Il declino del cinema americano
(Una famosa scena da The Birds, Gli uccelli, di Alfred Hitchcock)
Da qualche anno a questa parte, il cinema americano destinato al grande pubblico, il cinema puramente commerciale, sembra essersi completamente perso nel tentativo di andare sul sicuro riciclando idee dal passato con lo scopo di minimizzare i rischi di perdita in un cinema sempre più costoso a livello produttivo. Prima con i rifacimenti di altri film (bruciano ancora i fiaschi di The Fog di Rupert Wainwright, rifacimento dell’insuperato originale di John Carpenter del 1980, e quello - pur parziale - di Alfie di Charles Shyer, rifacimento di quello diretto da Lewis Gilbert nel 1966) o riciclando, secondo un costume nato da molto, soggetti usati per film stranieri adattandoli al gusto americano (senza guardare in faccia a nessuno, neppure al Wim Wenders di Der Himmel über Berlin - Il cielo sopra Berlino, 1987 - orrendamente rifatto nel 1998 da Brad Silberling come City of Angels) o, fenomeno più recente, adattando per il grande schermo qualsiasi cosa sia passata, anche fugacemente sul piccolo.
Molti sono gli esempi di questa ultima categoria: dall’orrido Hazzard al fiasco Bewitched (Vita da strega, dall’omonima serie TV degli anni ‘60), dal tristissimo Starsky & Hutch (trasformato in parodia di una serie che già comprendeva elementi di parodia del genere) a Miami Vice, diretto da Michael Mann, già produttore esecutivo della serie TV e via verso una deriva che sembra non avere fine (sono attesi per i prossimi mesi l’adattamento per il grande schermo di Dallas, quello di I Dream of Jeannie, Strega per amore, e addirittura quello previsto per il 2008 di Knight Rider, il nostro Supercar).
Che la tendenza non accenni a diminuire lo dimostra il fatto che sono moltissimi i rifacimenti previsti per i prossimi due anni, con titoli che spaziano da Porky’s a Logan’s Run, da The Warriors a Creepshow, senza risparmiare Otto Preminger (il rifacimento del suo Bunny Lake Is Missing del 1965 uscirà nel 2009), Hitchcock (nel 2009 giungeranno sugli schermi i rifacimenti dei suoi The 39 Steps, I 39 scalini, e The Birds, Gli uccelli) né Joe Dante (il suo Piranha del 1978 uscirà il prossimo anno nella versione diretta da Alexandre Aja).
Non sorprende quindi che la televisione abbia potuto approfittare di questa profonda crisi di idee (che si riferisce unicamente al cinema di grande consumo, ovvio) per lanciarsi in produzioni seriali di valore anche visivo più alto rispetto ai canoni abituali con serie destinate a un pubblico adulto che riescono a equilibrare, grazie a una buona scrittura, dramma e commedia.

(John Carpenter con Adrienne Barbeau sul set di The Fog del 1980)
Ne sono fulgidi esempi Six Feet Under, una tra le produzioni migliori degli ultimi anni con il sapiente uso di trame e sottotrame, e i più recenti Lost, Weeds, Entourage, uno tra i migliori esempio di dietro le quinte della Hollywood attuale, Desperate Housewives, tutte scritte pensando a uno specifico tipo di pubblico cui rivolgersi ma che poi raggiungono anche altre categorie di telespettatori.
Mentre Desperate Housewives sta ormai arrancando nella ripetitività tentando di dare smalto a personaggi ormai pronti a scivolare nell’auto-parodia, Lost sembra, dopo due stagioni ad alta tensione, girare su sé stessa nel tentativo di dare un senso ai, forse troppi, elementi messi in gioco (un po’ come Twin Peaks che, partito come un giallo classico, non riuscì a trovare un finale convenzionale come la televisione avrebbe richiesto), Weeds e Entourage, per citare due esempi, sembrano giocare al meglio le loro carte nel tentativo di garantirsi una longevità che probabilmente le altre non raggiungeranno.
Le reti televisive, comunque, possono dirsi soddisfatte: le serie, girate e scritte molto meglio rispetto al passato, quando spesso sembravano capitalizzare su alcune situazioni per garantirsi un successo straordinario quanto effimero (vedi Melrose Place, presto scivolato nel grottesco a causa di continui colpi di scena che, secondo le intenzioni, avrebbero dovuto garantire la costante attenzione del pubblico) tengono il pubblico appiccicato allo schermo settimana dopo settimana creando personaggi che riescono, grazie anche alla serialità che permette un approfondimento degli stessi, a sviluppare empatia nel pubblico.
Weeds e Entourage, così come la frenetica Studio 60 on the Sunset Strip, viaggiano a un ritmo e su livelli narrativi differenti. Se di Six Feet Under si può ragionevolmente dire, essendosi conclusa, che è riuscita a mantenersi a un altissimo livello qualitativo in tutte le sue cinque stagioni (con la quarta che si candida alla palma di stagione più cupa nella storia delle serie TV e con il finale forse più bello che una serie abbia mai avuto), per le altre il giudizio è necessariamente sospeso (Weeds è alla sua seconda stagione, Entourage alla terza e Studio 60, amatissima dalla critica, rischia la chiusura al termine della prima per gli ascolti inferiori alle previsioni) malgrado le premesse ci siano tutte.
Gli esempi sono numerosi ed è certo che la televisione è riuscita in ciò che sarebbe stato impensabile fino a pochi anni fa: sostituire il cinema nel cuore del pubblico medio americano (nonché di quello più giovane) producendo serie di alto livello, girate benissimo, prendendo a prestito la tecnica cinematografica, e offrendo storie che il cinema, nel tentativo disperato di puntare sul sicuro non rischiando su progetti coraggiosi, non è più capace di proporre.
In Europa il fenomeno non è ancora scoppiato, cinema e televisione viaggiano su binari distanti e i prodotti televisivi hanno una qualità – quantomeno visiva – che ne fa prodotti buoni per un consumo rapido e un altrettanto rapido viaggio verso il dimenticatoio con l’eccezione dell’Italia, dove il gusto visivo mediocre della televisione pare essere stato adottato da tanto cinema (del resto spesso prodotto dalla stessa, mediocre, televisione).
Resta comunque il fatto che la televisione, quella americana almeno, sta iniziando a sostituirsi al cinema nelle abitudini e nei piaceri del pubblico medio. E questo non può non far pensare.
(Roberto Rippa)



