The Wild Angels

The Wild Angels (I selvaggi, USA, 1966)
di Roger Corman

The Wild Angels01
Trama

“Heavenly Blues” (Peter Fonda) e “Loser” (Bruce Dern) sono membri degli Hell’s Angels di Venice, California. Quando il secondo tenta di recuperare la sua moto dopo che è stata rubata da una gang rivale, finisce in ospedale ferito dalla polizia. I suoi compagni sono però pronti a rapirlo per evitargli l’arresto.

Commento

Il film diretto da Roger Corman di maggiore successo al botteghino (si parla di 14 milioni di dollari incassati entro il 1980 a fronte di 360'000 spesi per girarlo), The Wild Angels nasce innanzitutto dal desiderio del regista-produttore di affrancarsi dai film da lui diretti ispirati a Edgar Allan Poe.
Lo spunto Corman lo trova in una fotografia pubblicata da una rivista che ritraeva un gruppo di Hell’s Angels al funerale di un amico.
Portata l’idea alla A.I.P., a Corman viene chiesto di sviluppare una sceneggiatura che ricordi The Wild One (I selvaggi, 1954, di László Benedek, con Marlon Brando) nel tentativo di ripeterne il successo, ma Corman rifiuta perché desidera concentrare tutta la sua attenzione sulla banda e non sulla reazione che essa provoca nella popolazione come invece nel film di Benedek.
Corman prende contatto con gli Hell’s Angels di Venice per documentarsi e finisce incautamente con l’assoldarne alcuni (citati tra gli interpreti nei titoli di testa) come comparse e figuranti in cambio di denaro, alcol e marijuana.
L’episodio che fa da spunto al film, ossia quello del biker prelevato dalla banda in ospedale dove è stato portato dalla polizia, nasce proprio dai racconti in prima persona ascoltati in quel giorno. La stessa sceneggiatura scritta da Charles B. Griffith venne letta e commentata dai biker prima di venire rivista da un giovane critico dal nome di Peter Bogdanovich (poi nominato all’Oscar per la regia e la sceneggiatura di The Last Picture ShowL’ultimo spettacolo, 1971), che al film collabora anche come montatore e addetto alla fotografia.
Come interpreti vengono scelti Peter Fonda, Bruce Dern e Diane Ladd (che durante la lavorazione concepirono – pare – la figlia Laura, poi musa di David Lynch (1)). Nancy Sinatra, figlia di Frank, venne invece imposta dalla produzione grazie al successo della canzone da lei cantata These Boots Are Made for Walking.
Gli Hell’s Angels crearono problemi a non finire in quanto ogni volta che venivano pagati per la giornata sparivano immediatamente lasciando il set. Corman stesso invita a notare come le comparse cambino di frequente quando sono sullo sfondo. Ma non furono gli unici: anche i servizi segreti si infiltrarono per tenere d’occhio la gang e carpirne alcuni segreti. La polizia stradale, dal canto suo, non abbandonò mai la troupe.
Il film venne accolto in modo eterogeneo dalla critica, che non riuscì in alcun caso a trattarlo con indifferenza
Gli Hell’s Angels, sentendosi diffamati per essere stati ritratti per quello che erano, delinquenti ubriaconi, minacciarono Corman di morte se non avesse dato loro 4 milioni di dollari.
Ovviamente non se ne fece nulla.
Il film rimane ad oggi valido come testimonianza della capacità del regista di lavorare in tempi molto brevi (si parla di tre settimane) anche in condizioni decisamente sfavorevoli.

(Roberto Rippa)


The Wild Angels
(I selvaggi, USA, 1966)
Regia: Roger Corman
Sceneggiatura: Peter Bogdanovich (non accreditato), Charles B. Griffith
Musiche: Mike Curb, Davie Allan
Fotografia: Richard Moore, Peter Bogdanovich
Montaggio: Monte Hellman, Peter Bogdanovich
Interpreti principali: Peter Fonda, Bruce Dern, Nancy Sinatra, Diane Ladd, Buck Taylor, Norman Alden, Michael J. Pollard
93'

Note

(1)
Laura Dern ha lavorato con David Lynch in Blue Velvet, 1986, Wild at Heart, 1990 e INLAND EMPIRE, 2006. A Wild at Heart partecipa anche la madre Diane Ladd.


DVD

The Wild Angels/Hell's Belles

Roger Corman Collection (Bloody Mama / A Bucket of Blood / The Trip / Premature Burial / The Young Racers / The Wild Angels / Gas-s-s / X)


Pubblicato su Rapporto confidenziale numerosei (giugno 2008)

RCBanner01

Hot Rods To Hell

Hot Rods to Hell (USA, 1967)
di John Brahm e James Curtis Havens

Hot Rods to Hell02

Tom Phillips, commesso viaggiatore a capo di una famiglia che sembra essere stata tolta di peso da un film di Doris Day, ha un incidente d'auto che gli causa seri danni alla schiena. Costretto da questo infausto evento ad abbandonare il lavoro, decide, convinto da suo fratello, a prendere in gestione un motel nel deserto della California. Messosi in viaggio con moglie e i due figli, il piccolo Jamie e la diciassettenne Tina, si ritrova presto a doversi difendere da un gruppetto di teppisti (dalle camicie stirate e dai pantaloni con la piega, espediente per sottolineare che il pericolo si annida in ogni famiglia, anche nelle migliori) che su macchine sportive, le Hot Rods del titolo, è ben deciso a fargli passare un brutto momento. Il piccolo manipolo, due ragazzi e una ragazza (una giovanissima Mimsy Farmer, poi attivissima nel cinema italiano da con film come 4 mosche di velluto grigio di Dario Argento, Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli, Ciao maschio di Marco Ferreri in poi) ingaggia con lui un duello fatto di appostamenti, tentativi di buttarlo fuori strada e sfiorati incidenti frontali. L'arrivo a destinazione della non più tanto allegra famigliola, non significherà la fine di un incubo bensì l'inizio di uno ancora più grande.
Tipico film da secondo spettacolo per i drive-in dell'epoca, ma in realtà inizialmente pensato per la televisione, Hot Rods to Hell di John Brahm e James Curtis Havens, è uno di quelli che Tarantino deve avere visto in gioventù e che deve essergli tornato in mente al momento di scrivere Death Proof per il progetto Grindhouse.
Il film, recentemente pubblicato in DVD negli Stati Uniti dalla Warner, è divertente, sfrenato, totalmente ingenuo e intriso di una presunta critica sociale assolutamente esilarante (le ragazze devono mantenersi per l'amore e non buttarsi via per il sesso, anche i ragazzi più cattivi, quelli che un attimo prima stavano per uccidere te e la tua famiglia, meritano una signorile occasione di riscatto).
Hot Rods to Hell, offre esattamente ciò che promette: auto veloci, inseguimenti mozzafiato e l'eccitazione di vedere una tipica famiglia media americana assediata dal più improbabile manipolo di teppisti mai visto sullo schermo.

(Roberto Rippa)

Hot Rods to Hell (USA, 1967)
Regia: John Brahm, James Curtis Havens
Soggetto: Alex Gaby
Sceneggiatura: Robert E. Kent
Musiche: Fred Karger
Fotografia: Lloyd Ahern
Montaggio: Ben Lewis
Interpreti principali: Dana Andrewsm Jeanne Crain, Mimsy Farmer, Laurie Mock, Paul Bertoya, Gene Kirkwood, Jeffrey Byron
100'

DVD

Il DVD pubblicato dalla Warner Bros. offre il film in una versione sorprendentemente buona, con compressione minima, immagine nitida e colori vivi recuperando tra líaltro 8 minuti assenti nella versione televisiva.
Il DVD è disponibile sia in edizione singola, che come parte del cofanetto "Terrorized Travellers" della serie "Cult Camp Classics" (insieme a Skyjacked, 1972, di John Guillermin e Zero Hour!, 1957, di Hall Bartlett)

Hot Rods to Hell DVD

Edizione: Warner Bros. Home Video
Origine: USA
Regione: 1
Formato video: 1.85:1 (16x9)
Formato audio: Dolby Digital mono
Lingue: inglese
Sottotitoli: inglese e francese
Extra: trailer

Hot Rods to Hell

Cult Camp Classics 3 - Terrorized Travelers (Hot Rods to Hell / Skyjacked / Zero Hour!)

Storia della A.I.P. - quinta parte: La fine dell'umanità sencondo Ray Milland e Vincent Price

L’avventurosa storia della American International Pictures.
Quinta parte: La fine dell’umanità secondo Ray Milland e Vincent Price.

di Roberto Rippa

A.I.P. logo01

La fascinazione del cinema per il tema della fine del mondo - con la paura della Guerra fredda, quindi per un nemico straniero e fondamentalmente sconosciuto, a rappresentare uno tra i principali pilastri su cui si basa il genere - non è certo nuovo. Il sottogenere riguardante un olocausto nucleare o un’epidemia capace di finire quasi totalmente l’umanità, grazie alla possibilità di realizzare scene più o meno - a dipendenza dei mezzi finanziari a disposizione - spettacolari unendovi il tema secolare dell’homo homini lupus, ha prodotto nel tempo opere di pregio come Day the World Ended (Il mostro del pianeta
perduto
, 1955) di Roger Corman, The Day the Earth Caught Fire (E la terra prese fuoco, 1961) di Val Guest, Logan’s Run (La fuga di Logan, 1976) di Michael Anderson, The Omega
Man
(1975: occhi bianchi sul pianeta terra, 1971) di Boris Sagal, Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi, 1968) di George A. Romero (in cui a risvegliare i morti erano
le radiazioni prodotte dalla caduta sulla terra di un satellite) fino al più recente 28 Days Later… (2002) di Danny Boyle (la ragione dell’estinzione quasi totale dell’uomo è un misterioso virus), in un elenco che dovrebbe necessariamente essere molto più lungo.
La A.I.P. non si sottrae certamente al compito di cimentarsi nel genere, e lo fa con due pellicole (una prodotta, l’altra solo distribuita ma, come vedremo, pesantemente rimaneggiata dalla versione originale) di pregio, tanto da risultare estremamente godibili ancora oggi.

Panic in the Year Zero02
Panic in the Year Zero! (Il giorno dopo la fine del mondo, 1962) viene diretto e interpretato da Ray Milland (1907-1986), grande attore inglese trapiantato negli Stati Uniti, pronto a passare dall’Oscar ottenuto come migliore attore protagonista in The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945) di Billy Wilder e dai set prestigiosi di George Cukor (A Life of Her Own, L’indossatrice, 1950) e Alfred Hitchcock (Dial M for Murder, Il delitto perfetto, 1954) a quelli decisamente meno blasonati della A.I.P. (Premature Burial, Sepolto vivo, 1962 e X, L’uomo dagli occhi a raggi X (1), 1963, di Roger Corman, Frogs (2), 1972, di George McCowan giù fino a The Thing with Two Heads (3), sempre 1972, di Lee Frost), vedendo la sua carriera terminare tra film di serie Z e partecipazioni televisive. Si tratta di una di quelle pellicole che, pur soffrendo della carenza di mezzi, è riuscita nel tempo a fare riconoscere il suo valore, trasformandosi in un classico.

Last Man on Earth02
Più indefinito il caso de L’ultimo uomo della terra che, prodotto dalla italiana Produzioni La regina con l’americana Associated Producers Inc, viene rimaneggiato dalla sua versione originale dal produttore statunitense (ed è improbabilissimo che la A.I.P. in qualità di distributrice non ci abbia messo le mani a sua volta prima di mandarlo nelle sale americane) trasformandosi nella prima infedele trasposizione per il grande schermo del romanzo di culto I Am Legend (4) di Richard Matheson (che lo disconosce firmandolo però con uno pseudonimo per non perdere i diritti d’autore).
Il risultato è sì un poco confuso ma di grande presa per le atmosfere desolate, protagonista una Roma moderna (zona EUR) che dovrebbe rappresentare l’area di San Francisco.
Due film meritevoli di recupero.

(Roberto Rippa)

Note:

(1)
vedi Rapporto Confidenziale numerouno (gennaio 2008)

(2)
vedi Rapporto Confidenziale numerodue (febbraio 2008)

(3)
Nel film, Milland interpreta il ruolo di un ricco uomo bianco razzista che, in punto di morte, decide di fare trapiantare il suo cervello nel corpo di un altro uomo. La fretta costringe i medici a effettuare il trapianto nel corpo di un uomo di colore ospite del braccio della morte di un carcere.

(4)
Le trasposizioni successive, tutte scarsamente o per nulla fedeli al romanzo di Matheson, sono The Omega Man (1975: occhi bianchi sul pianeta terra, 1971, di Boris Sagal) e il catto-kolossal I Am Legend (2007, di Francis Lawrence).


Pubblicato su Rapporto confidenziale numerocinque (maggio 2008)

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Palmarès

Locarno 61 Logo

Locarno 61 Leopardo
Palmarès

Concorso internazionale

La Giuria ufficiale del 61o Festival internazionale del film di Locarno, composta da:

• Rachida Brakni, attrice, Francia
• Masahiro Kobayashi, regista, Giappone
• Liron Levo, attore, Israele
• Dani Levy, regista e attore, Svizzera
• Bertha Navarro, produttrice, Messico
• Goran Paskaljevic, regista, Serbia
• Paolo Sorrentino, regista, Italia

ha deciso di assegnare i seguenti premi:

Pardo d’oro
Il Gran Premio del Festival, della Città e della Regione di Locarno è assegnato al film:
PARQUE VIA di Enrique Rivero, Messico

Premio speciale della giuria
Premio dei Comuni di Ascona e di Losone al secondo miglior film del concorso:

33 SCENY Z ZYCIA (33 Scenes from Life) di Malgoska Szumowska, Germania/Polonia

Premio per la miglior regia

Premio della Città e della Regione di Locarno:

Denis Côté
per il film ELLE VEUT LE CHAOS, Canada

Pardo per la migliore interpretazione femminile assegnato all’attrice:

Ilaria Occhini
per il film MAR NERO di Federico Bondi, Italia/Romania/Francia

Pardo per la migliore interpretazione maschile assegnato all’attore:

Tayanç Ayaydin
per il film THE MARKET – A TALE OF TRADE
di Ben Hopkins, Germania/UK/Turchia/Kazakhstan

Menzioni speciali

LIU MANG DE SHENG YAN (Feast of Villains) di PAN Jianlin, Cina
DAYTIME DRINKING di NOH Young-seok, Corea del Sud

Locarno 61 Linea 

Concorso Cineasti del presente

La Giuria
• Bertrand Bonello, regista, compositore e scrittore, Francia
• Benedek Fliegauf, regista e scrittore, Ungheria
• Cao Guimarães, regista e videoartista, Brasile
• Corso Salani, regista, Italia
• Franz Treichler, musicista e compositore, Svizzera
ha deciso di assegnare i seguenti premi:

Pardo d’oro Cineasti del presente:

LA FORTERESSE di Fernand Melgard, Svizzera

Premio speciale della giuria Ciné Cinéma Cineasti del presente

ALICIA EN EL PAÍS di Esteban Larraín, Cile

Menzione speciale
PRINCE OF BROADWAY di Sean Baker, USA

Pardo per la migliore opera prima

La Giuria
• Albertina Carri, regista, Argentina
• Cristi Puiu, regista, Romania
• Marianne Slot, produttrice, Francia/Danimarca
ha deciso di assegnare il seguente premio:

Pardo per la migliore opera prima
Premio della Città e della Regione di Locarno alla migliore opera prima presentata nelle due competizioni (Concorso internazionale e Concorso Cineasti del presente):

MÄRZ (March) di Händl Klaus, Austria
(film presentato nel Concorso internazionale)

Locarno 61 Linea

Pardi di domani

La Giuria
• Fulvio Bernasconi, regista, Svizzera
• Eran Kolirin, regista, Israele
• Angèle Paulino, responsabile cortometraggi per TV5 Monde, Francia
• Dick Rijneke, regista e produttore, Olanda
• Orsi Tóth, attrice, Ungheria

ha deciso di assegnare i seguenti premi ai cortometraggi:

Concorso internazionale
Pardino d’oro

DEZ ELEFANTES di Eva Randolph, Brasile

Pardino d’argento

KAUPUNKILAISIA (Citizens) di Juho Kuosmanen, Finlandia

Premio Film e Video per il sottotitolaggio

BABIN di Isamu Hirabayashi, Giappone

Menzione speciale
RESOLUTION di Pavel Oreshnikov, Russia

Locarno 61 Linea

Prix du Public

Il premio del pubblico è assegnato al film:

SON OF RAMBOW di Garth Jennings, UK/Francia/Germania

Variety Piazza Grande Award
Il Variety Piazza Grande Award è assegnato da una giuria composta dai critici Derek
Elley, Ronnie Scheib e Jay Weissberg a un film presentato in prima mondiale o
internazionale in Piazza Grande. Il premio si propone di ricompensare film che si
distinguono sia per le qualità artistiche che per un potenziale commerciale, nell’intento
di favorirne la carriera internazionale. Il Variety Piazza Grande Award viene assegnato a:

BACK SOON di Sólveig Anspach, Islanda/Francia

Locarno 61 Linea

Premio Arte & Essai CICAE
(Confederazione Internazionale dei Cinema d’Arte & d’Essai)

La Giuria
• Sino Caracappa, Italia
• André Ceuterick, Belgio
• Rita Linda Potyondi, Ungheria

ha deciso di assegnare il Premio Arte & Essai CICAE al film:

SONBAHAR (Autumn) di Özcan Alper, Turchia/Germania

Locarno 61 Linea

Settimana della Critica

La Giuria
• Stephanie Bunbury, Australia
• Azzedine Mabrouki, Algeria
• Mariano Morace, Svizzera
ha deciso di assegnare il Premio SRG SSR idée suisse / Settimana della Critica al film:

LATAWCE (Kites) di Beata Dzianowicz, Polonia

 

Lista completa dei premi sul sito ufficiale del Festival internazionale del film di Locarno.

 

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

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In 3 Tagen Bist Du Tot 2

In 3 Tagen Bist Du Tot 2 (Austria, 2008)
di Andreas Prochaska
(Sezione Piazza Grande)

In 3 Tagen Bist Du Tot 201

Trama

A un anno dalla tragica scomparsa dei suoi amici, massacrati da un pericoloso assassino qualche giorno prima del conseguimento della maturità, Nina tenta di dimenticare il passato.
Trasferitasi in un'altra città senza lasciare un recapito, una notte viene svegliata da una telefonata di Mona, altra superstite della strage, che la supplica di accorrere in suo aiuto.
È l'inizio di un nuovo incubo.

Commento

Dell'horror, come del maiale, non si butta via nulla e quindi, se il primo capitolo (In 3 Tagen Bist Du Tot, 2006) era debitore a Friday the 13th (a sua volta fortemente ispirato a Reazione a catena - alias Ecologia del delitto - di Mario Bava, girato nel 1971, ossia 9 anni prima dell’americano), questo secondo capitolo ha alcuni punti in comune con The Texas Chainsaw massacre (Non aprite quella porta, 1974) di Tobe Hooper con la sua famigliola inquietante, anche se non cannibale, e le nevi austriache a sostituire i dintorni di Austin, Texas.
Evidentemente montato in fretta e furia per seguire il successo del primo capitolo (grande successo nei Paesi germanofoni, a fronte di un costo stimato intorno ai 2'000'000 di Euro), In 3 Tagen Bist Du Tot 2 usa tutta la sua prima parte per stabilire una non troppo congruente premessa che lo leghi al primo capitolo e concentra violenza e tensione nella seconda.
Diretto in maniera approssimativa, fotografato come un episodio de "Il commissario Rex" (di cui Prochaska ha diretto alcuni episodi), sceneggiato con la mano sinistra e interpretato con i piedi, il film risulta infine abbastanza spaventoso, ma non per i giusti motivi.

(Roberto Rippa)

In 3 Tagen Bist Du Tot 2 (Austria, 2008)
Regia: Andreas Prochaska
Sceneggiatura: Agnes Pluch, Andreas Prochaska
Musiche: Matthias Weber
Fotografia: David Slama
Montaggio: Karin Hartusch
Interpreti principali: Sabrina Reiter, Andreas Kiendl, Anna Rot, Julia Rosa Stöckl
35mm
108'

 

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

RCBanner01

Parque vía

Parque vía (Messico, 2008)

di Enrique Rivero

Parque vía01

Un lungo, quasi interminabile, piano sequenza ci introduce nel mondo di Beto, anziano custode di una villa disabitata e in vendita da tempo senza successo, le cui giornate sono tutte uguali, fatte di piccoli gesti di conservazione di una casa che ha conosciuto tempi migliori. Gli unici echi che sembrano giungergli dal mondo esterno, salvo qualche breve uscita per mangiare cibo venduto in strada, sono quelli proposti dalla televisione, con i suoi sensazionalistici titoli di cronaca nera, e dalle pagine dei giornali – vecchi – regalatigli dalla algida padrona di casa (interpretata con efficacia dalla madre dello stesso regista). Quando la casa verrà venduta, l’anziana e ricca proprietaria non troverà altro da fare che dargli soldi, non riuscendo davvero, malgrado il lunghissimo rapporto che in qualche modo li lega, a provare empatia per lui. Beto però non riesce a vedersi in un altro mondo che non sia quello circoscritto dalle mura di casa, dalla sua quotidianità fatta della ripetizione degli stessi gesti, e così, quando la padrona di casa morirà davanti ai suoi occhi nel corso di una visita, non troverà altra via di uscita dalla sua situazione che quella di devastarla a colpi di badile in faccia simulando un omicidio. Il carcere potrà offrirgli la sola vita che conosce, quella fatta di quattro mura, pochi gesti e il mondo che gli giunge dalla televisione. Ispirato a una storia vera, riproposta in una via di mezzo tra finzione e documentario, Parque vía mette in scena in modo efficace la distanza tra due classi sociali, che si sfiorano senza riuscire mai a trovare un vero punto di contatto. Enrique Rivero dimostra nel suo primo lungometraggio di sapere raccontare in maniera non banale una storia solo apparentemente semplice. Parque vía  è un’opera interessante e promettente ma non degna del Pardo d’oro.

(Roberto Rippa)

 

Parque vía (Messico, 2008)

Regia, sceneggiatura: Enrique Rivero

Musiche: Alejandro de Icaza

Fotografia: Arnau Valls Colomer

Montaggio: Javier Ruiz Caldera

Interpreti principali: Nolberto Coria, Nancy Orozco, Tesalia Huerta, Lorena Vieyra

35mm

86’

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

RCBanner01

La forteresse

La forteresse (Svizzera, 2008)

di Fernand Melgar

 

Albert Maysles, considerato l’iniziatore del “Reality Cinema” statunitense e autore di opere fondamentali come Salesman (1968) e Grey Gardens (1975) elenca, tra i sei fondamenti imprenscindibili del cinema documentario, il distanziarsi da un punto di vista; il filmare eventi, scene e sequenze evitando interviste, narrazione e ospiti nonché il registrare l’esperienza direttamente, senza controllarla e senza metterla in scena.

Del resto, il cinema documentario è uno tra i generi più complessi in quanto controllarlo è già facile quando si tenta di minimizzare il proprio intervento – in fondo il montaggio è già di per se sufficiente per alterare la realtà - figuriamoci quando si vuole dimostrare una tesi precostituita.
Fernand Melgar, regista svizzero autodidatta di indubitabile impegno ma capace di avvicinarsi con curiosità e senza pregiudizio alla materia che tratta, si attiene a queste regole nel suo La forteresse (La fortezza), in cui si addentra con la sua camera– per la prima volta senza restrizione alcuna – in un centro di registrazione per richiedenti asilo, nella fattispecie quello di Vallorbe, nel canton Vaud.

Il punto di partenza – è il regista stesso a dichiararlo - è il tentare di comprendere la paura dimostrata dal popolo svizzero quando, nel 2006; ha votato compatto – si parla del 68% dei votanti - a favore di un inasprimento della legge sul diritto d’asilo, che di fatto ha trasformato una legge già esistente nella più restrittiva d’Europa (con effetti quali il negare l’assistenza sociale ai richiedenti cui la domanda viene respinta, la possibilità di effettuare perquisizioni senza necessità di un mandato, di condannare al carcere fino a due anni chi non lascerà il Paese, eccetera…).
Melgar, già autore, tra gli altri, di Classe d’accueil (1998, sull’integrazione dei giovani stranieri), Exit, le droit de mourir (2005, sull’eutanasia), si è quindi recato nel centro di registrazione di Vallorbe per testimoniare l’iter che i richiedenti asilo affrontano prima che sia loro concesso o meno lo status di rifugiati.

I punti di vista sono molteplici: si va da quello di chi registra i loro dati appena giunti al centro, a quello di chi il centro lo gestisce, da quello di chi dovrà giudicare i loro incarti, , e quindi le loro storie personali, emettendo o meno una sentenza di accoglimento, a quello dei richiedenti stessi.
Non essendo un film di propaganda e non tentando di fare cambiare opinione a nessuno, La forteresse andrebbe visto da chiunque, indipendentemente dalle sue idee sull’argomento. Non è richiesto di prendere una posizione a priori sulle leggi di cui il centro di registrazione è già di per se un effetto, ma offre un’inedita possibilità di conoscere la situazione.
Le storie narrate sono spesso drammatiche, raccontano di persone che sperano in una vita migliore – quando non addirittura, e capita spesso, nella sopravvivenza e le provenienze sono tra le più disparate.

Sono storie di umanità, di comprensione, di solidarietà ma anche di burocrazia, quella burocrazia che tende a trasformare le persone in meri nomi su un foglio, privi quindi dello spessore che la semplice carta non potrà mai avere.
Melgar registra le varie posizioni, riuscendo a smontare il tanto amato – da alcuni – luogo comune (tanto che la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf ha lodato il film a Locarno sottolineandone il realismo), evitando la tentazione del pathos e il ricorso al titillamento dei sentimenti più elementari, riuscendo a proporre un documentario che non solo racconta la vita all’interno del centro, ma riesce anche a raggiungere lo scopo dichiarato inizialmente: quello di mettere a nudo le paure di molti.
In un tempo dominato dalla semplificazione dell’opposizione di bene e male, La forteresse non impone allo spettatore una linea di pensiero e offre, con grande onestà, spunti di riflessione profondi e per questo andrebbe visto da tutti, studenti delle scuole medie compresi.

Pardo d’oro a Locarno nella sezione Cineasti del presente.

(Roberto Rippa)

 

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

RCBanner01

Kisses

Kisses (Irlanda-Danimarca-Svezia, 2008)

di Lance Daly

(sezione Competizione internazionale)

Kisses01  Trama

Dylan e Kylie, due quasi adolescenti e vicini di casa, hanno entrambi problemi con i genitori. Il padre di Dylan è disoccupato e un alcolizzato violento, Kylie subisce gli abusi di suo zio senza che sua madre la difenda. Dopo l'ennesimo episodio di violenza, i due scappano alla volta di Dublino alla ricerca del fratello di lui, scappato e scomparso due anni prima.

Commento

I primi minuti del film fanno pensare alle atmosfere care a Loach e Leigh, ma l'impressione dura poco a causa anche di scelte un poco scontate (le scene nel paese dove i ragazzi abitano filmate in bianco e nero a fare da contrasto alla città, a colori fino a quando si assiste alle prime scene di violenza) e a un appiattimento complessivo dei personaggi.

La fuga di Kylie e Dylan alla scoperta di sé stessi in un ambito meno malsano di quello con cui sono confrontati ha comunque momenti di grande forza, grazie anche alla bravura degli interpreti, il tutto però termina all'arrivo in città, quando i pericoli che i due devono affrontare sembrano tratti da tanto brutto cinema.

Alla fine il film tenta di trovare una sua poetica ma dà l'impressione di aspirare ad essere una storia di crescita - anche forzata - alla Les quatre-cents coups di Truffaut  (il che sarebbe un ottimo risultato) non riuscendo ad essere però altro che Home Alone (Mamma ho perso l'aereo).

(Roberto Rippa)

 

Kisses (Irlanda-Danimarca-Svezia, 2008)

Regia, sceneggiatura e fotografia: Lance Daly

Musiche: Go Blimps Go

Montaggio: J. Patrick Duffner

Interpreti principali: Kelly O'Neill, Shane Curry, Paul Roe, Neili Conroy

76'

 

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

RCBanner01

Beket

Beket (Italia, 2008)

di Davide Manuli

(sezione Cineasti del presente)

Beket01
 

Due uomini sono impegnati in un dialogo surreale mentre aspettano un autobus che li sorvolerà, lasciandoli appiedati, nel loro viaggio nel mezzo del nulla. Davide Manuli, talentuoso attore e regista milanese, stabilisce sin dalle prime scene il tono surreale del suo “Beket” - in competizione nella sezione Cineasti del presente - che già nel titolo cita, storpiandolo volutamente, il nome del drammaturgo e scrittore inglese - Nobel per la letteratura nel 1969 - Samuel Beckett.
Jajà e Freak sono due uomini che si trovano in uno spazio privo di confini (il West d’Italia, la Gallura, benissimo fotografata in bianco e nero da Tarek Ben Abdallah) e di senso temporale, esattamente come nell’opera cui si ispira. Contrariamente ai Vladimiro e Estragone dell’opera di Beckett, però, non si accontentano di aspettare il misterioso signor Godot ma intraprendono un cammino alla sua ricerca ogni qualvolta sembra rivelarsi da dietro le montagne attraverso il suono di musiche elettroniche. Molti gli incontri che faranno: uno stralunato cowboy (Fabrizio Gifuni, già visto, tra gli altri, in “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana e in “La signorina Effe” di Wilma Labate), un mariachi (uno strepitoso Roberto “Freak” Antoni, voce degli storici Skiantos), Adamo ed Eva (in una scena che sembra omaggiare “Cinico TV” di Ciprì e Maresco), una sorta di cantastorie (Paolo Rossi).
Il film - è Manuli a raccontarlo - nasce come reazione alle difficoltà nel reperire fondi pubblici per un altro progetto infatti mai realizzato. Da qui la decisione di girare un film a basso costo e in tempi brevi, appena tredici giorni, con una troupe composta da 10 persone, con una camera a 16 millimetri e solo in diurna, senza l’utilizzo di luce artificiale.
Terzo capitolo di un’ideale “cinema della solitudine”, di cui fanno parte anche il cortometraggio sul tema del carcere “Bombay: Arthur Road Prison" vincitore della Vela d’Oro a Bellaria (1999) e il lungometraggio sul tema dell’emarginazione “Girotondo, giro intorno al mondo”, “Beket” è un racconto a più livelli, profondo, a tratti esilarante e sempre denso di ironia che rappresenta una graditissima sorpresa di questo Festival.
Grazie al passaparola, sala gremita alla sua terza proiezione.

(Roberto Rippa)

Beket (Italia, 2008)

Regia e sceneggiatura: Davide Manuli

Fotografia: Tarek Ben Abdallah

Montaggio: Rosella Mocci

Interpreti principali: Luciano Curreli, Jerôme Duranteau, Fabrizio Gifuni, Paolo Rossi, Roberto "Freak" Antoni, Simona Caramelli

78'

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

RCBanner01

Beautiful Losers

Beautiful Losers (USA, 2008)

di Aaron Rose e Joshua Leonard

(sezione Ici & ailleurs)

Beautiful Losers01 

I “meravigliosi sfigati” del titolo del documentario di Aaron Rose, scrittore, direttore della Alleged Gallery di New York nonché curatore della mostra che presta il titolo al film (“Beautiful Losers: Contemporary Art & Street Culture”, il titolo esteso dell’esposizione), e di Joshua Leonard, attore e regista di cortometraggi, altro non sono che un manipolo di artisti indipendenti statunitensi che si trovarono a inizio degli anni ‘90 proprio nella galleria citata, dando vita al movimento DIY (“Do It Yourself”).
Harmony Korine, Barry MacGeem, Chris Johanson, Ed Templeton, la scomparsa Margaret Killgallen, Mike Mills, Thomas Campbell e Jo Jackson sono solo alcuni tra gli artisti, cultori del creare qualcosa dal nulla (“Create Something from Nothing”), che si raccontano in prima persona davanti alla camera. La loro arte, che nasceva dal punk e dal reimpossessarsi della città attraverso skate e graffiti, venne presto inevitabilmente accolta a braccia aperte dall’industria, che trovò - e ancora trova - in essa la giusta forza di comunicazione commerciale visiva.
Il documentario, fortemente celebrativo - essendo diretto da un membro del movimento che vuole immortalare - e talvolta un poco superficiale e acritico nel racconto, mostra gli artisti all’opera sia oggi che negli anni ‘90, grazie a documenti filmati dell’epoca.
Comunque ironico e molto divertente, Beautiful Losers - presentato nella sezione Ici & ailleurs - ha il merito di riportare lo spettatore a un’epoca che ha avuto la forza di trasformare la strada in arte, sottraendo - almeno inizialmente - gli artisti all’establishment galleristico e, tra le righe, non manca di raccontare anche il Paese in cui tutto ciò è potuto accadere. 

(Roberto Rippa)

 

Beautiful Losers (USA, 2008)

Regia: Aaron Rose e Joshua Leonard

Musiche: Money Mark

Fotografia: Tobin Yelland

Montaggio: Lenny Mesina

91'

Collegamenti

Sito ufficiale

 

Pubblicato su Rapporto confidenziale speciale 61. Festival del film di Locarno

(settembre 2008)

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