Hot Rods To Hell

Hot Rods to Hell (USA, 1967)
di John Brahm e James Curtis Havens

Hot Rods to Hell02

Tom Phillips, commesso viaggiatore a capo di una famiglia che sembra essere stata tolta di peso da un film di Doris Day, ha un incidente d'auto che gli causa seri danni alla schiena. Costretto da questo infausto evento ad abbandonare il lavoro, decide, convinto da suo fratello, a prendere in gestione un motel nel deserto della California. Messosi in viaggio con moglie e i due figli, il piccolo Jamie e la diciassettenne Tina, si ritrova presto a doversi difendere da un gruppetto di teppisti (dalle camicie stirate e dai pantaloni con la piega, espediente per sottolineare che il pericolo si annida in ogni famiglia, anche nelle migliori) che su macchine sportive, le Hot Rods del titolo, è ben deciso a fargli passare un brutto momento. Il piccolo manipolo, due ragazzi e una ragazza (una giovanissima Mimsy Farmer, poi attivissima nel cinema italiano da con film come 4 mosche di velluto grigio di Dario Argento, Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli, Ciao maschio di Marco Ferreri in poi) ingaggia con lui un duello fatto di appostamenti, tentativi di buttarlo fuori strada e sfiorati incidenti frontali. L'arrivo a destinazione della non più tanto allegra famigliola, non significherà la fine di un incubo bensì l'inizio di uno ancora più grande.
Tipico film da secondo spettacolo per i drive-in dell'epoca, ma in realtà inizialmente pensato per la televisione, Hot Rods to Hell di John Brahm e James Curtis Havens, è uno di quelli che Tarantino deve avere visto in gioventù e che deve essergli tornato in mente al momento di scrivere Death Proof per il progetto Grindhouse.
Il film, recentemente pubblicato in DVD negli Stati Uniti dalla Warner, è divertente, sfrenato, totalmente ingenuo e intriso di una presunta critica sociale assolutamente esilarante (le ragazze devono mantenersi per l'amore e non buttarsi via per il sesso, anche i ragazzi più cattivi, quelli che un attimo prima stavano per uccidere te e la tua famiglia, meritano una signorile occasione di riscatto).
Hot Rods to Hell, offre esattamente ciò che promette: auto veloci, inseguimenti mozzafiato e l'eccitazione di vedere una tipica famiglia media americana assediata dal più improbabile manipolo di teppisti mai visto sullo schermo.

(Roberto Rippa)

Hot Rods to Hell (USA, 1967)
Regia: John Brahm, James Curtis Havens
Soggetto: Alex Gaby
Sceneggiatura: Robert E. Kent
Musiche: Fred Karger
Fotografia: Lloyd Ahern
Montaggio: Ben Lewis
Interpreti principali: Dana Andrewsm Jeanne Crain, Mimsy Farmer, Laurie Mock, Paul Bertoya, Gene Kirkwood, Jeffrey Byron
100'

DVD

Il DVD pubblicato dalla Warner Bros. offre il film in una versione sorprendentemente buona, con compressione minima, immagine nitida e colori vivi recuperando tra líaltro 8 minuti assenti nella versione televisiva.
Il DVD è disponibile sia in edizione singola, che come parte del cofanetto "Terrorized Travellers" della serie "Cult Camp Classics" (insieme a Skyjacked, 1972, di John Guillermin e Zero Hour!, 1957, di Hall Bartlett)

Hot Rods to Hell DVD

Edizione: Warner Bros. Home Video
Origine: USA
Regione: 1
Formato video: 1.85:1 (16x9)
Formato audio: Dolby Digital mono
Lingue: inglese
Sottotitoli: inglese e francese
Extra: trailer

Hot Rods to Hell

Cult Camp Classics 3 - Terrorized Travelers (Hot Rods to Hell / Skyjacked / Zero Hour!)

Storia della A.I.P. - quinta parte: La fine dell'umanità sencondo Ray Milland e Vincent Price

L’avventurosa storia della American International Pictures.
Quinta parte: La fine dell’umanità secondo Ray Milland e Vincent Price.

di Roberto Rippa

A.I.P. logo01

La fascinazione del cinema per il tema della fine del mondo - con la paura della Guerra fredda, quindi per un nemico straniero e fondamentalmente sconosciuto, a rappresentare uno tra i principali pilastri su cui si basa il genere - non è certo nuovo. Il sottogenere riguardante un olocausto nucleare o un’epidemia capace di finire quasi totalmente l’umanità, grazie alla possibilità di realizzare scene più o meno - a dipendenza dei mezzi finanziari a disposizione - spettacolari unendovi il tema secolare dell’homo homini lupus, ha prodotto nel tempo opere di pregio come Day the World Ended (Il mostro del pianeta
perduto
, 1955) di Roger Corman, The Day the Earth Caught Fire (E la terra prese fuoco, 1961) di Val Guest, Logan’s Run (La fuga di Logan, 1976) di Michael Anderson, The Omega
Man
(1975: occhi bianchi sul pianeta terra, 1971) di Boris Sagal, Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi, 1968) di George A. Romero (in cui a risvegliare i morti erano
le radiazioni prodotte dalla caduta sulla terra di un satellite) fino al più recente 28 Days Later… (2002) di Danny Boyle (la ragione dell’estinzione quasi totale dell’uomo è un misterioso virus), in un elenco che dovrebbe necessariamente essere molto più lungo.
La A.I.P. non si sottrae certamente al compito di cimentarsi nel genere, e lo fa con due pellicole (una prodotta, l’altra solo distribuita ma, come vedremo, pesantemente rimaneggiata dalla versione originale) di pregio, tanto da risultare estremamente godibili ancora oggi.

Panic in the Year Zero02
Panic in the Year Zero! (Il giorno dopo la fine del mondo, 1962) viene diretto e interpretato da Ray Milland (1907-1986), grande attore inglese trapiantato negli Stati Uniti, pronto a passare dall’Oscar ottenuto come migliore attore protagonista in The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945) di Billy Wilder e dai set prestigiosi di George Cukor (A Life of Her Own, L’indossatrice, 1950) e Alfred Hitchcock (Dial M for Murder, Il delitto perfetto, 1954) a quelli decisamente meno blasonati della A.I.P. (Premature Burial, Sepolto vivo, 1962 e X, L’uomo dagli occhi a raggi X (1), 1963, di Roger Corman, Frogs (2), 1972, di George McCowan giù fino a The Thing with Two Heads (3), sempre 1972, di Lee Frost), vedendo la sua carriera terminare tra film di serie Z e partecipazioni televisive. Si tratta di una di quelle pellicole che, pur soffrendo della carenza di mezzi, è riuscita nel tempo a fare riconoscere il suo valore, trasformandosi in un classico.

Last Man on Earth02
Più indefinito il caso de L’ultimo uomo della terra che, prodotto dalla italiana Produzioni La regina con l’americana Associated Producers Inc, viene rimaneggiato dalla sua versione originale dal produttore statunitense (ed è improbabilissimo che la A.I.P. in qualità di distributrice non ci abbia messo le mani a sua volta prima di mandarlo nelle sale americane) trasformandosi nella prima infedele trasposizione per il grande schermo del romanzo di culto I Am Legend (4) di Richard Matheson (che lo disconosce firmandolo però con uno pseudonimo per non perdere i diritti d’autore).
Il risultato è sì un poco confuso ma di grande presa per le atmosfere desolate, protagonista una Roma moderna (zona EUR) che dovrebbe rappresentare l’area di San Francisco.
Due film meritevoli di recupero.

(Roberto Rippa)

Note:

(1)
vedi Rapporto Confidenziale numerouno (gennaio 2008)

(2)
vedi Rapporto Confidenziale numerodue (febbraio 2008)

(3)
Nel film, Milland interpreta il ruolo di un ricco uomo bianco razzista che, in punto di morte, decide di fare trapiantare il suo cervello nel corpo di un altro uomo. La fretta costringe i medici a effettuare il trapianto nel corpo di un uomo di colore ospite del braccio della morte di un carcere.

(4)
Le trasposizioni successive, tutte scarsamente o per nulla fedeli al romanzo di Matheson, sono The Omega Man (1975: occhi bianchi sul pianeta terra, 1971, di Boris Sagal) e il catto-kolossal I Am Legend (2007, di Francis Lawrence).


Pubblicato su Rapporto confidenziale numerocinque (maggio 2008)

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