Omaggio a Youssef Chahine

 

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Locarno rende omaggio a Youssef Chahine.

Il Festival internazionale del film di Locarno renderà omaggio al regista egiziano Youssef Chahine scomparso lo scorso 27 luglio. Una proiezione speciale di Al Massir (Il Destino) avrà luogo giovedì 7 agosto in seconda serata in Piazza Grande – un film che il Festival aveva già inserito nella sua programmazione undici anni fa all’epoca della sua uscita.

«Apprendiamo con profonda tristezza la scomparsa di Youssef Chahine, grande amico di Locarno », ha dichiarato Frédéric Maire, Direttore artistico del Festival. «Un narratore eccezionale che ha saputo rivisitare splendidamente i generi del cinema e imporsi all’ammirazione di tutti grazie al coraggio delle sue prese di posizione, in particolare contro l’intolleranza. Nell’arco della sua prolifica produzione cinematografica, Chahine mescolava sapientemente la forza della denuncia al piacere del racconto. Era un grande autore e un formidabile guastafeste.»

Nel 1996 il Festival di Locarno aveva dedicato una retrospettiva integrale al cineasta egiziano, presente alla manifestazione.

Sito ufficiale del Festival internazionale del film di Locarno

Le avventure di un film su Pinocchio

Proponiamo integralmente, per la prima volta su Cinemino, un raro scritto di Giuliano Cenci, pubblicato negli Atti del I Convegno Internazionale di Studi Collodiani, tenutosi a Pescia dalla Fondazione Nazionale «Carlo Collodi» nel 1974, due anni dopo l’uscita del Capolavoro dell’Animazione Italiana del XX Secolo Un burattino di nome Pinocchio.

A cura di Mario Verger

Giuliano Cenci

Le avventure di un film su Pinocchio

 

Avventure Pinocchio01
 

Un regista che si accinge a realizzare un film lungometraggio, sia che si tratti di cartoni animati che di ripresa dal vero, si trova spesso nella necessità di effettuare una scelta importantissima, dalla quale dipenderà, in gran parte, la riuscita del suo lavoro. Deve cioè decidere – in particolar modo quando non si tratta di opera espressamente scritta per la versione cinematografica – se il soggetto prescelto per il film dovrà essere portato sullo schermo senza sostanziali modifiche – tranne quelle indispensabili ai fini della sceneggiatura – oppure se sia invece più opportuno considerare il soggetto in questione solo come un pretesto per fare, in realtà, un film che sostanzialmente può essere anche notevolmente diverso dall’opera originale cui il soggetto è ispirato; in questo secondo caso potrebbe assai meglio riscontrarsi il tocco personale, se non addirittura «geniale» del regista, che può così trovare il modo di «comunicare», attraverso il suo lavoro, qualcosa di nuovo.

Tenendo presente questo concetto, ad esempio, diventa possibile utilizzare un’opera di quasi cent’anni fa – quale Le avventure di Pinocchio – per mettere in rilievo perfino aspetti della vita e della società attuale, o cercare di rendersi personale interprete delle intenzioni – per la verità spesso assai ben «nascoste» tra le righe di un libro – che possono avere spinto un autore come il Collodi a scrivere la sua opera. Così hanno fatto diversi autori di films, tra cui, tanto per restare fra le più recenti versioni del Pinocchio, il mio ben più illustre collega Comencini.

Pertanto, al fine di non deludere lo spettatore che, assistendo alla proiezione del mio film Un burattino di nome Pinocchio, cercasse di trovarvi una mia originale e personale versione del racconto collodiano, tengo a precisare che la mia scelta l’ho operata nel senso della prima delle due possibili direzioni sopra citate. Il mio film su Pinocchio, quindi, è solo una riduzione cinematografica delle avventure del celebre burattino, così come sono state scritte e pubblicate con tanto successo in tutto il mondo.

Le considerazioni che mi hanno spinto ad una tale scelta, nonostante il personale impulso a fare qualcosa di diverso, sono state molteplici. Ma almeno tre, in particolar modo, sono state determinanti. Anzitutto la validità del soggetto, così come è stato scritto dal Collodi, grazie alla quale da molti decenni Pinocchio è uno dei libri maggiormente venduti nel mondo e ancora oggi non ha perduto questa posizione di privilegio. Vi è stata poi un’onesta auto-valutazione della mia personale notorietà come regista; da oltre un ventennio faccio del cinema pubblicitario ed ho una vastissima esperienza cinematografica ma, in tale campo, è praticamente impossibile farsi un «nome» presso il pubblico. Sulla base di questa considerazione è evidente che ben difficilmente avrei potuto reperire il capitale – assai cospicuo – per fare il mio film, qualora questo, allontanandosi nella sostanza dal racconto originale e non potendo portare a sostegno di ciò il nome di un regista di chiara fama, avesse inevitabilmente, implicato il rischio di uno scarso successo. A questo punto, infine, non potevo sottovalutare anche il fatto che nessuno, prima di allora, aveva fatto un film che portasse sullo schermo, nella sua sostanziale integrità, la vera storia scritta da Lorenzini. Colmare questa lacuna, per un regista nella mia situazione, poteva anzi costituire una possibile promessa di successo.

La scelta da me effettuata, tuttavia, non deve indurre a pensare che il compito di realizzare il film fosse meno difficile – e non solo tecnicamente, trattandosi di cartoni animati – in quanto era assai arduo rendersi buon interprete della trasposizione cinematografica di un libro tanto conosciuto, restando fedele a quelle immagini al tempo stesso «chiarissime» e pure «molto vaghe» (in quanto prive di contorni definiti) che da tanto tempo si sono ormai formate in quello «schermo» ben più difficile e imponderabile qual è la mente umana, attraverso la lettura di un libro che, sia pure corredato di alcune famose illustrazioni, lascia sempre però il più ampio margine di possibilità alla libera fantasia del lettore, soprattutto quando – come nel nostro caso – chi legge è un ragazzo. Ecco quindi la prima vera grande difficoltà di avere scelto la soluzione apparentemente più semplice: riuscire a fare una serie ininterrotta di immagini «ben definite», la cui durata di proiezione è di quasi due ore, e riuscire a «non deludere» lo spettatore, adulto o ragazzo, quando questi, inevitabilmente, nel buio della sala, avrebbe confrontato quelle immagini così precise con quelle aleatorie ma pure ormai profondamente precostituite nella sua fantasia. A lavoro finito, visto il favore che il mio film ha incontrato presso il pubblico di ogni età, posso dire di aver risolto il problema in modo sufficientemente valido, tanto che ricordo come uno dei migliori apprezzamenti il commento che uno spettatore (adulto) ha fatto dopo aver assistito alla proiezione del film: «queste immagini mi hanno riportato alla fanciullezza; esse corrispondevano esattamente a quanto, di Pinocchio, era rimasto nella mia mente di bambino».

Altra grave difficoltà era di riuscire a contenere entro un ragionevole limite di tempo di proiezione un racconto che, per ricchezza di contenuto, rischiava di portarmi a fare un film di lunghezza notevolmente superiore; i tagli, indispensabili, dovevano essere apportati in modo da non alterare la fluidità della narrazione e, tanto meno, la integrità della sostanza.

Anche in questo caso i consensi del pubblico sono stati molto positivi e posso dichiararmi abbastanza soddisfatto, anche se, trattandosi di un’opera prima, personalmente riscontro nel film qualche carenza, tuttavia forse giustificabile da chi conosce un po’ da vicino cosa significa realizzare un lungometraggio in disegni animati di tale durata. In Italia non sono molti i disegnatori in grado di fare animazione di tipo «disneyano», cioè un genere di animazione fluida, molto morbida, priva di «scatti» nei movimenti.

Altro difficile compito era la necessità di mantenere una «uniformità grafica» dall’inizio alla fine del film, specialmente considerando il lunghissimo periodo di lavorazione previsto – oltre 6 anni, senza considerare altri due anni precedentemente dedicati alla sceneggiatura ed altri preparativi – ed un’équipe di oltre 35 tecnici, tra animatori, scompositori, lucidatori, coloritori, scenografi, operatori. La soluzione di questo problema è stata ottenuta, paradossalmente, proprio allungando al massimo limite sopportabile il tempo di lavorazione, in modo da non mettere insieme un così consistente numero di persone prive di indispensabile «affiatamento». Perciò ho ritenuto opportuno partire con i pochissimi tecnici già affiatati di cui potevo disporre, ed aumentarne gradatamente il numero onde consentire che ogni nuovo elemento venisse inserito nell’équipe nel modo più idoneo.

Non è cosa semplice quando si tratta di cartoni animati, accontentare gli amanti dei dati statistici. La domanda che più spesso ricorre riguarda il numero dei disegni che sono stati necessari per realizzare il film. Per capire che la risposta non può mai essere precisa bisogna considerare che ogni «disegno» che viene ripreso su ogni singolo fotogramma del film, in realtà può essere composto anche da moltissimi personaggi che si muovono contemporaneamente con movimenti diversi (come ad esempio nella scena del gran teatro dei burattini); si comprende così che il termine «disegno» ai fini di stabilirne il numero ha, nel nostro caso, un significato molto impreciso. Inoltre si deve anche considerare che i disegni fatti su carta di animazione devono poi essere «lucidati» su uno speciale materiale trasparente detto sic-cartoon e poi colorati; ciò comporta, inevitabilmente, una triplicazione del lavoro. Comunque, anche se vi è l’impossibilità pratica di poter esattamente definire il numero dei disegni, si può accennare, per quanto riguarda il nostro film, a diverse centinaia di migliaia, tanto che per archiviarli sono occorse oltre 200 cassette  delle dimensioni di cm. 60 x 40 x 25.

Il film, prodotto dalla Cartoons Cinematografica Italiana S.R.L., ed oggi di proprietà della ALPI FILM S.p.A., è stato girato in eastmancolor, passo 35 mm., ed ha la lunghezza di 2710 metri.

Il finanziamento, per la maggior parte, venne fornito da fiorentini: operai, impiegati, professionisti, tutte persone non esperte di cinema, le quali entusiasmate all’idea della produzione da me lanciata dopo aver realizzato a mie spese un piccolo quantitativo campione di film, investirono nell’impresa buona parte dei loro risparmi. Altri, nella loro qualità di tecnici collaboratori, investirono nell’affare la loro prestazione d’opera.

Nel 1971 la Titanus si interessò vivamente al nostro film richiedendoci l’esclusiva della sua distribuzione in tutto il mondo.

Purtroppo, perché non offriva il cosiddetto «minimo garantito» – formula questa che in realtà non garantisce niente, essendo solo un piccolo acconto anticipato sugli incassi del film, a garanzia di un «minimo» recupero di capitale nel caso che il film non dovesse incontrare il favore del pubblico – le persone cointeressate, non esperte di cinema, preferirono affidare la distribuzione del film agli «indipendenti regionali» (che offrivano detto minimo garantito).

Ciò ha implicato una uscita del film non contemporanea in tutta l’Italia, uno scarsissimo «lancio» pubblicitario, e, conseguentemente, per giungere al recupero del capitale impiegato, occorrerà un arco di tempo molto più lungo del previsto. A causa di ciò la nostra Società, almeno per il momento, è stata costretta a non procedere alla vendita del film all’estero, nonostante si sia già manifestato un certo interessamento da parte di alcuni Paesi (1).

Giuliano Cenci, «Le avventure di un film su Pinocchio»


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Collegamenti

Sito della Fondazione Nazionale «Carlo Collodi»

Note

(1)

Giuliano Cenci, da «Le avventure di un film su Pinocchio», Estratto da «STUDI COLLODIANI – Atti del I Convegno Internazionale, Pescia, 5-7 Ottobre 1974», Fondazione Nazionale «Carlo Collodi», Pescia, 1976, p. 127-130

Mamma mia!

Mamma mia! (USA, 2008)

di Phyllida Lloyd

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Trama

La giovane Sophie sta per sposarsi e sogna di essere accompagnata all'altare da suo padre, che non ha mai conosciuto. Letto il diario che riporta le avventure giovanili di sua madre, Sophie scopre che i possibili padri sono tre. Decide quindi di invitarli tutti al matrimonio sull'isola greca dove vive con sua madre.

Commento

Tratto dall'omonimo musical scritto dall'inglese Catherine Johnson e basato sulle musiche degli Abba, Mamma mia! e' un film che non funziona praticamente mai. Elencarne i difetti sarebbe troppo lungo, ne cito giusto tre: la storia, che nel musical serviva solo a collegare un numero musicale all'altro, qui viene espansa ma sarebbe comunque debole per un cortometraggio di 20 minuti, figuriamoci per un film che di minuti ne dura ben 108. I personaggi, poi, sono tutti antipatici, non esiste un solo motivo per cui si vorrebbe per loro una soluzione felice ai loro problemi. Infine, il film e' girato malissimo, i numeri musicali sono di una poverta' imbarazzante e tutti i personaggi di contorno sembrano in perenne attesa del via dalla regista.

I motivi per vederlo sono altrettanti: innanzitutto le musiche degli Abba (qui cantate dal cast), gia' camp 30 anni fa figuriamoci ora; Meryl Streep che, forse a disagio per la pochezza del materiale su cui deve lavorare, scambia la commedia per il circo basandosi su goffi saltelli e smorfie continue e recitando come un cane, cosa che in fondo rappresenta un umicum nella sua lunga carriera. E quindi il fatto che, essendo il film americano, i greci sono tutti pelosissimi e viaggiano a dorso di mulo (fossero stati italiani avrebbero avuto coppola e fiasco di vino, francesi basco e camembert sotto il braccio, svedesi un po' hippy con una propensione alla liberta' dei costumi sessuali, eccetera...). Peccato mortale per una commedia, Mamma mia! non fa mai ridere e nemmeno sorridere, per una commedia sentimentale fa sperare che i personaggi si buttino tutti a mare anziche' trovare l'amore e per un musical i numeri musicali sono brutti. Oltre a tutto cio' spreca anche un cast affatto male: con Colin Firth, Pierce Brosnan, Julie Walters tutti costretti in ruoli da macchiette.

Non male per un film di enorme ricchezza produttiva (producono Tom Hanks e consorte) dalla genesi interminabile.

Mamma mia! Si, appunto.

Che il film si chiudera' con Meryl Streep e le sue due amiche che, in abiti anni '70, cantano Dancing Queen e Waterloo come in un video d'epoca lo si immagina gia' prima di entrare in sala.

(Roberto Rippa)

Mamma mia! (USA, 2008)

Regia: Phyllida Lloyd

Sceneggiatura: Catherine Johnson

Musiche: Stig Anderson, Benny Andersson, Bjorn Ulvaeus

Fotografia: Haris Zambarloukos

Montaggio: Lesley Walker

Interpreti principali: Meryl Streep, Amanda Seyfried, Stellan Skarsgard, Pierce Brosnan, Colin Firth, Julie Walters, Christine Baranski

108'

Journée du Cinéma Suisse

Locarno61
61o Festival del film Locarno
6-16 agosto 2008

Tre film svizzeri in prima mondiale alla Journée du Cinéma Suisse, giovani attori presentano se stessi e il programma di Appellations Suisse.

Il 12 agosto avrà luogo per la terza volta la «Journée du Cinéma Suisse» (Giornata del Cinema Svizzero) presentata dall’Ufficio federale della cultura, dal Festival del film di Locarno e da Swiss Films. Questa giornata si svolge in onore dei cineasti svizzeri e all’insegna del tema «i volti del cinema svizzero».
Nell’ambito della Journée du Cinéma Suisse si annoverano ben tre film svizzeri in prima mondiale: "Marcello Marcello" di Denis Rabaglia, "Luftbusiness" di Dominique de Rivaz e il cortometraggio d’animazione "Retouches" di Georges Schwizgebel. La sezione «Appellations Suisse» presenta al Festival 11 film svizzeri di respiro internazionale.

Journée du Cinéma Suisse:
"Marcello Marcello", un’allegra commedia da gustare in Piazza Grande. Viene raccontata la storia di un giovane uomo che nel 1958, in un piccolo paese sulla costa del mar tirreno si innamora follemente della figlia del sindaco. Ma il ragazzo la potrà avere soltanto se farà il regalo giusto al padre della sua prescelta. Nella ricerca del regalo perfetto si ritrova sempre più coinvolto in affari loschi. 
"Luftbusiness" – con lo Shooting Star svizzero 2008 Joel Basman in uno dei tre ruoli principali – verrà presentato nella sezione «Ici & Ailleurs». Dominique de Rivaz, che nel 2003 con "Mein Name ist Bach" ha fatto scalpore sulla Piazza Grande, mette in scena la drammatica storia fantastica di tre ragazzi, che decidono di vendere tutto l’immaginabile tramite internet.

Journée du Cinéma Suisse focalizzata sugli attori:
La Journée du Cinéma Suisse 2008, mette al centro dell’attenzione registi, attrici e attori svizzeri, seguendo il motto «i volti del cinema svizzero».
«L’obiettivo di questa giornata consiste nell’avvicinare il nostro cinema al pubblico. Quest’anno si pone l’accento sulle attrici e sugli attori. Infatti si deve riconoscere che al cinema svizzero manca ancora un vero star system, elemento indispensabile per conquistare il pubblico in modo duraturo», sottolinea Nicolas Bideau, capo della sezione cinema all’Ufficio federale della cultura.
«In questa giornata gli attori del film svizzero per una volta non sono sul set, ma saranno a portata di mano», promette Natalia Guecheva di Swiss Films, che insieme a Barbara Dravec concepisce e organizza la giornata.
Con la presentazione del DVD «Junge Talente 08» (Giovani talenti), curato dagli specialisti di casting Corinna Glaus e Susan Müller, l’accento della giornata viene posto sulle nuove leve tra gli attori svizzeri. In una tavola rotonda condotta da Martin Rapold, alcune attrici e attori svizzeri di successo danno consigli ai newcomer, sulla base della loro esperienza. Beatrice Kruger (direttrice di e-talenta) presenta il portale web «e-talenta», che permette agli attori professionisti di ottenere una visibilità internazionale in Europa e che aiuta tutti coloro che si occupano di casting a trovare l’occupazione adeguata per il ruolo che cercano.
Con il titolo «Glamour! Carpets! Awards! What For?» gli esperti del mondo cinematografico e televisivo svizzero discutono su vantaggi e svantaggi dell’assegnazione di premi e dei tappeti rossi: con Nicolas Bideau (capo della sezione cinema all’Ufficio federale della cultura), Francine Brücher (Swiss Films), Christian Jungen (giornalista e moderatore) ed altri.

Appellations Suisse: 11 film svizzeri di respiro internazionale:
Con il documentario Bird’s Nest di Christoph Schaub e Michael Schindhelm inizia la serie «Appellations Suisse». In questa sezione del festival l’agenzia di promozione cinematografica Swiss Films presenta dieci film svizzeri per il grande schermo e il pluripremiato cortometraggio "Auf der Strecke" di Reto Caffi (lista in allegato). Questi film si distinguono per la loro originalità e dall’ultima rassegna locarnese hanno influito sul panorama cinematografico svizzero o hanno suscitato interesse in festival internazionali importanti.
«Quest’anno la selezione di Appellations Suisse da l’importanza meritata alle nuove leve – soprattutto a Micha Lewinsky, che con il suo debutto con il lungometraggio "Der Freund" ha vinto il premio cinematografico svizzero 2008», spiega Micha Schiwow, direttore di Swiss Films.
"Der Freund" verrà presentato alla Journée du Cinéma Suisse.

Sito ufficiale del Festival internazionale del film di Locarno

Blackenstein

Blackenstein (USA, 1973)

di William A. Levey

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Trama

Un medico premio Nobel attacca braccia e gambe a Eddie Turner, un uomo afro-americano il cui corpo è rimasto gravemente mutilato durante la guerra in Vietnam.

Commento

Più un grande titolo (sulla scia di Blacula e Dr. Black, Mr. Hyde), o forse una grande premessa, che un grande film. Gli elementi per un B-Movie d'eccellenza ci sarebbero in realtà tutti: dal titolo parodistico alla storia improbabile, dagli attori scarsi alla povertà produttiva. Però quasi niente funziona: il regista, apparentemente indeciso sulla strada da seguire, dirige un film che non è particolarmente divertente, non stupisce mai e, peccato mortale, nemmeno è abbastanza kitsch. Così è facile capire come l'operazione si basi completamente su un pretesto: se nell'opera di Mary Shelley il dottore attribuisce il suo stesso nome alla sua creatura, qui il medico non si chiama Blackenstein (ma solo Stein) e nemmeno è nero. Un'occasione persa. William A. Levey è il regista di The Happy Hooker Goes to Washington.

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Blackenstein (USA, 1973)

Regia: William A. Levey

Sceneggiatura: Frank R. Saletri

Musiche: Cardella Di Milo, Lou Frohman

Fotografia: Robert Caramico Montaggio: William A. Levey

87'

 

DVD

 

Blackenstein