vita proposto dai suoi fautori come vincente ma non tarda a mostrare la professione per quella che realmente è: un gioco violento di manipolazione psicologica e fisica.
Le poche prostitute intervistate (5 in totale e quasi nessuna al fianco del protettore), confermano e chi tra loro è propensa a equiparare la figura del suo protettore a quella di un manager con conoscenze finanziarie, presto cede anche all’ammissione della schiavitù fisica e psicologica.
Praticamente tutti i protettori che compaiono nel film sono afro-americani, come i registi, che sono figli di un afro-americano e di un'armena, eccezione fatta per il gestore del bordello legale Bunny Ranch, in Nevada.
I fratelli Hughes evitano ogni giudizio morale limitandosi a riprendere le persone, e producono un documentario che giunge alla verità sulla (seconda) professione più antica del mondo lasciando la parola ai protagonisti.
American Pimp
è un ottimo, difficile ma spesso molto divertente, documentario che smonta gli stereotipi più triti sul mondo di cui parla e non trascura di parlare di giochi di potere, differenze tra i sessi e del concetto di sfruttamento nella nostra cultura.

(Roberto Rippa)

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American Pimp (USA, 1999)
Regia: The Hughes Brothers (Albert e Allen Hughes)
Fotografia: Albert Hughes
Montaggio: Doug Pray
Con la partecipazione di: John S. Dickson, Heidi Fleiss (immagini d’archivio), Hugh M. Hefner (immagini d’archivio), Dennis Hof, The Bishop Don Magic Juan, Max Julien, Conan O'Brien (immagini d’archivio), Kenny Redd, Todd Anthony Shaw, Clarence Sims, Andre Taylor
87'

DVD

American Pimp DVD
La MGM ha pubblicato American Pimp in DVD nel 2000 negli Stati Uniti comprendendo nell’edizione una lunga intervista ai registi realizzata nel 2000.

Eichetta: MGM
Origine: USA
Regione: 1
Formato video: Widescreen 1.85:1
Formato audio: Dolby Digital 5.1, Dolby Digital Surround
Lingue: inglese, spagnolo
Sottotitoli: francese, spagnolo
Extra: Independent Focus: The Hughes Brothers, intervista ai registi (24’)

American Pimp


Albert e Allen Hughes su Wikipedia

RCBanner01

Tune in Tomorrow...

Tune in Tomorrow...
(titolo italiano: Zia Julia e la telenovela, USA, 1990)
di John Amiel

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Trama

Negli anni ‘50, il giovane Martin lavora come redattore di cronaca in una piccola stazione radio che aspira a conquistare nuovi ascoltatori grazie all’assunzione di Pedro Carmichael, un famoso e controverso autore di drammi radiofonici.
Quando in città giunge la zia acquisita di Martin, Julia, e i due si innamorano contrastati dalla loro famiglia, Pedro inizia a incorporare nel suo dramma radiofonico quotidiano i dettagli della discussa storia, preannunciandone addirittura gli sviluppi e giungendo a condizionare gli eventi ad essa legati.

Pedro Carmichael:
Life is a shitstorm, and when it's raining shit the best umbrella is art.

Commento

Tratto dal romanzo di Mario Vargas Llosa La tía Julia y el escribidor, scritto nel 1977 e ispirato - pare - al primo matrimonio dello scrittore peruviano, Tune in Tomorrow... è una commedia passata praticamente inosservata dalle nostre parti e spesso maltrattata dalla critica nel suo Paese di produzione.
Ingiustamente perché, a dispetto di alcuni difetti, si tratta di una commedia originale, spesso esilarante, con personaggi ben definiti, dalla sceneggiatura rigorosa nel mescolare dramma e momenti comici.

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(Barbara Hershey, Keanu Reeves e Peter Falk)

Nel film, la pluridivorziata e molto attraente zia Julia fa ritorno a New Orleans, ospite della famiglia di sua sorella, con il preciso intento di trovare un terzo marito, questa volta anziano e ricco, che le permetta di vivere agiatamente. Il suo progetto viene però messo a repentaglio dal giovane nipote acquisito che si innamora di lei e che, forse, non è indifferente neppure a lei.
Non è questo l’unico evento a sconvolgere la cittadina: l’arrivo di un autore radiofonico decisamente controverso, abituato a includere nei suoi drammi incesto, odio verso il popolo albanese, oggetto dei peggiori luoghi comuni razzisti (nel romanzo originale, l’oggetto degli strali è il popolo boliviano e la storia è ambientata in Perù) e altri motivi di scandalo per tenere viva l’attenzione degli ascoltatori, inizia a sottolineare le fasi della storia d’amore tra i due arrivando a pilotarne le fasi decisive nella direzione di un rocambolesco lieto fine.
L’inglese John Amiel mette in scena la storia d’amore e i contrasti tra i due apparentemente improbabili amanti e la alterna alle immagini della rappresentazione del dramma radiofonico ad opera di ottimi attori come Elizabeth McGovern, John Larroquette, Buck Henry, Peter Gallagher e altri.
Peter Falk ruba la scena a tutti nella parte di Pedro Carmichael che, per cercare ispirazione per il suo dramma, si traveste spesso e volentieri e appare cinico (ma lo sarà davvero?) nel cercare nuova linfa per il suo dramma nella realtà manipolando gli eventi.
Tune in Tomorrow... è una commedia sofisticata, benissimo interpretata da tutto il cast, ricca di eventi, ben scritta, non scontata e densa di ironia. Assolutamente da recuperare.
Colonna sonora originale di Wynton Marsalis, che compare anche nel film insieme ai Neville Brothers.

(Roberto Rippa)

Tune in Tomorrow...
(titolo italiano: Zia Julia e la telenovela, USA, 1990)
Regia: John Amiel
Soggetto: Mario Vargas Llosa (dal suo romanzo La tía Julia y el escribidor)
Sceneggiatura: William Boyd
Musiche originali: Wynton Marsalis
Fotografia: Robert M. Stevens
Montaggio: Peter Boyle
Interpreti principali: Barbara Hershey, Keanu Reeves, Peter Falk, Bill McCutcheon, Patricia Clarkson, Richard Portnow, Jerome Dempsey, Richard B. Shull, Paul Austin, Joel Fabiani, Crystal Field, Peter Gallagher, Dan Hedaya, Buck Henry, Hope Lange, John Larroquette, Elizabeth McGovern, Robert Sedgwick
107’

DVD

Tune in Tomorrow DVD
La MGM pubblica il film sia in regione 1 (Stati Uniti) che 2 (Inghilterra). L'edizione inglese (regione 2) presenta il film in inglese, tedesco, francese e spagnolo (sottotitoli in francese, olandese e svedese). L'edizione americana (regione 1) presenta il film in inglese e spagnolo (sottotitoli in inglese, francese e spagnolo). Nessun extra, purtroppo.

Regione 1:

Tune in Tomorrow

Regione 2:

Tune In Tomorrow [1990]

Colonna sonora:

The Original Soundtrack From Tune In Tomorrow...

American Splendor

American Splendor (USA, 2003)
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini

American Splendor01
Trama

Harvey Pekar lavora come archivista presso l’ospedale di Cleveland, la sua città. Se la sua vita lavorativa è fatta di monotonia, spezzata solo da lunghe discussioni sui più disparati argomenti, quella privata non va meglio e solo la lettura, l’ascolto di musica jazz e la ricerca di dischi rari nei mercatini sembrano alleviare la noia.
Durante un'incursione in un mercatino, Harvey conosce Robert Crumb, un artista che disegna biglietti augurali. Quando, anni dopo, Crumb diventa un famoso disegnatore di fumetti, Harvey pensa di trasferire su carta il racconto della sua vita quotidiana.

Harvey Pekar: Wow, you're a sick woman.
Joyce Brabner: Not yet, but I expect to be.

Commento

Film che attraversa più generi, dalla commedia al dramma, dal fumetto al documentario, nel mettere in scena la biografia di Harvey Pekar, una tra le persone più reali, amabili e nel contempo ruvide, apparse nel cinema (e non solo) americano negli ultimi anni.
Harvey è una persona sola che poco o nulla fa per cambiare il suo stato. Nemmeno quando il fumetto da lui sceneggiato, e disegnato da Robert Crumb, inizierà a vendere e ad essere oggetto dell’attenzione della critica, penserà di abbandonare il suo noioso lavoro di archivista o la sua modesta e caotica casetta.
Film assolutamente atipico, tratto dai fumetti autobiografici di Pekar, che non scivola mai nel dramma gratuito, nemmeno quando il protagonista si trova a dover affrontare un cancro, American Splendor mescola le interpretazioni degli straordinari Paul Giamatti e Hope Davis con le apparizioni dei veri Pekar e consorte, senza mai avere l’aspetto di un documentario.
American Splendor è un film assolutamente unico nel suo unire realtà e riproposizione della realtà, con i suoi passaggi dalle scene recitate a quelle che vedono il vero Pekar e ancora con i fumetti che si fondono nelle scene filmate e viceversa e il risultato è un film di grande presa, sorretto da una sceneggiatura rigorosa, da una regia attenta e originale e da interpretazioni straordinarie.
Un film unico, originale, forte nel contenuto e mai scontato. Da vedere assolutamente.

(Roberto Rippa)

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Tra i numerosi altri, American Splendor ha ottenuto il gran premio della giuria al Sundance Festival e il premio della critica al Festival del cinema di Deauville.

Sito ufficiale

American Splendor (USA, 2003)
Regia e sceneggiatura: Shari Springer Berman, Robert Pulcini
Soggetto: Harvey Pekar (dalla serie di fumetti American Splendor),
Joyce Brabner (dal fumetto Our Cancer Year)
Musiche: Mark Suozzo
Fotografia: Terry Stacey
Montaggio: Robert Pulcini
Interpreti principali: Paul Giamatti, Hope Davis, Judah Friedlander, Chris Ambrose, Joey Krajcar, Josh Hutcherson, Daniel Tay, James Urbaniak
E con: Harvey Pekar, Joyce Brabner, Robert Pulcini
101'

DVD

La HBO pubblica American Splendor in un ottimo DVD in cui l’immagine a tratti sgranata corrisponde esattamente a quella del film visto in sala e voluto dai registi. Dal punto di vista dei contenuti extra, la parte del leone la fanno l’esilarante commento audio dei
due registi e di Harvey Pekar, Joyce Brabner, Paul Giamatti, Toby Radlof e Judah Friedlander, e un filmato della durata di circa cinque minuti che testimonia la presentazione del film da parte di Pekar dal Sundance alla prima a New York.

Etichetta: HBO
Origine: USA
Regione: 1
Formato video: Standard 1.33:1
Formato audio: Dolby Digital 5.1, Dolby Digital Stereo
Lingue: inglese
Sottotitoli: inglese, spagnolo, francese
Extra: Audio Commentary With Directors and Cast, Easter Eggs, Special My Movie Year 8 Page Comic Insert, trailer

American Splendor

Harvey Peckar

Pekar è stato uno tra i primi a credere nel fumetto, tradizionalmente adatto alla messa in scena di storie fantastiche per la sua libertà di espressione, come mezzo per raccontare storie reali.
Il suo fumetto nasce nel 1976, mentre lavora presso l'ospedale di Cleveland in cui lavorerà fino alla pensione, grazie ai disegni di Robert Crumb, che inizialmente danno vita, corpo e volti ai personaggi scritti da Pekar. Nel tempo saranno poi diversi i disegnatori che daranno vita ai personaggi di American Splendor (tra cui Alison Bechtel), il cui protagonista è dichiaratamente Pekar stesso, alle prese con la quotidianità e le sue miserie.
Il fumetto ottiene un notevole riscontro da parte della critica e le apparizioni di Pekar al David Letterman Show, con uno scontro in diretta che lo renderà ancora più famoso, lo impongono anche nelle vendite. I primi 17 albi di American Splendor (creati tra il 1976 e
il 1993) vengono pubblicati e distribuiti da Pekar stesso prima di decidere di farsi pubblicare, dal 1994, dalla Dark Horse Comics.
Ai 31 albi di American Splendor vanno aggiunti My Movie Year, 2004, raccolta di fumetti creati nel periodo di lavorazione del film, e Ego & Hubris: The Michael Malice Story, 2006, Our Cancer Year, 1994, scritto con Jyce Branner e The Quitter, 2005.

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Harvey Pekar su Wikipedia

Tarzan Istanbul’da

Tarzan Istanbul’da (Turchia, 1952)
di Orhan Atadeniz

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La greca Onar Films di Vassilis Barounis prosegue nel suo meritorio lavoro di recupero del cinema popolare turco del passato pubblicando una vera e propria gemma, bramata da anni dai collezionisti di tutto il mondo, come Tarzan Istanbul’da (Tarzan a Istanbul) diretto da Orhan Atadeniz e prodotto dal prolifico Sabahattin Tulgar (padre di Kunt Tulgar, regista di Süpermen Dönüyor).
Il film, ovviamente di derivazione dai numerosi Tarzan americani prodotti fino ad allora (ne sono censiti 88 girati tra il 1919 e il 1999. I direttamente coevi di Tarzan Istanbul’da sono Tarzan’s Peril, 1951, di Byron Haskin e Tarzan’s Savage Fury, 1952, di Cy Endfield), trae la sua forza dall’inventiva con cui si sopperisce alla consueta mancanza di mezzi e tecnologia, con il regista che mescola le scene girate con animali presso lo zoo di Izmir con quelle tratte da documentari dell’epoca e vecchi film di Tarzan.
Il film è ovviamente esilarante ma anche convincente per il lavoro certosino di incastro del girato originale con il materiale tratto da altre fonti, dimostrando la grande perizia tecnica di Atadeniz.

La Onar Films pubblica il film con la cura che da sempre contraddistingue le sue pubblicazioni, e se il film appare in condizioni meno che discrete (non partendo da negativo, come appare evidente), con sgranature, spuntinature, cadute di fotogrammi, è chiaro che non si potrebbe pretendere di più da un film turco del 1952 fino ad oggi considerato scomparso.
Dal punto di vista dei contenuti extra, sempre accurati nelle pubblicazioni Onar, troviamo una lunga intervista a Kunt Tulgar, figlio del produttore e qui impegnato come attore nel breve ruolo di Tarzan bambino, ricca di aneddoti sulla sua carriera nel cinema e su quella del padre, approfondite biografie e filmografie, una sequenza della lavorazione scomparsa, trailer e una galleria di immagini dei manifesti.
Impossibile non consigliare il film a tutti gli appassionati del poverissimo cinema di genere turco dell’epoca e un plauso alla Onar Films per l’accuratezza delle sue edizioni.

(Roberto Rippa)

Tarzan Istanbul’da (Turchia, 1952)
Regia: Orhan Atadeniz
Sceneggiatura: Orhan Atadeniz, Sabahattin Tulgar
Fotografia: Sabahattin Tulgar
Montaggio: Yilmaz Atadeniz
Interpreti principali: Tamer Balci. Hayri Esen, Necla Aygül, Cemil Demirel, Kunt Tulgar, Aziz Basmaci
91’

DVD

Tarzan Istanbul’da DVD
Etichetta: Onar Films
Origine: Grecia
Regione: 0
Formato audio: Dolby Digital 2.0
Lingue: turco
Sottotitoli: greco, inglese (anche per i contenuti extra)
Extra: Intervista a Kunt Tulgar (ca. 30 minuti), galleria fotografica, biografie e filmografie, trailer, “Check Sequence” sequenza perduta.
Nota: edizione pubblicata in 1'200 copie numerate.


Trailer (YouTube)

Onar Films

Onar Films Blog

RCBanner01

La bonne conduite - Cinq histoires d’auto-école

La bonne conduite - Cinq histoires d’auto-école (Svizzera, 1999)
di Jean-Stéphane Bron

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Cinque incontri, dieci vite raccontate per sommi capi nello spazio ristretto dell’abitacolo di un’automobile. Ci sono un ragazzo indiano, adottato da una famiglia svizzera, che non vuole conoscere nulla del suo passato ma nemmeno si sente conciliato con il suo presente e inoltre si scontra con un istruttore di guida carico di pregiudizi; una donna che non è riuscita a ottenere la patente nel corso dei precedenti esami ma che trova nel suo maestro di guida, un uomo vietnamita, un vero e proprio filosofo capace di aprirle gli occhi non solo sulla guida; un ragazzo marocchino che insegna a un giovane calciatore brasiliano che gli risveglia un rimpianto; un ragazzo afgano che, malgrado sia attanagliato dall’angoscia per la sua famiglia che non risponde alle sue lettere da mesi, riesce a sorridere e sviluppa un rapporto con la sua anziana insegnante di guida trovando con lei più di una affinità; una donna portoghese che prende lezioni di guida dallo stesso istruttore del figlio morto di cancro.
La bonne conduite, documentario prodotto dalla televisione svizzera ambientato nel canton Vaud, è un’opera delicata, che dice molto più di quanto possa apparire superficialmente e affronta argomenti come integrazione, rimpianto, difficoltà di conoscere persone in un Paese “dove le porte e i cuori sono chiusi” (per dirla con le parole di Madame Daisy, svizzera, una delle protagoniste) e dove è facile sentirsi sempre ospiti, più o meno tollerati, anche dopo anni.
Jean-Stéphane Bron, regista di Connu de nos services, filma le persone negli abitacoli delle auto e, talvolta, nei loro spazi privati e non giudica, limitandosi a raccontare molto attraverso poche parole in un documentario a tratti esilarante e sempre commovente.
Da vedere, soprattutto in un'epoca come la nostra popolata da loschi figuri, rappresentanti di una "politica" d'accatto e meramente contabile, che instillano nella gente la paura per tutto ciò che loro ritengono essere diverso.

Presentato alla 52. edizione del Festival internazionale di Locarno nella sezione Perspectives suisses, La bonne conduite ha ottenuto il premio della giuria al DoubleTake Documentary Film Festival (il predecessore del Full Frame Documentary Film Festival, che si tiene nel North Carolina, negli Stati uniti) ed è stato premiato al Newport International Film Festival.

(Roberto Rippa)

La bonne conduite - Cinq histoires d’auto-école (Svizzera, 1999)
Regia: Jean-Stéphane Bron
Testi: Jean-Stéphane Bron, Antoine Jaccoud
Musiche: Louis Crelier
Fotografia: François Bovy
Montaggio: Karine Sudan
35mm
54’

DVD

La bonne conduite DVD
Titolo: Coffret Jean-Stéphane Bron
Origine: Svizzera
Etichetta: Media Polis
Regione: 0
Formato video: 16/9
Formato audio: Stereo
Lingue: francese (+ tedesco per Mais im Bundeshuus – Le génie helvétique)
Sottotitoli: tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo
(+ cinese e arabo per Mais im Bundeshuus – Le génie helvétique)
Extra: interviste a Jean-Stéphane Bron e ad alcuni tra i personaggi apparsi nei suoi documentari, trailer, presentazione di Catherine Ann Berger, critico cinamtografico e giornalista della televisione svizzero-tedesca.
Informazioni: il confanetto contiene i documentari Connu de nos services (1997, 54’), La bonne conduite (1999, 60’), Mais im Bundeshuus - Le génie helvétique (2003, 90’)

Karanlik Sular

Karanlik Sular
(titolo internazionale: The Serpent’s Tale, Turchia, 1993)
di Kutluğ Ataman
Karanlik Sular01
Considerato dalla critica internazionale il migliore film horror prodotto in Turchia (Pete Tombs nel suo libro Mondo Macabro: Weird & Wonderful Cinema Around the World lo descrive come una “sceneggiatura di Dario Argento diretta da Alain Robbe-Grillet"!), Karanlik Sular di Kutluğ Ataman è effettivamente un film di grande presa, in cui la ragione lascia spazio all’irrazionale in un’atmosfera sospesa e inquietante che lo distanzia notevolmente dai consueti canoni del cinema horror.
Alla base della vicenda narrata, c’è un antico manoscritto che nasconderebbe, se opportunamente tradotto, il segreto del viatico verso la vita eterna. Ovvio che siano molte le persone interessate ad accaparrarselo, tra cui una secolare principessa bizantina (che appare nelle vesti di una bambina vampira) e una multinazionale.
Il manoscritto pare sia nelle mani di un giovane che però sembra essere morto anni prima. Ovviamente il prezzo per l’ottenimento del manoscritto sarà carissimo.
Karanlik Sular è un film che trae grande vantaggio dalle sue particolari atmosfere visive (il regista è un videoartista conosciuto in tutto il mondo) e, anche se non si preoccupa di chiudere sempre le sue tante sottotrame, tiene lo spettatore incollato allo schermo grazie a una vicenda ricca di colpi di scena e un ritmo che permette una costruzione attenta della storia e della tensione.
L’indipendente Onar Films di Vassilis (Bill) Barounis pubblica il film con la consueta cura (a dispetto del fatto che il DVD non è stato pubblicato partendo dal negativo che pare essere introvabile) in 1'200 copie numerate, arricchendolo con interessanti contenuti extra, in cui la parte del leone la fa l’intervista al regista.

(Roberto Rippa)

Il regista

Kutluğ Ataman01
Kutluğ Ataman è nato nel 1961 a Istanbul dove si è diplomato al Lycee of Galatasaray e laureato alla Mimar Sinan University, prima di trasferirsi a Los Angeles, dove si diploma in cinema presso la University of California.
Dopo avere fatto ritorno in Turchia, si trasferisce a Londra, dove espone le sue video-installazioni in numerose gallerie (The Serpentine Gallery, Barbican Art Gallery, Tate Britain). È stato inoltre il primo artista turco a essere esposto alla Documenta 11 di Kassel, in Germania.
Il suo primo cortometraggio, La fuga (1988), è stato presentato in numerosi festival ottenendo, tra gli altri, il primo premio al New York International Film Exposition in 1988 e un certificato di merito al Chicago Film Festival l’anno seguente. Il suo primo lungometraggio, Karanlik Sular, che coniuga cinema popolare e sperimentale, si è imposto all'attenzione della critica internazionale.
Nel 1999, Ataman ha diretto un video della durata di otto ore, Semiha B. Unplugged, su una famosa cantante turca d’opera, condannata per la sua relazione con il poeta esiliato Nazim Hikmet. Gay dichiarato, i lavori di Ataman esplorano spesso il tema dell'identità sessuale: Lola + Bilidikid del 1999 racconta del diciassettenne Murat che, scappato di casa dove la sua omosessualità costituisce un problema e giunto a Berlino, incontra Lola, una transessuale che lo aiuterà ad accettarsi. Il film ha ottenuto il Teddy Award al festival del cinema di Berlino.
Il terzo, e al momento ultimo, lungometraggio, 2 Genc Kiz, 2005, gli è valso il premio come migliore regista all'Uluslararasy Istanbul Fylm Festyvali (Istanbul International Film Festival)

Karanlik Sular
(titolo internazionale: The Serpent’s Tale, Turchia, 1993)
Regia, sceneggiatura: Kutluğ Ataman
Musiche: Blake Leyh
Fotografia: Chris Squires
Interpreti principali: Gönen Bozbey, Metin Uygun, Daniel Chace, Semiha Berksoy, Eric Pio, Haluk Kurtoglu, Numan Pakner, Cevat Kurtulus, Beste Cinarci, Tülin Oral, Giovanni Scognamillo
83’

DVD

Karanlik Sular DVD
Origine: Grecia
Etichetta: Onar Films
Regione: 0
Formato audio: Dolby Digital 2.0
Lingue: turco, inglese (entrambe le lingue sono parlate nel corso del film)
Sottotitoli: inglese (per le parti di dialogo in turco), greco
Extra: intervista con il regista, galleria fotografica, biografie, filmografie, rassegna stampa europea e americana, trailer
DVD pubblicato in 1'200 copie numerate

Trailer

Onar Films

RCBanner01

The Diabolikal Super-Kriminal - Prima mondiale

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Dopo quarant'anni (grazie all'indulto mastelliano?) ritorna Killing il re del crimine nel pop documentario The Diabolikal Super-Kriminal a lui dedicato, 73 minuti con le testimonianze dei reduci del fotoromanzo sexy-noir più censurato al mondo: le attrici e gli attori originali Erna Schurer, Gabriella Giorgelli, Liliana Chiari, Paul Muller, Rico Boido, John Benedy, il Tarzan italiano Vito Fornari e lui, per la prima volta smascherato, l'attore sconosciuto che interpretò il "diaboliko super-kriminale" per tutta la serie. In più ci sono le illustri testimonianze di alcuni "addetti ai lavori" come il regista e scrittore Corrado Farina (Hanno cambiato faccia, Baba Yaga), il regista Romano Scavolini (Nightmare, Le ultime ore del Che) e il fumettista Massimo Semerano. Il tutto condito con degli inediti 8mm girati da uno degli sceneggiatori di Killing all'interno della casa editrice Ponzoni nel 1966, e con una strabiliante fiction realizzata per l'occasione con Killing e Dana protagonisti. Presentano la serata Mort Todd della Comicfix, il supervisore di Sadistik (l'edizione americana di Killing), lo scrittore Valerio Evangelisti (Eymerich), Gabriella Giorgelli e lui, sempre lui, il Killing originale!!!!

ATTENZIONE:
la data della prima mondiale è stata anticipata a giovedì primo novembre
(ore 22.00).

Per maggiori informazioni: www.ravennanightmare.it e/o ravenna@melies.org

Sito ufficiale

Articolo su The Diabolikal Super-Kriminal (Cinemino)

Tre Rose - Enciblog sul cinema italiano di genere

Tre Rose Blog

Dell'interessantissimo Podcast di Tre Rose, dedicato al cinema italiano di genere tra il 1962 e il 1982, avevamo parlato qui. Ora Tre Rose è anche un blog, anzi il primo enciblog sul cinema italiano di genere, con schede approfondite sui film, commenti della critica, le recensioni della redazione e commenti sulla qualità tecnica dei DVD.

Imperdibile, esattamente come il Podcast, e caratterizzato dallo stesso, altissimo, livello di competenza, il blog si propone di catalogare il cinema italiano di genere, alto e basso. Lo trovate qui.

Il mondo di Bruno Bozzetto - Bruno Bozzetto cinematografico

Il Mondo di Bruno Bozzetto
di Mario Verger

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(il giovanissimo Bruno Bozzetto con Norman McLaren, a Cannes nel 1958)

Prima parte: Bruno Bozzetto cinematografico

Bruno Bozzetto emerse subito poiché, giovanissimo, mandò un film al Festival di Cannes e vi fu un corrispondente italiano che scrisse: “Bozzetto meglio di Sophia”. La notizia rimbalzò su tutti i quotidiani italiani ed il suo nome divenne immediatamente famoso. Non trovo migliori parole per descrivere come questo straordinario autore si impose, appena ventenne, sulla scena del cinema di animazione internazionale capovolgendo completamente – ma mantenendone ugualmente i canoni – quello che era stato fino ad allora il cartone animato in Italia.
Era il 1958. Ed il film di cui parlo è Tapum! La storia delle armi, girato in 16 mm dal giovane Bozzetto, adoperando l'asse da stiro di sua madre, ‘riadattato’ a verticale con quintali di scotch che sorreggevano la cinepresa.

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(Tapum! La storia delle armi)

Tapum! metteva immediatamente in evidenza quell’ottica ironica e pessimista che accompagnerà la visione di Bozzetto durante tutta la sua carriera. La “storia delle armi” altro non è che la storia dell'evoluzione degli esseri umani basata sulla prevaricazione dell'individuo sui propri simili. In questo variato excursus sulla volontà di dominio e sul “progresso”, Bozzetto raccontò l'evoluzione umana nella sua innata tendenza catastrofica, dalle origini fino alla sua distruzione, per ricominciarne daccapo il processo.
Graficamente, il giovane Bozzetto si distinse immediatamente per il suo stile straordinariamente efficace e personale. I suoi disegni, pur essendo sapientemente stilizzati, si accompagnano sempre ad una gran freschezza d'espressione, poiché privati di ogni appesantimento stilistico, rendendoli “aerei” e spensierati senza che lo spettatore si senta condizionato da alcuna leziosità di contorno e forme.
Bozzetto, pur mantenendo alcuni elementi di semplicità dello stile italiano dell'epoca, si affacciò direttamente verso le nuove tendenze americane degli U.P.A., che avevano ideato uno stile molto più "asciutto" e geometrizzato per adattarlo ai costi ridotti di stop animation.

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(Una rarità: uno dei primi libri di Giannalberto Bendazzi su Bruno Bozzetto)

L'animazione in Italia fino ad allora era stata quella di Domeneghini, dei Pagot, di Rubino, di Gibba, ossia, si nutriva di quelle caratteristiche iconografiche di Biancaneve e i sette nani di Disney, “infarcite” di tutta la tradizione della pittura italiana del primo Novecento. E’ il caso di ricordare, però, che dal primo lungometraggio, Disney, o sarebbe meglio dire "la Disney", era andata di gran lunga avanti: aveva visto la guerra e dopo i diversi successi riscontrati con Pinocchio e Fantasia aveva conosciuto anche la crisi; una crisi non tanto artistica quanto economica. Disney aveva assaporato gli scioperi per i salari considerati troppo bassi dai suoi dipendenti e contemporaneamente i costi dell'animazione erano aumentati a dismisura. Nel 1953, infatti, uno dei veterani della Disney, Ward Kimball, diresse il primo cortometraggio sperimentale in cinemascope, Toot, Whistle, Plunk and Boom, una storia molto rapida della musica – dalla preistoria a quella contemporanea – ed è proprio questo il film al quale il giovane Bozzetto si ispirò. Un'altra questione da chiarire è il grande fascino che Bozzetto subì da Disney e dalla sua Arte. Spesso si è sentito parlare di Bozzetto come “l'anti-Disney”, dando per scontato, evidentemente, che il regista milanese fosse in netta antitesi col Mago di Burbank, o, peggio ancora, non ne condividesse né idee né concetti. Tale equivoco, poi intelligentemente strumentalizzato per cercare di creare una ‘scuola’ italiana alternativa a quella d’oltreoceano, era nato quando Massimo Maisetti, uno fra i massimi studiosi di cinema d'animazione contemporaneo, pubblicò nel 1974 il saggio Bruno Bozzetto: l'anti-Disney.
In questo scritto, Maisetti aveva parlato peraltro di come Bozzetto si rifacesse direttamente al Disney di prima maniera di The Kondike Kid, che a sua volta si ispirava a La febbre dell'oro di Chaplin. Maisetti, infatti, spiegò che Bozzetto tende ad un discorso in cui la battuta non è mai fine a se stessa, ma conduce ad una riflessione realistica sull'uomo (1). In questo, Bozzetto pare estremamente vicino a Disney. Entrambi orientano le proprie tematiche sugli esseri umani e sulla loro maniera di agire; mentre Disney li rende "interpreti", facendone emergere sentimenti, vizi e virtù, Bozzetto preferisce dirigerli dall'esterno, come un osservatore solitario che guarda minuzioso lo svolgersi di una scena da lontano. Entrambi, però, non fecero altro, l'uno, con la voglia di muovere l'anima degli attori disegnati e l'altro, con divertito sarcasmo, di mettere in evidenza le caratteristiche più intime dell'umanità.
Che Bozzetto sia di Disney un grande ammiratore ed i suoi film siano del grande Disney i diretti discendenti in chiave riletta, lo si intuisce con evidente facilità.
Io sono un misto di Walt Disney e Mc Laren, aveva detto Bozzetto nel 1986, e questi sono due personaggi assolutamente antitetici. Non si può stabilire con chiarezza da che cosa si viene influenzati, si ricevono degli stimoli e quelli più nuovi ti colpiscono soprattutto se ci si rende conto che sono alla nostra portata e che possiamo "farli" anche noi; quando invece ci troviamo di fronte a qualcosa di enorme
ci spaventiamo. Perciò consiglio sempre di non copiare Walt Disney
(2).
Bozzetto, che si trovò a Cannes nel 1958 con Tapum!, ebbe modo di stringere amicizia con McLaren, il celebre maestro d'animazione canadese, con cui condivise quella geniale freschezza e spontaneità che caratterizzavano alcuni dei suoi primi film. Come ho detto – e fu lui stesso a confermarmelo – Bozzetto "partì" da Disney.
Inoltre, fin da giovanissimo guardò subito a ciò che offriva la scena internazionale: apprezzava Disney, amava McLaren, conosceva il cinema di Yoji Kuri; voleva, in poche parole, divenire ‘universale’. L'anno successivo, pur non avendo ancora iniziato un'attività professionale, andò in Inghilterra seguendo dei corsi di animazione tenuti da John Halas, il quale, notando le qualità del giovane e già conosciuto regista (Tapum nel frattempo aveva ricevuto diversi premi e consensi in ambiti internazionali) gli produsse La storia delle invenzioni (1959).

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(La storia delle invenzioni)

Per certi versi simile, ma più articolato e maturo, il nuovo film di Bozzetto appare molto più vicino al suo stile definitivo. Più che una storia del progresso, Bozzetto spiegò come i processi innovativi e le ideazioni nascano spesso da circostanze fortuite. Curioso il finale in cui l’uomo solo, in mezzo al caos cittadino, sogna un pianeta per stare lontano dalle sue invenzioni.
Prima di passare all'attività professionale di Bozzetto, ritengo sia il caso di ricordare alcuni suoi film giovanili.
Bozzetto si appassionò, sin da quand’era studente al liceo Beccaria di Milano, di cinema dal vero. Realizzò diversi cortometraggi a passo ridotto, con protagonisti amici e compagni di scuola. Spesso e volentieri succedeva che per averli a disposizione era molto difficile, tanto che decise di avere i suoi attori come e quando voleva, “disegnandoseli da sé”.
E' del 1953, infatti, il suo primo film, un Donald Duck cartoon disegnato dapprima su un semplice quaderno a quadretti e successivamente ripreso con una cinepresa otto millimetri. Interessante è la scelta del papero disneyano di cui si intravede la preferenza con Topolino che, al contrario, è privo proprio di quei ‘difetti’ su cui Bozzetto baserà le sue tematiche, preannunciando in tal modo, anche se in forma ancora latente il famosissimo personaggio del signor Rossi.
Del 1957 è Fantasia indiana che in modo ancora rudimentale annunciava le parodie western bozzettiane, come nei Caroselli di Unca Dunca, e di West and Soda. Oltre ad una parentesi dal vero, durata per tre anni, con Il cerchio si stringe, Piccolo mondo amico, I gatti che furbacchioni e Filo d'erba, nel 1958 Bozzetto tornò all'animazione, stavolta con Tico-Tico, un micrometraggio inciso direttamente su pellicola 16 mm., e Partita a dama, realizzato a ritagli. In entrambi si intravede come Bozzetto avesse già appreso molto da McLaren.
Se il primo ricorda, infatti, Blinkity-Blank, il secondo non è dissimile di Rythmetic (entrambi del maestro canadese) in cui l'animazione di ritagli gioca molto sull’attenzione dello spettatore. Ma già in Partita a dama, le pedine, muovendosi da sole, hanno modo di mostrare la loro rivalità, giocando sull'antitesi umana esprimendo le problematiche che Bozzetto svilupperà di lì a poco.
Con il 1960 il regista milanese iniziò la sua attività professionale fondando la Bozzetto Film.

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(Il Signor Rossi)

Il personaggio del signor Rossi, protagonista di una numerosa serie di cortometraggi, nacque a quanto pare abbastanza casualmente: Il signor Rossi è la caricatura di un signore che era allora il direttore del Festival del Film Artistico di Bergamo, raccontò Bozzetto, Egli rifiutò al Festival un mio film mentre in Selezione avevo visto dei film ben peggiori del mio. E' così che nacque un Oscar per il signor Rossi, che è la storia di un uomo che, dopo aver visto il suo film rifiutato ad un festival, taglia, graffia, scarabocchia la pellicola e il film così ridotto vince l'Oscar (3).
E’ interessante notare che in Un Oscar per il signor Rossi, la mascotte bozzettiana è ancora in uno stato rudimentale, non avendo ancora acquisito quella sicurezza da “star” conferitagli nei film successivi: egli infatti è un omino piccolo, sperduto, paragonabile quasi al primo Mickey Mouse, a cui mancavano ancora guanti e vestiario.

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(Un Oscar per il signor Rossi)

Bisogna anche notare che, se il signor Rossi non era ancora diventata la creatura numero uno di Bruno Bozzetto, già aveva le carte in regola per esserlo: era la versione italiana sia dell'ispettore Clouseau della Pantera Rosa, sia di Gustavo dell'ungherese Jozsef Nepp. In una sola parola, Bozzetto aveva trovato la traduzione in lingua italiana di un vocabolario universale. Anche perché, negli anni '60 era molto usato il personaggio di profilo e con entrambi gli occhi in prospetto, di cui l'Italia non aveva ancora un proprio ‘ambasciatore’. E Bozzetto adattò al signor Rossi tutti quei vizi e difetti, nonché abitudini, dell'italiano medio, mettendo una serie di elementi comuni, come il cognome comune, le aspirazioni comuni, i difetti comuni, i quali fecero di un personaggio "comune" il prototipo dell'italiano piccolo-borghese, creando, in altre parole, un “personaggio da un non-personaggio”. Sin dall'inizio Bozzetto descrisse il signor Rossi come un omino anonimo, subalterno, vittima della società e, nei primi cortometraggi, appare più minuto, quasi succube delle situazioni cui va incontro.
Del 1961 è Alpha Omega ed in questo film Bozzetto continuò a dimostrare in modo incisivo di volersi avvicinare ad disegno capibile ovunque. I “cartelli” iniziali sono tradotti in varie lingue e ciò per rendere l’opera più universale. Già a partire dai titoli di testa, la forza, l’estro ed il brio fanno capire il carisma del giovane regista milanese il quale sa aggiungere spesso un tocco di semplicità ironica; come quando appare scritto in un cartello: ‘mi hanno aiutato moralmente’, intravedendo sotto i nomi di chi lo accompagnerà in gran parte della sua carriera: Guido Manuli, Giancarlo Cereda e Roberto Scarpa.

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(Alpha Omega)

Dopo questo cortometraggio, l'omino Alfa diverrà protagonista anche di una riuscita serie di Caroselli animati. Nella pellicola è narrata la vita di un uomo – dall'alfa all'omega – dall'inizio alla fine appunto, giocando praticamente su di un'unica inquadratura. La figura è imperniata su un esile corpo squadrato, sormontato da una pesante testa dai lineamenti stilizzati che, se per Renato Candia è simile alle false maschere primitive di Modigliani, della beffa di Livorno (4), per noi è assai più simile allo stile del giapponese Yoji Kuri, al quale, invece, Bozzetto fa inequivocabilmente riferimento. Straordinario gioiello d'arte, sia dal punto di vista compositivo sia come contenuto, Alpha Omega narra come il trascorrere del tempo, porti l'essere umano a consumarsi rapidamente dopo un'esistenza veloce e statica. Del 1963 è I due castelli, e presenta un'unica inquadratura con due montagne su cui sorgono due castelli adiacenti.

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(I due castelli)

Interessante è la veduta totale, in cui si vedono i protagonisti piccoli quanto formiche. Troveremo spesso questa visione totale, lontana, che provoca l’effetto di un osservatore che, a distanza, si accinge a scrutare in silenzio il lento svolgersi di una situazione con tutti i tempi di realizzazione che il suo svolgersi richiede, creando una drammatica suspense tra scena e spettatore. Bisogna sottolineare l'interessante trovata grafica delle montagne tracciate in grigio ed i due castelli con i personaggi inchiostrati in nero, mentre il tutto è tracciato su fondo bianco. Oltre a questo notevole film, animato con Guido Manuli, (che non compare ancora come regista), Bozzetto ripropone il personaggio ideato qualche anno prima, in tre nuovi cortometraggi Il signor Rossi va a sciare, Il signor Rossi al mare e Il signor Rossi si compra l'automobile (5), rispettivamente del 1963, 1964 e 1966, in cui la creatura bozzettiana acquisisce le sue fattezze definitive.

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(Il signor Rossi va a sciare)

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(Il signor Rossi al mare)

Nei primi due (6) il personaggio bozzettiano appare meno inibito, anche se rigido, poiché ancora non è divenuto un protagonista completo cosa che invece si intravede pienamente nello straordinario Il signor Rossi si compra l'automobile, in un sofisticato complesso di colori ed effetti brillanti misti a giochi tonali, encomiabile per i movimenti e per il ritmo scattante di cui è impregnato. Rispetto ai tre film precedenti del signor Rossi, che seguivano i clichés dei cortometraggi animati dell'epoca, quest'ultimo risente felicemente dell'esperienza artistica di West and Soda; le scenografie di Giovanni Mulazzani nonché i personaggi con l'animazione si discostano ben poco esteticamente dal primo lungometraggio di Bozzetto, di cui parleremo tra breve. Anche il segno di contorno, dapprima più spesso e corposo è divenuto in quest’ultimo cortometraggio più incisivo e graffiante, accompagnato dalle morbide animazioni in cui si comincia ad intravedere sempre più – nelle fattezze e nei movimenti del signor Rossi – il mordente di Guido Manuli.

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(Il signor Rossi si compra l'automobile)

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(West and Soda)

West and Soda è il primo importante lungometraggio in animazione prodotto in Italia dopo La Rosa di Bagdad e I fratelli Dinamite e può essere a buon diritto considerato come il “primo classico dell'età moderna”. Gli ultimi tentativi compiuti erano quelli condotti durante la guerra da Domeneghini e dai Pagot. Bozzetto mise in cantiere sin dal 1963 a soli 25 anni questo film, la cui lavorazione durò due anni, realizzando un vero e proprio capolavoro della storia animata sotto ogni profilo, specie se si pensa alla sua giovane età. E' importante ricordare che West and Soda ebbe quale sceneggiatore, il noto teorico Attilio Giovannini, lo stesso che curò il soggetto e la sceneggiatura originale de I fratelli Dinamite. C'è di fatto che, per quanto il disegno fosse ‘asciutto’, Bozzetto riuscì incredibilmente a realizzare un film western con attori disegnati; una sorta di Mezzogiorno di fuoco animato.
I dialoghi, lo svolgersi della storia, la psicologia dei personaggi ne fanno un vero e proprio cult-movie del western-spaghetti, al pari dei film di Sergio Leone. Ermanno Comuzio, che definì West and Soda come “la disintossicazione dei luoghi comuni” parlando di uno “schema obbligato, quindi, che Bozzetto non si limita a prendere per il bavero nei suoi aspetti più scoperti, come succede nelle tante parodie con attori in carne e ossa, ma che rovescia completamente nella beffa feroce e nel ricorso all'assurdo: più che ai western da ridere, interpretati da attori comici, West and Soda fa pensare a quelli del cinema comico americano del periodo muto, che si reggevano come è noto non tanto sugli attori quanto sulle situazioni” (7)

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(West and Soda)

Soprattutto in West and Soda emergeva tutta la struttura narrativa del lungometraggio tradizionale non disgiunto, però, a geniali trovate comiche. Più che riusciti sono i personaggi come la bionda Clementina, la cow-girl che, con tono sicuro e i pantaloni gonfi ma stretti dagli stivali, manda avanti da sé l’intero ranch all'interno dell'unico appezzamento di terra della grande vallata.
Johnny, il buono, una specie di Gary Cooper in versione spaghetti, è un esile giovanotto dal tono sicuro, sempre con il mozzicone di sigaretta "attaccato" al labbro e col cappello che, spavaldamente, gli copre il viso. Divertente è quando, immerso in una luce da palcoscenico, il protagonista rinnova guardaroba e pistola, trasformandosi in una star cinematografica del filone western.
Gustosi i richiami "attuali": il latte, già imbottigliato, è custodito, come in frigorifero, nel fianco della mucca; il cavallo di Johnny mostra il contachilometri; il ronzino del Cattivissimo fora una "gamba" che gli viene rimessa in sesto perché è a terra. Altro particolare è la carrozza del Cattivissimo munita di un clacson da fuoriserie americana. Interessanti i personaggi di contorno che vivono nella fattoria come le mucche (8) "senza" i contorni, dove solo il viso è delineato dal tratto nero, rappresentate come tre zitelle pettegole di cui, Dolly, ha un fiocco in capo e un rossetto smagliante sulle labbra. Notevole è il cane Socrate, barbone di "nome" e di fatto, che, nonostante si aggrappi sempre alla bottiglia di whisky, è profondamente romantico.
Anche il Cattivissimo, doppiato da Carlo Romano, mostra la notevole ideazione grafica nell'occhio strizzato e nel sigaro sempre passato arrogantemente tra i denti, come anche i due "scagnozzi", che sono il terrore del saloon e della cittadina western, sono più che riusciti: Ursus è in qualche modo più simile al Cattivissimo, Smilzo, dalla barba incolta e dai tratti accidentati e angolosi, trova specie nel duello finale, maggior protagonismo ed efficacia. Non si può, a tal proposito non ricordare la suspance data dal primo piano delle sue dita scarne, mentre lentamente cercano di avvicinarsi al calcio della pistola.
Se questi sono di Johnny i rivali, l’antagonista di Clementina è Esmeralda, la maliarda dal saloon, mandata dal Cattivissimo ad intrappolare Johnny per sapere, dopo essere stato ammaliato dalle sue doti femminili, dove si trova la miniera di pepite d’oro. Nella sequenza in questione è notevole la porta con la targa su cui è scritto E$MERALDA (invece di una ‘esse’ vi è il segno del dollaro), che si “apre” tridimensionalmente in fase di ripresa; come eccellente è lo sfilare dei veli colorati, vagamente flou, che si susseguono in sovrimpressione prima di giungere al salotto dove si trova la donna. I due vengono intravisti in finestra da Clementina, definita da Esmeralda come una "hostess da prateria", la quale riparte, ingelosita in calesse a tutta velocità.
Oltre ad essere un continuo di trovate comiche e divertenti, il film non manca di accenti notevolmente realisti. L'invaghimento di Clementina verso Johnny appare evidente quando, al chiaro di luna, i due prendono il fresco alla terrazza della fattoria, ascoltando il suono lontano delle cicale. Non si può non notare l'eccellente resa che Bozzetto riuscì a dare in questo lungometraggio. Anche gli stati d'animo sono ottimamente descritti: Johnny, imperturbabile, se ne sta sdraiato con tono sicuro di sé mentre Clementina, più lontano, abbraccia un pilastro, sognando romanticamente l'amore ormai sbocciato col suo salvatore, accasciata in forma languida sul recinto della terrazza. Se Bozzetto avesse assunto graficamente un cliché realistico, non ci si sarebbe accorti che si tratta di "attori disegnati". Ma egli non cerca di stupire tramite un segno accattivante; il suo è uno stile personale a tutti gli effetti; vi è anche un’ottima esecuzione degli effetti speciali, come il bagliore delle pepite d'oro e la polvere sollevata dai cavalli realizzate in sovrimpressione, come anche la luce abbagliante del sole.
Interessante è la sequenza, vista in lontananza, in cui il Cattivissimo cerca in tutti i modi ma invano di rovesciare un enorme masso per uccidere Johnny; questa scena, più bozzettiana, ricorda notevolmente alcune parti de I due castelli. Pieno di suspance è il duello finale, ricco anche di trovate; arguta e poetica la fine, quando tutti, Johnny, Clementina, le mucche e Socrate, vanno finalmente via con il calesse del Cattivissimo, verso un sole infuocato al tramonto sotto la bellissima musica western composta da Giampiero Boneschi.

West and Soda03(West and Soda)

Il film, girato in Eastmancolor, si avvalse, come Direttore delle animazioni e dei Lay-Out, di Guido Manuli, e del giovane Giuseppe Laganà, allora agli esordi; di Franco Martelli e Luciano Marzetti per la ripresa; mentre la direzione artistica e le scenografie vennero curate da Giovanni Mulazzani, Giancarlo Cereda e Libero Gozzini. Non si può non ricordare l'eccellente apporto che diede lo scenografo Mulazzani, con i suoi splendidi sfondi stilizzati, arricchendo notevolmente lo spirito artistico del film.

Un discorso differente, anche per l'originalità grafica, è presente in Una vita in scatola, del 1967, in cui Bozzetto, con uno stile diverso dal solito (preannunciando alcune circostanze nel disegno e nei colori che svilupperà negli anni '70), racconta di come l'esistenza umana sia all’interno dell’habitat sociale, rinchiusa come un semplice cibo in scatola. Nel personaggio dai grandi occhi a mandorla non vi è contorno, apparendo come una sagoma grigia e spenta.

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(Una vita in scatola)

Il sogno di un bosco colorato che allontana i problemi quotidiani rimane un'utopia per il pover’uomo descritto nel grigiore della sua tristezza. Oltre alle novità grafiche, Bozzetto descrive con un pizzico di malinconia il dramma esistenziale e l'incapacità di sottrarsi ai doveri quotidiani; il senso civico e le costrizioni a cui l'individuo moderno deve attenersi vengono espressi con grande efficacia ed accompagnati dall'ottimo uso del suono "riverberato" durante le evasioni mentali del protagonista. E' curioso osservare che, verso la fine degli anni '60, i film di Bozzetto lasciarono un po' di quel sarcasmo che caratterizzava aspramente le sue prime opere. I suoi film acquisirono un'atmosfera sempre più onirica e sperimentale, soprattutto in Ego del 1969, che vinse il Nastro d'Argento al Festival di Venezia.
In questo straordinario cortometraggio di carattere quasi sperimentale, Bozzetto, ormai maturo, dimostrò di essere consapevole delle sue eccellenti possibilità espressive, in cui l'uso vivace del colore adoperato in modo espressionista riesce pienamente a rappresentare la fase onirica vissuta dal protagonista.
Bozzetto ottenne risultati eccelsi sul piano artistico con figure spesso drammatiche di impiccagioni a cui si alternano (con notevoli effetti misti a caratterizzazioni più realistiche) immagini di Batman, Hitler, Stalin. Ottime le citazioni: l'inseguimento a Biancaneve, "riletta" in chiave bozzettiana preannunciante alcune ‘scelte artistiche’ di Guido Manuli, in un turbinio cromatico eterogeneo, che rende il film nuovo, ricco e pieno d'entusiasmo inventivo.

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(Ego)

A distanza di soli tre anni dal precedente West and Soda, Bruno Bozzetto, alternando l'attività pubblicitaria a quella autoriale, produsse nel 1968 un secondo lungometraggio animato, dal titolo Vip mio fratello Superuomo. E’ interessante notare che il lungometraggio in 3D della Pixar, Gli Incredibili (2004) diretto da Brad Bird, è un chiaro e palese omaggio al secondo capolavoro di Bruno Bozzetto.
L'ambientazione e le tematiche sono ben diverse dal western-spaghetti animato e per certi versi più affini a quelle affrontate da Bozzetto nei suoi film d'autore. Il film inizia in maniera quanto mai bozzettiana: una veloce panoramica storica della presunta vittoria del bene sul male, più precisamente su quella del più forte, così come ai tempi di Tapum!
Una donna, in questo caso una drago-femmina, è oggetto di attenzione da parte di un cattivo drago sputafuoco. Solo l'intervento di un preistorico Vip, la salverà dalle grinfie dello spavaldo drago-bellimbusto di lei corteggiatore.
Interessanti, nelle fattezze iconografiche, alcune somiglianze con West and Soda: la drago-femmina è molto simile a Dolly, una delle tre mucche pettegole alloggiate presso il ranch di Clementina, sia per l'aspetto sia per l'abbigliamento, entrambe aventi un grosso fiocco rosso sulla testa che ne adorna il muso, personalizzandolo. Bisogna anche rilevare che i colori di Vip mio fratello superuomo sono assai più "caldi" di quelli di West and Soda. In Vip i coloratissimi e brillanti personaggi si muovono anche su fondi neutri o freddi. Questo contrasto era già fortemente evidente nel cortometraggio posteriore all'uscita di West and Soda, Il signor Rossi si compra l'automobile, che superò in modo eccellente gli altri film per lo stile maturo cui Bozzetto era giunto, preannunciando in modo latente le successive realizzazioni come Ego. Non mancheremo di rilevare, inoltre, come nello stesso preambolo della “Storia dei Vip” si vedano altrettanti "punti storici" ricorrenti nella filmografia bozzettiana; non mancano i feudi medievali (le cui medesime atmosfere si riscontrano ne I due castelli e nell’episodio di Sottaceti, ‘la guerra’), ed il tanto amato ambiente western.
A differenza delle musiche sontuose di Boneschi, la colonna sonora di Vip risentì felicemente delle note orecchiabili di Franco Godi e Johnny Gregory. Anche in questo, Bozzetto cercò di avere un buon “cast musicale”: alcune canzoni vennero interpretate da Herbert Pagani, mentre, come complesso, ingaggiò il coro vocale dei 4+4 di Nora Orlandi. Nonostante l'evolversi un po' strampalato della vicenda, il film si rivela ricco di situazioni avvincenti puntando il dito sui retroscena occulti delle speculazioni affaristiche in modo simpatico e per nulla accusatorio.

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(Vip mio fratello Superuomo)

Ripercorrendo brevemente alcune fasi del film, è interessante la maniera di spiegare attraverso disegni schematici e – tra le virgole – didattici, la stirpe dell'antica famiglia dei Vip, giunta odiernamente a due poli estremi: l'uno, Supervip, un superfusto mascherato sempre pronto a far del bene ma troppo sensibile al fascino femminile, anche perché ricambiato; l'altro, Minivip, piccolo, minuto e sgraziato, in balia delle situazioni e di una società di cui è succube; una sorta di ‘signor Rossi mascherato’ per intenderci, ma dal naso aquilino e dagli occhiali dalla montatura nera e spessa, molto usati in quegli anni dall'italiano-medio.
Il povero Minivip, dopo essersi ritrovato su una crociera dove vi è una festa in maschera conosce, per le circostanze di un naufragio, un curioso leone antropomorfo, suo compagno di sventura sull’isola deserta, che altri non è che una dolce ragazza mascherata da re della foresta.
Non mancano alcune trovate "sperimentali" affiancate ad un disegno "piatto"; originale ad esempio l’idea del leone "sfumato" (ossia anziché essere colorato omogeneamente, pur utilizzando lo stesso procedimento della campitura su celluloide, il colore è miscelato con altre tonalità); il risultato in proiezione è di un continuo movimento disomogeneo della sfumatura che, se per certi versi è tecnicamente imperfetto, per altri è notevolmente espressivo e ‘colto’. Soprattutto è da riscontrare come tale eterogeneità s'accordi squisitamente col resto delle immagini, rendendo l'opera più raffinata ed originale.
Infatti, in ogni film "commerciale", Bozzetto cercò di corroborare sempre le sue creazioni con esperienze sperimentali. Durante il naufragio, Minivip e il leone si ritrovano a passar la notte in canotto, in un mare azzurro fiancheggiato da curiosi e originalissimi pesci marini. Sempre in Vip, nel palazzo dove alberga la mefistofelica Happy Betty, si vedono, in alcune inquadrature, dei volti trasfigurati dai toni aspri, molto simili alle esperienze pittoriche espresse in Ego.

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(Supervip)

Tornando alle caratterizzazioni grafiche dei personaggi di Vip mio fratello Superuomo, al contrario del precedente che vedeva, di Johnny, il suo antagonista nel famigerato Cattivissimo, qui l’anti-personaggio è la diabolica e sontuosa Happy Betty, proprietaria di una importante catena di supermercati. La grassa Happy Betty di Vip, consimile alla precedente Esmeralda, è resa più personale dal lungo bocchino con cui aspira le sigarette, e dalla rigonfia pettinatura “a cuore” che le sormonta il capo. Qui si può intravedere la passione bozzettiana per le donne prosperose (da Donna Rosa alla cantante lirica di Opera), nelle quali è altresì evidente il tratto ‘molle’ e ‘angoloso’ di Manuli.

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(Minivip)

Soprattutto nei personaggi antagonisti del secondo lungometraggio di Bozzetto è da rilevare un notevole ingegno inventivo; Happy Betty, al contrario della carrozza del Cattivissimo, ha, come mezzo di trasporto, un trono cingolato movibile che lo fa tutt'uno col personaggio. Anche le guardie del corpo, Schulz e il Colonnello, non sono da meno di Ursus e Smilzo; come ingegnosa è l'ideazione di Nervustrella, la buffa ragazzina usata da cavia da Happy Betty, dai grandi occhiali e con in capo un piccolo razzo atomico che la rende più stramba ed simpatica. Originale è lo svolgersi della vicenda ambientata in un'isola deserta (Bozzetto ama i luoghi "deserti" per le sue ambientazioni), che ha delle certe connessioni con delle trame poliziesco-fantascientifiche sulla scia di Agente 007-Licenza di uccidere, e il continuo incalzare di suspense, colpi di scena e trovate divertenti.
In sostanza, nei personaggi del suo secondo lungometraggio si nota, rispetto ai precedenti, maggiore originalità ed ingegno, nonostante che il film appaia più caotico vista la ricerca sperimentale condotta da Bozzetto. Vip mio fratello Superuomo non ha però superato West and Soda, se non tecnicamente, ma è comunque ricco di ‘pagine’ interessanti che lo vedono rispetto al primo, anche se in fase ancora di elaborazione, molto più articolato e maturo.
(Fine prima parte)

Mario Verger

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(Bruno Bozzetto)

Note:

(1)
M. Maisetti, Bruno Bozzetto, l'anti-Disney, Letture, Marzo 1974, pp. 251-254; A. Bastiancich (a cura di), Bruno Bozzetto 1958/1988, Genova 1988, p. 70.

(2)
Il cinema di Bruno Bozzetto: "Sequenze", Verona 1990, p. 13.

(3)
Op. cit., p. 14

(4)
Renato Candia, Sul filo della matita. Il cinema di Bruno Bozzetto, Venezia 1992, p. 17.

(5)
Per i primi due cortometraggi vale il discorso di Alpha Omega. Furono girati, ricorda Franco Zambelli, da Bozzetto alla Corona. Anche loro risultano nella distribuzione della Corona.

(6)
Nei titoli di testa compare nella ripresa il nome di Elio Gagliardo.

(7)
Ermanno Comuzio, Piccola storia del disegno animato italiano, in “Cineforum”, n.153, marzo 1966, p. 234

(8)
Una somiglianza non da poco con le simpatiche vacche di West and Soda, emerge in uno degli ultimi film Disney, Mucche alla riscossa.

Prima parte: Bruno Bozzetto cinematografico
Seconda parte: Bruno Bozzetto televisivo
Terza parte: Bruno Bozzetto in Internet


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