Intervista a Italo Marazzi

Intervista al numero 2 di Pinocchio:

Italo Marazzi

Italo Marazzi. All’estero, con Un burattino di nome Pinocchio, è conosciuto come ‘Earl Martin’, e in alcuni crediti il suo nome è storpiato in versione italo-americana, in ‘Marrozzi’. La sua bravura è a dir poco straordinaria. A 74 anni è uno dei più validi animatori italiani a livello internazionale, spesso chiamato dai più importanti studios a risolvere le animazioni più impegnative e complesse, portando al successo un decennio fa La Gabbanella e il Gatto di Enzo D’Alò. Ha inoltre realizzato le animazioni di Calimero e di Grisù il draghetto per i fratelli Pagot, Cocco Bill di Jacovitti, Lupo Alberto di Silver, perfino Gli Antenati di Hanna & Barbera. E tutto nel suo prestigioso atelier fiorentino: lo Studio 4.
Per
Un burattino di nome Pinocchio, Italo Marazzi realizzò molte difficili animazioni per alcune indimenticabili sequenze del Capolavoro animato di Giuliano Cenci.
Per gli esperti del linguaggio dell’animazione, a differenza del Pinocchio originale di Cenci che ha il naso più a cono e le sopracciglia più cadenti e quasi “dipinte”, il burattino di Marazzi presenta il naso leggermente più bombato e gli occhi più ovali e schiacciati. E diverse sono le differenze. Ma, come dire, l’uno completa l’altro e in un unico Capolavoro animato.
Ma senz’altro, mentre Cenci animò, oltre al Pinocchio, totalmente Geppetto e la Fata Turchina, dobbiamo a Marazzi alcune delle complesse animazioni di diversi personaggi, quali Lucignolo, Mangiafuoco e l’Omino di burro, nonché alcune fra le più spettacolari sequenze del Film.
In questa intervista, sempre in esclusiva per Cinemino, abbiamo il piacere di proporre i ricordi di uno dei più importanti maestri del cinema disegnato italiano, numero 2 del Capolavoro dell’Animazione del XX Secolo
Un burattino di nome Pinocchio.

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(Italo Marazzi al suo tavolo di lavoro nel 2004)


Intervista di Mario Verger

Italo Marazzi, 74 anni, lei ha una bravura incredibile nel cogliere la psicologia dei personaggi traducendone le caratteristiche, diluite perfettamente in tempi e azioni. Qual’è stata la sua formazione artistica?
Io non ho fatto nessuna scuola; ho fatto quindici mestieri diversi, poi ho frequentato un anno di una scuola serale

E com’è avvenuto l’incontro con Giuliano Cenci?
Dunque, io avevo avuto un’esperienza di lavoro con lo Studio Kappa per dei Caroselli su Pinocchio per i biscotti Maggiora. E sul personaggio Pinocchio, in un certo senso, tre anni prima c’avevo già lavorato… Poi mi fu detto dai miei colleghi che c’era appunto Giuliano Cenci che stava facendo questo film, e di conseguenza mi fu chiesto, come ad altri miei colleghi, di fare un provino e gli feci una scena, e poi mi chiese se volevo partecipare a questo filmato

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Qual è stata la prima scena che Giuliano Cenci le ha affidato?
Mi ricordo che la prima scena che ho fatto quando sono entrato era il Pinocchio all’interno del bosco che cavalcava un tronco e camminava circospetto… Forse Giuliano mi ha messo un pochino alla prova lì con questa prima scena… [dice Marazzi ridendo, vista la difficoltà della scena in questione]

Poi, però, nei crediti, lei risulta come animatore principale dopo Giuliano Cenci. Come è allora avvenuta questa ‘promozione’?
Diciamo che… be’, forse il discorso è che c’avevo già esperienza professionale da qualche anno; e poi c’è stato un darsi una mano, nel senso che io gli ho portato delle persone che lavoravano già nel campo pubblicitario, le quali sono state inserite nella coloritura, nella scomposizione, nella ripresa, ecc…

Quali sono le scene a cui lavorò, che maggiormente ricorda per la difficoltà o per la soddisfazione che le hanno dato?
Probabilmente le più difficili sono state quelle col carro con i ciuchini, con l’Omino di burro, diciamo… E quelle che mi hanno dato più soddisfazione sono state quelle dove ho animato un po’ tutto il Paese dei Balocchi; tutte quelle scene lì nelle quali mi sono un po’ sbizzarrito uscendo un po’ fuori da ciò che era la traccia che aveva dato Giuliano

E cioè a quali fa riferimento in particolare?
Beh… c’è la scena di quando tirano le pallate…

Cioè, quella in cui Lucignolo butta tre coni gelato f.c., si pulisce la bocca sporca di cioccolato con la manica mentre va leggermente a destra, ingrandendosi un po’…
Certo, si..si… Quella ad esempio, è stata una delle scene dove ho lavorato un pochino più di fantasia, un po’ meno ‘pressato’, diciamo, dalla regia di Giuliano; c’avevo più libertà su quelle scene lì…

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Ma delle scene che animava, i disegni preparatori li faceva Cenci, oppure era direttamente lei che le impostava?
No, c’era già un’impostazione e poi, naturalmente, in alcune scene bisognava essere più ‘rigidi’ su tutto ciò che succedeva, ecc… Per altre scene, invece, c’era una certa libertà, perché si parlava del Paese dei Balocchi e allora, di conseguenza, non è che vi fossero cose ben precise che doveva fare come atteggiamenti, ecc, sicché c’era un po’ più di libertà…

Poi, quali altre scene lei ricorda con soddisfazione?
Un'altra scena che ricordo con soddisfazione è quella in cui Pinocchio gira il bindolo e poi ritrova Lucignolo ciuchino…
Ma… posso dire questo: una cosa che mi ha divertito anche è stato quando ho fatto il carro con i ciuchini e che c’era, sì, un abbozzo del disegno del personaggio che guidava il carro; però poi mi son fatto molto guidare dalla voce; siccome era una voce così ‘particolare’, che allora m’è venuto di farlo un po’, come posso dire, un po’ effeminato…

Si riferisce all’Omino di burro?
Si, l’Omino di burro. Infatti chiesi a Cenci, “Giuliano, a me mi viene così… che dici… si può fare in questa maniera?”.
Era proprio la voce mi portava a dargli questa cadenza e anche un movimento un po’ effeminato, diciamo, proprio come atteggiamenti… perché è naturale che quando si fa un cartone animato, anche facendo dei film a lungometraggio, è la voce che ci trascina un po’ a far recitare il personaggio…

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Infatti mi piaceva l’Omino di burro quando invitava sul carro Pinocchio, la sua mano andava in p.p.p. ingrandendosi…
Si, è, infatti, con un atteggiamento – se vede – molto “morbido”…

Come si chiamava il disegnatore che ‘ripassava’ in pulito i movimenti degli attori, delle diverse scene girate dapprima con il Film-Guida?
Dunque, quando sono arrivato io le scene al Rotoscopio erano state già impostate: alcune riguardavano Geppetto e la Fata, e questi due personaggi li curava completamente Giuliano. E non so, precedentemente a quando sono arrivato, nel 1968-69, se c’era qualcuno che faceva questo tipo di lavoro… Forse il disegnatore del Rotoscopio era Giuseppe Conti

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(Ai tavoli: a destra Giuseppe Conti; in fondo Marazzi e Patrizia Fineschi; a sinistra Laura Foschi; sul fondo Valeria Pronti, che faceva anche da Film-Guida alla Fata)

Quindi il Suo personaggio preferito è Lucignolo… o l’Omino di burro…
Be’ non solo… dipende dalle scene che mi venivano affidate… Un altro personaggio che mi è piaciuto fare è Mangiafuoco.
Da quando Pinocchio incontra fuori dal Teatro dei Burattini il ragazzo che sta tagliuzzando il pezzettino di legno, fino a quando Pinocchio è assieme alle altre maschere, dove poi c’è Mangiafuoco che starnutisce, eccetera eccetera… Insomma, è tutta una sequenza di scene che ho portato avanti io.

Era presente anche lei nel 1972 alla presentazione del Film a Firenze davanti alle autorità e che ricordo ha?
A Rovezzano, se non mi sbaglio, addirittura… Si, certo che c’ero… Grande allegria, grande euforia da parte di tutte le persone che avevano partecipato al Film. Una giornata indimenticabile…

Ricordi sull’équipe?…
Non ricordo molto… sono passati molti anni… [dice scherzosamente ridendo Marazzi]. Le persone che ho portato e poi a loro volta sono diventate caporeparto… Si, perché venivano già da un’esperienza di qualche anno nella pubblicità… Fra queste ricordo: Lina Cherubini, Laura Foschi, Mara Agliata, Fiorenza Margherini; Valeria Pronti, Rossella Del Turco e Pia Lizzadro le trovai lì dentro ma furono di quelle che presi io nel gruppo che formai successivamente, lo Studio 4

Italo Marazzi06(Giuliano Cenci; dietro, con la mano, Marazzi; Giuseppe Conti; da sin: Valeria Pronti, in mezzo Laura Foschi; Patrizia Fineschi)

 
Sul fratello di Giuliano, Renzo che ricordi ha?
Il fratello Renzo era una persona che non si fermava davanti a niente, nel senso che qualsiasi problema gli venisse davanti al livello di ripresa o che, riusciva sempre a trovare delle soluzioni… E ho un buon ricordo un po’ di tutti, e con lui appunto collaborava questa ragazza [Mara Agliata, N.d.R.], la quale penso sia stata molto importante anche lei riguardo la ripresa del Pinocchio

Sul nipote Alessandro che faceva le riprese, qualche ricordo?
Il nipote Alessandro… non mi ricordo che facesse anche lui le riprese, perché era ancora un ragazzo insomma… era molto giovane…

Ultima domanda: che ricordo ha, dell’epoca, di Giuliano Cenci?
Ma veramente… son cose che poi probabilmente non escan fuori dal “cuore” per bene… comunque: di episodi ce ne sono stati diversi lì all’interno dello studio… Giuliano era molto compagnone, molto fiducioso rispetto alle persone, molto attento… che si dava un gran da fare perché ci credeva molto in questo lavoro

Mario Verger

Italo Marazzi07 (Giuliano Cenci e la moglie Albertina Cenci; la sorella Margherita; in piedi, il cognato, marito della sorella; il fratello Renzo; Jerry Bezzi; Giancarlo Piccioli; vicino alla lampada Fiorenza Margherini; dietro lei, Patrizia Fineschi; davanti a lei Fernanda Giomi (che sposò Roberto Campanini). In piedi: da destra, Giusepe Conti, Roberto Campanini, Roberto Ricci; a sedere, con gli occhiali D’Angelo e dietro ancora Scortecci; dietro in ultimo Marazzi; davanti a D’Angelo Alessandro Bronzi; a sinistra laura Foschi; dietro il biondo, Giovanni Artico)

Note:

(1)
Bisogna anche ricordare che il riferimento dell’Omino di burro ad una certa ambiguità era presente anche nell’originale di Collodi

Vassilis Barounis (Onar Films)

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(Copertina del DVD Turkish Horror Double-Bill con
Aska Susayanlar Seks ve Cinayet e Ölüler Konuşmaz Ki)

Nel profluvio di pubblicazioni di DVD di cinema di genere proveniente da tutto il mondo, capita di trovare piccole compagnie che, con scarsi mezzi ma molto amore per il cinema, pubblicano titoli fino ad ora reperibili unicamente grazie a bootleg quasi invedibili.
È il caso della Onar Films, che ha il merito di avere reso disponibili, oltretutto in edizioni molto curate, film turchi di genere fino ad ora molto discussi, veri e propri oscuri oggetti del desiderio, ma pochissimo visti tanto da far pensare che fossero andati perduti per sempre.
È il caso di Süpermen Dönüyor di Kunt Tulgar, irresistibile film di ricalco del Superman diretto nel 1978 da Richard Donner, di 3 Dev Adam di T. Fikret Uçak, con i suoi supereroi ricalcati dai fumetti della Marvel, dei film su Kilink, l’eroe malvagio fortemente ispirato (va bene, copiato) al censurato fotoromanzo italiano di fine anni ’60 Killing, di Aska Susayanlar Seks ve Cinayet (Thirsty for Love, Sex, and Murder) di Mehmet Aslan, film fortemente ispirato all’estetica e ai contenuti del cinema giallo degli anni ’70 di Sergio Martino, del gotico Ölüler Konuşmaz Ki e di alcuni altri. Ma la Onar ha anche avuto il merito di pubblicare titoli più recenti, come l'horror Karanlik Sular di Kutluğ Ataman, che difficilmente avrebbero raggiunto le nostre latitudini.
La piccola Onar Films (Onar significa sogno), in cui è attivo solo il suo fondatore Vassilis (Bill) Barounis che nelle sue ricerche si appoggia a collaboratori in Turchia, si distingue per la qualità delle sue pubblicazioni, spesso ricche di extra impensabili per film distanti nel tempo, inusuale per una compagnia di produzione tanto piccola soprattutto se paragonata a quelladi alcune case di produzione italiane che, trattando il cinema di genere come un prodotto di serie z indegno di considerazione (se non commerciale), pubblicano prodotti indegni, nel formato sbagliato o in versioni televisive, mancanti quindi di intere sequenze
In ragione della sua peculiarità, abbiamo pensato di rivolgerci a Vassilis Barounis per saperne di più su come la Onar Films sia nata, come lavora e cosa progetta per il futuro prossimo.
In queste pagine abbiamo parlato spesso della Onar Films, questa volta lasciamo parlare il suo creatore.

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(Süpermen Dönüyor)

Intervista a Vassilis Barounis
di Roberto Rippa

Quando hai deciso di fondare la Onar Films e, soprattutto, quali erano le tue intenzioni inizialmente?

L’idea di fondare una compagnia è stata nella mia testa per anni ma non avevo i soldi necessari per farlo. Poi ho iniziato a vendere vecchie VHS di film greci su Ebay tentando di accantonare parte dei proventi per questo scopo. Poi, nel 2004, ho iniziato a prendere contatto con alcune compagnie italiane per alcuni rari titoli gialli ma quelli si comportavano come fossero stati papi e inoltre i loro prezzi erano decisamente troppo alti per me. Così mi sono messo a cercare in territorio turco ma inizialmente ho fallito anche con loro. Non sapevo veramente cos’altro fare, i miei interessi erano rivolti unicamente ai film di culto italiani e turchi.


E come hai iniziato a lavorare ai film da pubblicare?

Nel 2005, quando ho comperato il mio primo film da pubblicare, Kilink Istanbul'da, ho dato la stampa a una piccola azienda di qui perché un mio buon amico ne era membro e mi avevano promesso un lavoro veloce e ottimo. Contemporaneamente ho dato il film a una persona perché lo traducesse. Dopo molti mesi di false promesse, errori, problemi, eccetera, il master finale era pronto per la stampa. Ho pensato che non avrei mai più fatto nulla di simile.

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Quando, e come, è nato il tuo interesse per il cinema di genere turco?

Ho sempre amato i film oscuri e strani provenienti da ogni angolo del globo. Negli anni ’80 il mercato greco era invaso da centinaia di film turchi su VHS. Film drammatici, principalmente, ma anche alcuni eccezionali film di Cüneyt Arkin (attore attivissimo e regista) e, soprattutto, una rarissima VHS di 3 Dev Adam! Quel film mi aveva letteralmente sopraffatto. Negli anni ’90 ho iniziato a investigare su questi film oscuri scoprendo che i film turchi erano i più folli e i più difficili da trovare. E, per quanto mi riguarda, amo i film folli e oscuri.

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(3 Dev Adam)

Come lavori al reperimento dei film da pubblicare?

Tutte le compagnie indipendenti definite piccole o "low-budget" possono comunque miracolosamente permettersi di viaggiare in ogni angolo del pianeta per trovare film, fare interviste, eccetera.
Bill Lustig ha recentemente dichiarato che oggi ha persone che si occupano per lui di fare interviste in Spagna, Italia, eccetera.
Io non ho mai viaggiato da nessuna parte per i miei film, la mia è una compagnia davvero piccola e indipendente e ogni singolo Euro conta. Io pubblico 1'200 copie di ogni titolo e se dovessi viaggiare all’estero per realizzare un’intervista, dovrei vendere ogni DVD a 50 Euro. Grazie a Dio ci sono persone che mi possono aiutare dall’estero. Ho iniziato da zero, proprio dal nulla. Ho iniziato scrivendo email a gente a me sconosciuta di Istanbul trovata in Internet. Un contatto ha portato all’altro e alla fine ho trovato le compagnie che avevano i film che volevo.


Si legge spesso sul tuo sito delle continue difficoltà che incontri nel lavorare alla pubblicazione dei film. Come lavori tra Grecia e Turchia?

Le cose sono in continuo cambiamento. Ho trovato molte persone in Turchia, ho usato i soldi per convincerli ad aiutarmi a trovare compagnie, ecc… A un certo punto spariscono perché non vogliono aiutarmi o non hanno più tempo. Ho anche perso soldi in alcuni casi. C’è sempre una percentuale di incertezza con queste persone. Oggi possono dirmi: “Bene, faccio questo per te domani stesso!” per poi sparire improvvisamente. Però va detto che almeno mi trovano sempre altre persone, o loro amici, che mi aiutino così ne perdo sempre ma riesco anche a trovarne altre. Certo che però questa preoccupazione costante è un vero incubo. In questo momento ho perso quasi tutti i miei vecchi contatti e ne sto cercando di nuovi.

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(copertina del DVD di Karanlik Sular)

Qual è la risposta commerciale alle tue pubblicazioni?

I miei DVD sono un totale fallimento! Sembra che in internet ci sia un mucchio di gente interessata a parlare di questi film ma poi si fermano lì e pochi tra loro li comperano davvero. Ho pubblicato parecchia pubblicità sulle principali riviste di culto, i principali forum e blog tessono le lodi delle mia pubblicazioni, gente di tutto il mondo sembra conoscerli, ogni sito pare avere centinaia di persone che leggono le recensioni sui miei film. Bene, se solo uno su cento visitatori comperasse i miei DVD, dovrei stamparli in 10'000 copie. Invece ne stampo 1'200 e per ogni titolo ne ho centinaia in magazzino.

Che genere di cinema ti piace di più?

Mi piacciono i film misconosciuti. Sono cresciuto con i film italiani e quelli sul kung-fu e ho per loro un amore speciale. Anche il cinema giapponese, i vecchi film, sono una mia grande passione.

Su quali progetti a breve termine stai lavorando ora?

Ho in cantiere 7 o 8 film turchi per il futuro. Si può controllare lo stato dei lavori sul sito della Onar Films, naturalmente. Ora sono alla ricerca di alcuni altri titoli turchi. Alcuni tra loro sono considerati persi per sempre ma ho messo una taglia su di loro. Le persone che lavorano per me faranno del loro meglio per stanarli anche se temo che non troveranno davvero più nulla. Per l’anno prossimo, invece, cercherò ancora di parlare con alcune persone in Italia. Anche la Spagna è un gran bel Paese, comunque…


I DVD che pubblichi sono un esempio di rispetto per il cinema che distribuisci, grazie anche agli extra che proponi (interviste e trailer rari), come reagiscono i registi al tuo interesse nei loro film?

Registi, produttori e attori che ho trovato e che mi hanno rilasciato interviste sembrano sorpresi e grati per l’interesse. Grecia e Turchia sono stati nemici tradizionali per secoli e quando loro vedono un ragazzo greco che fa del suo meglio per salvare i loro film dimenticati non possono crederci! Sono tutte persone molto carine, mi piacciono davvero molto!


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Onar Films

Trailer dei film pubblicati da Onar Films (YouTube)

Recensione di 3 Dev Adam su 10k bullets

Recensione di Süpermen Dönüyor su WorldWeird Cinema

Recensione di Süpermen Dönüyor su DVD Maniacs

Recensione di Turkish Horror Double-Bill su Cinema Strikes Back

Intervista a Vassilis Barounis su Cinema Strikes Back

Recensione dei DVD della serie Kilink e di 3 Dev Adam su Mondo Digital

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(copertina del DVD 3 Dev Adam)

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Stefano Mencherini

Stefano Mencherini è un giornalista indipendente che nel 2003 ha realizzato Mare nostrum, film-inchiesta su un centro di permanenza temporanea, il Regina pacis di San Foca (Lecce), gestito dalla curia vescovile del capoluogo, raccogliendo testimonianze sulle violenze che si consumavano al suo interno ad opera dei gestori e di coloro che avrebbero dovuto garantire sicurezza e rispetto dei diritti umani. Il film usa l'inchiesta sul centro come spunto per un ben più ampio discorso sulla legge sull’immigrazione nota come Fini-Bossi-Mantovano, che di fatto sospendeva il riconoscimento dei più basilari diritti umani di coloro che, partendo spesso da Paesi in cui la loro sopravvivenza è messa a repentaglio da regimi, guerre o più semplicemente fame, giungono in Italia con il miraggio di una vita migliore.
Mare nostrum, che dal 2003 circola per scuole, associazioni e centri sociali per l’impossibilità di trovare un distributore, racconta per immagini e parole ciò che spesso ci è stato negato di sapere, per imbarazzo, per l'inviolabilità degli stessi centri e, si sospetta, per evitare di pestare i piedi ai molti che la legge l’hanno proposta e sostenuta.
Abbiamo incontrato il suo autore Stefano Mencherini in occasione della proiezione del film avvenuta a Lugano il 12 maggio presso il C.S.A. Il molino per una chiacchierata informale.

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(Don Cesare Lodeserto, direttore del Cpt Regina Pacis condannato nel 2005 a un anno e quattro mesi per violenza privata e lesioni aggravate, tenta di impedire una visita autorizzata al giornalista Stefano Mencherini e al fotografo Massimo Sestini. Foto di Massimo Sestini tratta da www.stefanomencherini.org)

Cosa ti ha fatto scegliere di trattare questo argomento in questa forma?
Prima di fare come mestiere quello di tentare di raccontare ciò che succede intorno a me, io sono, come te, persona, uomo e quando mi accorgo che un altro uomo ha dei problemi piuttosto grossi e si trova a fare i conti con una realtà che lo calpesta senza minimamente curarsi di lui in quanto essere umano, allora mi girano un pochino i coglioni e, siccome sono un non violento, non mi armo se non del mio lavoro, e quindi della videocamera, come nel caso di Mare nostrum, o del mio taccuino e di una grande passione per questo mestiere, per questo lavoro che per me è nobile. Dietro a Mare nostrum c’è la voglia di raccontare la realtà, una realtà che altri non volevano si potesse vedere. Quindi ho acceso la telecamera e ho iniziato a girare. Il nostro Paese, l'Italia, ha passato anni durissimi di regressione non solo culturale ma proprio civile, profonda e rapidissima, e si è ritrovato ad essere un Paese razzista , intrinsecamente e profondamente razzista, in molte, troppe occasioni, purtroppo. È così che ho iniziato.

Quando hai iniziato a lavorarci, quale destinazione pensavi potesse avere il film?

Ho iniziato a pensare alla sua destinazione ancora prima di mettermi al lavoro, di accendere la telecamera. È chiaro che un lavoro non nasce in modo estemporaneo ma deve poter avere un periodo in cui le idee si incrociano, si ordinano, i pensieri si mettono in fila prima di poter cominciare a lavorare. Credo che chi fa questo mestiere debba pensare in quel momento a chi vuole parlare, a chi si rivolgerà. E anche come ciò possa fare. Devi quindi pensare se stai facendo un lavoro per la televisione oppure per circuiti indipendenti, della documentaristica o della denuncia. Questo, in sintesi.

Nel corso dell'incontro con il pubblico dopo la proiezione hai detto che questo lavoro è stato smembrato perché alcune sue parti venissero passate in televisione alle ore meno favorevoli. Si capisce come un film come questo non possa passare in una RAI così controllata dalla politica, ma si pone anche un problema sulla stampa: perché la stampa attuale non riesce a raccontare storie come questa o, quando lo fa, opera con enorme cautela? Qual è l'interesse dei giornali nell'evitare questo tipo di argomento?
L'interesse è quello di non disturbare perché in fondo i media hanno un impegno ben preciso: quello di non disturbare il manovratore, come si diceva una volta, quindi il potente che si alterna in vari scranni, in varie lobby e che in questo caso ha bisogno di dare informazioni in pasto a un popolo che è affamato di sangue come ai tempi del Colosseo e non deve sapere. Quindi la gente e soprattutto i poteri di turno hanno quello che vogliono: nessuno capisce assolutamente cosa stia accadendo e il gioco è fatto.
La manipolazione del tema dell'immigrazione pare avere indotto il razzismo.

L'associazione tra il termine immigrato e quello delinquenza è stato molto proposto dalla stampa...
Secondo me l'accostamento non è più strumentale. Ormai si è arrivati a un tale livello di assorbimento, di assuefazione, che l'associazione è automatica. Non c'è un disegno preciso o un ordine chiaro, tutto avviene come accade con gli sguardi tra i mafiosi, che comunicano tra loro con gli occhi, senza usare parole. E molto accade anche per ignoranza, per mancanza di cultura, per insensibilità, per superficialità, perché ormai il giornalismo, non solo in Italia ma in Italia in particolare, è stato snaturato nella sua essenza primaria, nel suo valore, della sua importanza all'interno di una società, nel ruolo che deve e può avere proprio come strumento di garanzia per far capire cosa sta accadendo, senza stare da una parte o dall'altra, e lasciarti poi la possibilità di fare le tue analisi, di fare le tue scelte. Purtroppo questo accade sempre meno, ed è preoccupante per una società che su molti versanti si sta chiudendo sempre di più. Con una chiesa che sempre di più, non esito a rimarcarlo, è pericolosa. Il papato di Ratzinger, con tutto quello che si porta dietro, è un vero e proprio pericolo per l'umanità, perché è una chiesa pensata a tavolino, dove la teoria diventa verbo e diventa pratica quotidiana, dove tutto ciò che è umano viene allontanato dalle gerarchie. E questo in un Paese come l'Italia che è la culla della civiltà cattolica, senza retorica, ma anche in un Europa che in molti suoi Paesi è fortemente appesantita, per usare un termine leggero, da questa realtà.

È una chiesa che cerca di sostituirsi alla gestione politica dei Paesi...
È una chiesa politica, non è una chiesa che tenta, lo è già da diverso tempo, almeno da quando è morto papa Wojtyla che, pur con tutti i suoi tabù, era il papa del tentativo del dialogo, dello scambio, della comprensione reciproca. Io ho due lettere che mi arrivarono da papa Wojtyla, ovviamente non autografe ma scritte dal suo segretario particolare. Nell'ultima gli mandavo Mare nostrum e gli scrivevo: Santo Padre, guardi un po' cosa succede nella chiesa di Lecce e chi sono questi personaggi, che legami hanno, che illeciti condividono, che profonda immoralità alimentano. Non ci sono parole per quello che hanno combinato e continuano a fare questo arcivescovo e i suoi scagnozzi, lui presidente della CEI di Puglia e i suoi sodali... Anche Nichi Vendola, e mi dispiace dirlo visto che è stato al nostro fianco e io lo ringrazio persino nei titoli di coda del film, da quando è presidente della regione Puglia non ha fatto altro che incontrare monsignor Ruppi e baciargli l'anello, farsi fotografare insieme a lui dimenticandosi di ricordare ciò che questi signori hanno combinato e continuano a combinare con nuovi e cospicui finanziamenti, milioni di euro, da parte delle amministrazioni di centro-sinistra, del Salento o della regione Puglia.

Non pensi che queste leggi sottostiano in qualche modo a direttive europee?
No, non penso ci sia un disegno europeo collegato, questo no. Penso però che ci sia una realtà europea che va in quella direzione. Le cose, secondo me anche in altri campi, avvengono per ragioni molto più semplici di quelle che siamo portati a pensare. Penso che si tratti di politiche, tra virgolette, dettate della strategia della paura, dalla facile demagogia che, in particolare dopo l'11 settembre, e in alcuni Paesi d'Europa anche molto prima, si è determinato con nuovi razzismi. Anche da noi... non hanno detto per anni che gli immigrati venivano a rubare il lavoro a noi e ai nostri figli ? Mentivano, perché la realtà ha poi dimostrato che i lavori che gli immigrati venivano a fare erano quelli che gli italiani non volevano fare più, i lavori più umili, più pesanti, meno retribuiti. Poi ci hanno detto che saremmo stati invasi da eserciti di musulmani che avrebbero stravolto la nostra identità cristiana. Tutte puttanate, perché siamo il Paese europeo che ha il minor numero di immigrati regolari e irregolari all'interno dei suoi confini. Più di recente ci è stato detto, dall'ex ministro Pisanu come è documentato in Mare nostrum, che gli immigrati erano terroristi di Al Qaeda che venivano da noi e si scambiavano non so cosa. Come se i terroristi si muovessero rischiando la loro pelle come accade a decine di migliaia di donne, uomini e bambini finiti in pasto ai pesci nei mari delle nostre vacanze.
Al di là di una fetta di società civile, anche quella più impegnata politicamente in battaglie ideali, finisce per, non dico dimenticare, ma per non avere più come priorità la questione, che viene quindi lasciata in balia di quelli che sono gli eventi, le emozioni, il susseguirsi dei governi e degli interessi emergenziali e politici. Ognuno tende quindi a pensare esclusivamente per sé. Questo, in termini culturali, determina lo sfascio da cui credo non si potrà più tornare indietro: una società che si basa su fondamenta come paura e diffidenza, malgoverno e miopia politica, non ha futuro.

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(Valona: veglia di un clandestino annegato per una collisione in mare
con la Finanza italiana. Foto di Maki Galimberti tratta da www.stefanomencherini.org)

Rispetto ai fatti raccontati in Mare nostrum, il governo italiano è cambiato, anche se le facce nel film sono comunque sempre le stesse, cosa ci si può aspettare secondo te in merito alla politica sull’immigrazione?
Molto poco. Meno peggio di quello che era, perché ai livelli della Bossi-Fini credo sia difficile si possa arrivare. Io l'ho definita una nuova legge razziale perché lo è, non c'è da spaventarsi o da gridare al terrorista come hanno fatto con me perché parlavo di Guantanamo italiana o di nuovi campi di concentramento riguardo ai Cpt.

Mare nostrum ha avuto una circolazione notevole nei circuiti alternativi...
Si, ed è anche finito in un sacco di tesi anche oltre confine, ricercatori americani, francesi, inglesi, anche svizzeri, l'universita di Berna, hanno inserito nei loro studi dei capitoli su Mare nostrum. I contenuti hanno varcato i confini, l'informazione è arrivata. Certo è che non puoi fare i 7-8 milioni di telespettatori della tivù, ora in verità molti di meno, che fa un Vespa quando ha una prima serata su Cogne. Però non me ne frega niente anche perché le sue centinaia di migliaia di spettatori li ha avuti anche Mare nostrum, alla fine.

Pensi che verrà pubblicato e distribuito, prima o poi?
No. C'è stato un interesse, anche molto forte, che però non ha mai portato a nulla. L'ultima volta, con il settimanale Diario, quasi tre anni dopo che Mare nostrum era uscito. Continuavano ad arrivarmi email di richieste del DVD del film, me lo chiedevano da ogni parte, scuole, associazioni, parrocchie. Anche l'Unità, con il cui direttore Furio Colombo ero in contatto per lavoro. Gli feci avere la VHS, lo invitai a guardarla e valutare se Mare nostrum avrebbe potuto essere allegato al giornale. Mi rispose sì, che avremmo potuto parlarne ma, dopo una settimana, lo incontrai, lui abbassò gli occhi e mi disse: "Caro Mencherini, la settimana scorsa ce l'avremmo fatta, adesso non più. Subisco una pressione tale che la mia risposta non può essere che negativa".
Capito? questa è la realtà.
Mare nostrum è sì un lavoro duro, vero, cui le musiche di Lucia Poli, Francesco Di Giacomo, Coppola dei Nidi d'Arac, gli ormai sciolti e interessantissimi Les anarchistes con una splendida versione di Bella Ciao, e altri, danno ulteriore forza. Ma sono i contenuti ad essere "cattivi", quindi improponibili dai sistemi sistema di comunicazione tradizionale.

Da giornalista indipendente quale sei, hai avuto modo di tornare sugli argomenti trattati nel film?
Poco, nel senso che ho continuato la mia battaglia personale in modo individuale e come professionista difendendo l'informazione dalle censure con molte iniziative. Sono pesantemente intervenuto con uno sciopero della fame che ha poi ha avuto un epilogo di tre giorni di sciopero della sete poi svolto a staffetta per un mese e una settimana da 90 persone che al ritmo di due o tre al giorno digiunavano per protesta. Tutto coinvolgendo anche una quindicina di parlamentari, gente in gamba, gli stessi migranti che erano stato torturati all'interno del Regina pacis, e altri clandestini, donne e uomini di cultura, spezzoni di società civile. Un'iniziativa importante di cui nessuno ha naturalmente voluto parlare nonostante gli sforzi e i salti mortali che ognuno di noi ha tentato di fare con agenzie, stampa e tivù.
Per finire io mi augurerei che ciò che resta del giornalismo italiano possa non solo rimanere saldo, ma anche allargarsi e diventare prassi quotidiana, nel senso che credo che questo mestiere abbia, come dicevo all'inizio, delle ragioni ben precise per esistere, per rendersi utile. L'augurio è quindi che ci siano più opportunità per chi lavora seriamente, che ci siano meno muri di gomma e censure preventive, meno barriere, meno confini o ghetti, insieme ad una ripresa dei sentimenti e del rispetto dell'uomo che credo siano l'essenza, la base, la radice da cui parte e si sviluppa la vita di tutti noi. Proprio di tutti di noi.

Roberto Rippa

Mare nostrum su Cinemino

Vito Tommaso

Le musiche di Pinocchio: intervista al Maestro Vito Tommaso
di Mario Verger

Riguardo alle musiche di Un burattino di nome Pinocchio, al Maestro Vito Tommaso dobbiamo: l’indimenticabile canzone composta con Renato Rascel presente nei titoli di testa e di coda del film; la musica teatrale del Gran Teatro dei Burattini col dialogo fra Arlecchino e Pulcinella; l’indimenticabile musica a flauto e ottavino che accompagna Pinocchio mentre saltella e cammina, scelta come motivo conduttore nella sigla della versione americana; la melodia a carillon di quando Pinocchio sogna abbracciando affettuosamente l’albero con, al posto delle foglie, tanti zecchini d’oro; la simpatica musica a fagotto cadenzata e simpaticamente malandrina con Pinocchio in compagnia del Gatto e della Volpe; la marcetta ironicamente macabra di quando il Coniglio viene a prendere Pinocchio che non vuole bere la medicina della Fata; la simpatica musica allegramente incalzante che accompagna Pinocchio mentre si trova nel Paese delle api industriose; l’aria musicale di quando, in crescendo, Pinocchio riabbraccia affettuosamente la Fata Turchina giacendo ai suoi piedi; la musica tetra e simpaticamente drammatica che accentua le scene di Mangiafuoco e del Pescatore Verde; l’introduzione musicale del Circo e del Paese dei Balocchi che reintroduce il tema del flauto; la straordinaria e commovente musica del finale, uno dei temi conduttori del Film, che in un crescendo spettacolare preannuncia la trasformazione di Pinocchio da burattino in bambino vero; e tutte le variazioni dei temi musicali di Un burattino di nome Pinocchio composti dal Maestro Tommaso che accompagnano, di volta in volta, lo svolgersi delle azioni del Capolavoro dell’Animazione Italiana del XX Secolo…

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(Vito Tommaso e Giuliano Cenci nel 1972 alla presentazione del film Un burattino di nome Pinocchio)

Il Maestro Vito Tommaso, quasi settantenne, ha vissuto moltissimi anni in Toscana, abita a Roma ed è un artista coi capelli argentati ma dall’aspetto giovanile e gioviale, con tanto di gilet beige e anello: un sobrio e simpaticissimo uomo di Spettacolo.
Una persona schietta, affabile ed originale come le sue musiche, le quali non perdono tempo a conquistare l’immediata simpatia degli ascoltatori!
Invitato alla sua casa di Viale delle Medaglie d’Oro all’elegante quartiere capitolino di Monte Mario, conversiamo assieme seduti in un originale e luminoso salotto, con tanto di pianoforte nascosto sotto il passante del tavolo, molti registratori, dischi e spartiti musicali. Ero stato a casa sua nel lontano 1981 perché, in quell’occasione, mi regalò un nastrino contenente la canzone di Pinocchio cantata da Rascel, avendone una sola copia su disco. Ma quel giorno lui non c’era ed incaricò il figliolo Gepy di consegnarmela, la quale conservo tuttora come una vera e propria “reliquia” del Pinocchio di Cenci. Vito Tommaso non ricordava oggi la circostanza. Fu lui a presentarmi a Riccardo Paladini, il quale, all’epoca mi mise in contatto a Firenze col Maestro dell’Animazione Italiana Giuliano Cenci.
Ma torniamo al presente: il Maestro ed io, ormai trentaseienne, parliamo del film Un burattino di nome Pinocchio e di Giuliano Cenci il quale, Vito Tommaso non vede da allora.
Tommaso è un artista affabile e diretto, e senza pensarci due volte, col portatile in mano non perde tempo a chiamarlo: «Sono Vito Tommaso, potrei parlare per favore con Giuliano Cenci?». E li, con me presente, il Maestro Tommaso risente la voce del Grande Animatore Italiano Giuliano Cenci a distanza di trentacinque anni…

Maestro Vito Tommaso, oggi 69 anni, creatore delle indimenticabili musiche del Capolavoro dell’Animazione Italiana, Un burattino di nome Pinocchio. Come conobbe Giuliano Cenci?
Io producevo in quel periodo Renato Rascel col quale avevo un rapporto che era molto esteso, molto frequente, e un giorno lui mi dice: “Mi hanno chiesto di dare la voce ad un cartone animato. Ci fai le musiche te?”. E io ho detto: “Certo che te le faccio le musiche”. Infatti, Rascel era stato contattato ed era sotto contratto con Giuliano Cenci per dare la voce a questo cartone animato. E in quell’occasione lì, io, naturalmente dopo essere entrato in contatto con Giuliano Cenci, sono andato allo studio a vedere il film e, una volta visto, ho ideato le musiche che andavano inserite. Una volta composte le musiche, che avevo già progettato di abbinare alle varie situazioni, le ho proposte all’RCA, la quale, allora, aveva le edizioni musicali e faceva moltissimi film. Avevo già fatto La ragazza con la pistola insieme a Peppino De Luca, e ho inciso, diretto, arrangiato e registrato tutte le musiche del Film che poi abbiamo montato allo studio del povero Paladini; e lì ho conosciuto anche la figliola Roberta che poi ha avuto una carriera sia di doppiatrice che di attrice.

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(Renato Rascel a sei anni con Lula. Foto: Giuditta Saltarini)

Quanto tempo ha impiegato a fare le musiche. Lei ha visto prima il Film, e ha cercato un po’ ispirazione nelle immagini?
Certo, come si fa continuamente, cioè prima si ‘guarda’ di che cosa si deve parlare; ovvero si dà un’occhiata profonda all’argomento che va musicato. Dopo io mi son guardato anche i personaggi, i caratteri che avevano, che tipo di Pinocchio era, che tipo di Lucignolo, quali erano i caratteri del Gatto e della Volpe, e dei vari personaggi che sono nel libro di Collodi. E ho dato la mia versione, quella che è sembrata a me la più giusta nel cartone, cioè per sottolineare il carattere di quei personaggi così com’erano stati espressi da Giuliano Cenci e dai suoi collaboratori. C’ho messo un po’ perché naturalmente ogni film, a parte la composizione, ha bisogno poi del fatto tecnico, cioè, uno non solo deve comporre, ma poi deve arrangiare, deve adattare ai vari strumenti, poi li deve dirigere, li deve incidere, li deve montare, mixare e poi montare definitivamente sul film. Quindi è un’operazione abbastanza lunga. Ci vuole sempre un bel po’ di tempo. C’è chi non fa tutte le operazioni, magari chi compone e basta. Poi l’arrangiatore con il direttore d’orchestra incide. Io invece ho provveduto in quegli anni lì a fare sempre tutto da solo. Naturalmente l’RCA ha messo le edizioni, e quindi, come tutti gli editori prendeva una grossa ‘fetta’ dei proventi editoriali.

Mentre registriamo l’intervista, al tocco di un orologio, all’improvviso esce fuori un “cuculo”… E io, ridendo, dico al Maestro Tommaso: …Sembra quasi il cucù del Pinocchio all’Osteria del Gambero Rosso a conclusione della musica di accompagnamento.

…Con l’occasione le chiedo Maestro, come ha fatto ad ideare temi musicali così calzanti alla psicologia dei personaggi? Sentendo il cucù, pensavo proprio alla musica che accompagna la sequenza di Pinocchio assieme al Gatto e la Volpe….
Io, infatti, ho composto le musiche del Pinocchio di Cenci in funzione delle immagini che vedevo. Naturalmente l’adattamento è un fatto assolutamente personale. Di fronte ad una certa situazione le reazioni dei compositori possono essere le più disparate. Ma io ho avuto la mia, ed ho focalizzato il personaggio con le sue caratteristiche ed ho tentato di esprimerle con la musica in maniera che fossero coerenti con le immagini.

Vito Tommaso03(Due grandi attori della commedia italiana: Renato Rascel e Walter Chiari, quest’ultimo conosciuto da Giuliano Cenci a cena con Corrado Mantoni in occasione del provino per il Pinocchio, v. intervista a Giuliano Cenci)

A me è piaciuta in particolar modo la musica finale, quella dove, appunto, c’è la Fata che trasforma Pinocchio da burattino in un bambino vero. E’ quella più commovente….
Adesso… è un pezzo che non lo vedo il film… non mi ricordo esattamente cosa, cosa ci ho messo… Mi pare che fosse un tema coi violini con gli archi… Può essere? Adesso non mi ricordo… perché naturalmente io di temi ne ho composti tanti… non mi ricordo in quelle precise immagini cosa ci ho messo di musiche, dice simpaticamente il Maestro Tommaso sforzandosi di far riemergere una “sua” composizione la cui melodia ha in quel momento sulla… punta della lingua…

Mi vergogno un po’ in quanto mi trovo davanti a lei che ne è il compositore ma se desidera gliela arieggio, fischiandogliela sottovoce, come se lei fosse il confessore e io il penitente…, suggerisco al Maestro Tommaso arrossendo un po’ di vergogna..
E faccia, faccia… mi faccia sentire, fischi pure!, risponde Tommaso, incoraggiandomi e comprendendo il mio imbarazzo, più incuriosito a ritrovare il “suo” ‘motivo’…
Mi avvicino a lui e, con molto imbarazzo, inizio a fischiare uno dei motivi conduttori del Pinocchio, cadenzato però seguendo la sequenza in crescendo conclusiva del Film.
Per quanto da me improvvisato al momento, al Maestro Tommaso rinviene immediatamente, e un po’ divertito dal fatto che non ero propriamente un esperto di musica e un po’ contento che conoscevo così bene uno dei suoi tanti motivi, soprattutto da quel momento mi prende ancor più in simpatia…


Si! Adesso ho avuto, con un…“aiutino”, la fortuna di ricordarmelo, si. Era uno dei temi conduttori, però arrangiato in maniera particolare per quella circostanza, perché c’era la trasformazione da burattino in bambino… e poi “esplodeva” con qualcosa di più fantastico.

Mi fa piacere che le sia piaciuto, dice Vito Tommaso entusiasta anche lui vedendomi emozionato.

Bellissimo… gli dico con ammirazione.

Sono contento! perché più un film piace… in fondo, proviene da noi! (da Giuliano Cenci e Vito Tommaso, N.d.r.)

...sa quante lacrime ho versato? gli aggiungo.
Davvero?!! Ma pensa!, dice il Maestro Tommaso sorpreso e contento che ora “sa”.
C’era una cosa curiosa, mi ricordo: i miei figli, che adesso son grandi, quand’erano piccini, si divertivano a passare un nastrino che hanno distrutto che conteneva le musiche. Un nastrino che io avevo conservato perché, prima di fare il montaggio, me le risentivo; e loro se lo ascoltavano un sacco di volte; e mi ricordo che lo sapevano perfino a memoria. Naturalmente questo nastrino ha fatto una brutta fine… perché poi i registratori sono cambiati, da quelli a nastro siamo passati a quelli a cassettina; adesso a quelli a Mini Disc… insomma… la tecnica è cambiata, oggi c’è l’Hip-Hop, con quello si ascolta tutto, e naturalmente questo nastro non so che fine ha fatto; può darsi che ce l’abbia ancora, ma se ce l’ho dev’essere mal ridotto….

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(Rascel e Totò durante le riprese del film corsivo Io sono il Capataz. Foto: Giuditta Saltarini)

Sempre sulla musica, anni fa, seppi da un noto studioso di cinema, Carlo Montanaro – che all’epoca proiettò il Pinocchio di Cenci alla Mostra del Cinema dei Ragazzi a Venezia – che inizialmente non c’era la canzone finale cantata da Rascel, ma fu aggiunta in seguito.
Un burattino di nome Pinocchio. Si, perché naturalmente la registrazione delle musiche è stata fatta in montaggio con le immagini, ma sui titoli di testa si mette sempre un attimo dopo, in quanto i titoli li fa quello che distribuisce il film o il produttore, voglio dire, lo fanno loro; io ho fornito il disco della canzone mixata la quale, naturalmente, ha avuto un “trattamento” un pochino più complicato, perché lì c’era la sovrapposizione vocale di Rascel, c’era da curare la sua interpretazione, il missaggio in maniera migliore; poi, dovendo uscire un disco, il trattamento era più accurato comunque… E l’abbiamo consegnato quando ce l’han chiesta, cioè, dopo il montaggio delle musiche del Pinocchio.

Poi lo stesso Carlo Montanaro non era certo di questo particolare: inizialmente il film non aveva la canzone?.
Mah.. una volta finito mi pare di si, oppure l’avevano messa in fondo e basta, adesso non mi ricordo bene. In coda c’era di sicuro, in cima non ricordo se c’era… Forse è vero, non l’avevano messa… l’avevano messa solo in fondo.

Che ricordo ha della “prima” del Film?.
Quando Giuliano Cenci fece la prima a Firenze al Cinema che mi pare si chiamasse l’"Arlecchino", quello che sta sui viali, ci fu anche una presenza importante di diversi personaggi, fra i quali anche lo Stilista di Firenze, il Marchese Emilio Pucci, uno dei fondatori della moda italiana; poi c’erano anche diverse Autorità che lui ha ringraziato. Ma, in merito… basta sentire Giuliano Cenci, lui sa tutto, credo che si ricordi meglio di me. Ci andai con la mia famiglia. Addirittura io ci dovrei avere anche una foto… Un momento solo che la prendo. Ci sono io con Giuliano Cenci e sua moglie proprio il giorno di questa presentazione di Un burattino di nome Pinocchio alla presenza delle Autorità.

Sapevo che inizialmente era stata composta un’altra musica per la “sigla”, però poi è stata rifatta, facendola diventare la canzone definitiva.
Questo può essere, siccome sono passati tanti anni, ogni volta che si fa un disco ci sono tante lavorazioni… E vero!… c’erano diversi ‘pezzetti’ che avevamo fatto per tentare di fare una musica adatta al cartone, però tenendo anche presente che ci sono le esigenze del mercato. Perché quando si faceva un disco in quegli anni lì, a parte che c’era una concorrenza spietata, bisognava stare attenti perché Renato, pur essendo un grandissimo artista, era un uomo di una certa età, quindi riconquistarsi il pubblico non era una cosa facile; infatti ci siamo riusciti con Padre Brown ed è stata veramente una grande vittoria… anche lì feci le musiche di commento di tutta la serie e fu una grande soddisfazione riportare Renato sul mercato discografico. E quindi, anche in quell’occasione di Pinocchio, si studiarono tante melodie per arrivare a quella che ci sembrava al più adatta per aver successo e, nello stesso tempo, per essere adatta al film. Certo forse Renato per queste cose era un pochino meno adatto, perché era un ‘melodico’ Rascel; invece mi ricordo che per la canzone di Pinocchio serviva una cosa più giovanile, con i tempi un po’ più moderni, quindi fu un compromesso… ecco; però, insomma… mi pare che era un ‘pezzetto’ carino….

Vito Tommaso05(Renato Rascel ne I racconti di Padre Brown, 1969)

Un ultimo aneddoto su Pinocchio...
Mi ricordo questa frase simpatica che inventò Renato in doppiaggio, cioè, quando lui voleva fare un panino diceva: “Vuoi un panino? Si, con la marmellata, imburrato sopra, sotto… e pure di lato!”…che era una cosa che non aveva mai detto nessuno quello di mettere il burro pure di lato (ridendo…) per fare un panino… il più buono possibile, ecco! Questa è la frase che più mi ricordo sul doppiaggio di Pinocchio.
L’aneddoto che riferisce Tommaso, lo ricordava bene, in quanto tale frase compare in Un burattino di nome Pinocchio nel 4° blocco delle sequenze a chiaroscuro, proprio quando Rascel che fa da narratore dice: «…La Fata ne fu tanto contenta che volle dargli una grande notizia: il giorno dopo, egli sarebbe finalmente diventato un bambino vero, e per celebrare l’avvenimento avrebbero fatto una festa a base di caffellatte e fette di pane imburrate di sotto, di sopra e pure di lato… con regolare leccamento delle dita».

Maestro, un suo ricordo su Renato Rascel.
Renato Rascel ha fatto tanto in tutti i campi: nel canto, nella televisione, nel cinema, nel teatro, nella commedia, è stato un personaggio: un attore multiforme; è stato un piccolo Chaplin; diciamo, non certo come Chaplin, che è stato un artista a livelli elevatissimi, però, Rascel è stato un piccolo Chaplin, quindi va rispettato per questo.

Vito Tommaso06(Renato Rascel con Charlie Chaplin all’Aeroporto di Ciampino. Foto: Giuditta Saltarini)

Lei conobbe anche Renzo Cenci, il fratello di Giuliano?.
Mi pare di averlo visto, ma era suo collaboratore anche lui?

Era il fratello che lavorò con lui.
Ricordo che Cenci mi ha presentato dei tecnici, disegnatori….

Forse si riferisce a Italo Marazzi?
Forse, Italo Marazzi, il suo collaboratore. E poi anche il fratello Renzo mi pare di averlo incontrato, così… di sfuggita… perché sono passati troppi anni….

Vito Tommaso07(Renato Rascel nel 1976)

Lei da quant’è che suona? da sempre immagino...
No, io non ho iniziato da bambino: ho cominciato a 14 anni, perché purtroppo ho avuto una disavventura fisica; io facevo molto sport e a un certo momento ho avuto un attacco alla spina dorsale che non è stato molto ben classificato, se polinevrite o poliomielite leggera, però m’ha bloccato una gamba e in quella circostanza lì ho cominciato a non fare più sport. Già da piccoletto a me piaceva la musica perché suonicchiavo un po’, e allora mi sono ‘riempito’ la vita sempre di più con la musica, ecco… ed è diventata l’attività principale piano piano… io volevo fare l’ingegnere per la verità; infatti ho frequentato a Pisa la facoltà e sono attualmente fuori corso (ridendo…) al quinto anno di ingegneria… e ho 70 anni a ottobre.

Che ricordo ha di Giuliano Cenci?
Ripeto: un signore! Una persona molto per bene che si è infilato nel Mondo dello Spettacolo conservando le proprie caratteristiche di schiettezza, di signorilità e di buon gusto… cosa che, purtroppo, nel Mondo dello Spettacolo si perde subito… (ridendo…)
Il ricordo che ne ho è questo...

Va bene, facciamo gli auguri al Maestro Tommaso e speriamo che ci regali altre delle sue straordinarie musiche. Grazie!

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(L’ultimo CD del Maestro Tommaso Le sigle di Papà, con dedica: «A Mario Verger conservando il ricordo della chiacchierata su “Pinocchio”. Vito Tommaso»)


Mario Verger
Aprile 2007

Sugli Anime e sigle TV si può leggere l’intervista al Maestro Tommaso curata da Daniela Sgambelluri e Mario Verger che trovate qui.


La canzone di Pinocchio cantata da Renato Rascel

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Un burattino di nome Pinocchio
di Renato RascelVito Tommaso (Edizioni Musicali RCA, 1971)

C’era una volta un pezzo di legno, mastro Geppetto
Eppure un grilletto, un grillo parlante.
C’erano pure un gatto e una volpe
piuttosto volponi
con giacche e calzoni.
Un raggio di luce
la Fata Turchina
e in un batter d’occhio era nato Pinocchio.
Sono un burattino di nome Pinocchio
mi stanco perfino a chiudere un occhio
tutto mi è dovuto
nulla devo dare
mi piace mangiare, dormire
e ancor di più giocare
e dopo stanco morto con le braccia dietro il capo
ah, mi devo riposare.
Non dico mai la verità
non voglio obbedire papà
e faccio tutto quello che è contrario a ciò che si dovrebbe far.
Sono proprio un discolo
d’accordo sì però
posso versare lacrime per il mio papà
fino a che non guarirà
poi la Fata apparirà
e il miracolo avverrà.
Ero un burattino di nome Pinocchio
facevo fatica a chiudere un occhio
le lacrime versate
mi hanno fatto uomo.
Invece c’è gente nel mondo che non sa ancora piangere
non sa che nella vita l’uomo è nato per provare
la gioia ed il dolore.
E’ questa la verità
la favola finisce qua
Pinocchio lascia il regno dei balocchi e un bambino diverrà.
E così vivrà
Tra l’umanità.

Intervista a Giuliano Cenci

Gli articoli su Un burattino di nome Pinocchio di Mario Verger con la prestigiosa introduzione del Premio Oscar Carlo Rambaldi, pubblicati in esclusiva su Cinemino, hanno avuto un’altissima visibilità raggiungendo in pochi mesi 6.000 visitatori da tutto il mondo. Le provenienze maggiori sono: Italia, Usa, Germania, Francia, Svizzera, Inghilterra.
Abbiamo il piacere di proporre, ancora una volta in esclusiva per Cinemino, l’Intervista di Mario Verger al grande animatore italiano Giuliano Cenci, l’unico regista al mondo che ha saputo parlare direttamente al “cuore” dei ragazzi col suo capolavoro Un burattino di nome Pinocchio.
In questa intervista esclusiva diretta da Mario Verger, in assoluto la più riuscita, completa e finora mai realizzata, Giuliano Cenci, il grande Maestro di Cinema di Animazione di fama internazionale creatore di Pinocchio, dedica «ai ragazzi di tutto il mondo, e a quegli adulti che, dei ragazzi, abbiano conservato la semplicità di cuore, il senso di giustizia, e lo spirito di fraternità», il classico dell’animazione italiana di tutti i tempi.


Intervista esclusiva a Giuliano Cenci
di Mario Verger

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(Il grande animatore italiano Giuliano Cenci mentre riceve il Premio Speciale Nemoland. Fotografia con Luca Chiarotti tratta da www.scuolanemo.com)


Maestro Giuliano Cenci, come mai pensò di realizzare proprio un film su “Pinocchio”?
A metà degli anni ’60 io e mio fratello, ciascuno nel proprio campo, eravamo professionisti pubblicitari già abbastanza esperti per affrontare le difficoltà (enormi) di un lungometraggio a cartoni animati che è il sogno di ogni autore/animatore. Perché proprio Pinocchio? Perché a quel tempo non eravamo ancora sufficientemente noti presso il grande pubblico per presentare un film su un soggetto qualsiasi, ed era perciò indispensabile che il film fosse basato su un soggetto universalmente molto conosciuto e Pinocchio soddisfaceva pienamente tale necessità, basti pensare che è il libro maggiormente tradotto nel mondo dopo la Bibbia… inoltre c’era anche un altro motivo validissimo che ci convinse che Pinocchio era il soggetto ideale; infatti, tutte le versioni cinematografiche su questo soggetto fino ad allora realizzate nel mondo non avevano rispettato la vera storia scritta da Carlo Collodi.

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Ci parli della vostra produzione, sua e di suo fratello Renzo, antecedente al Pinocchio.
È difficile ricordare tutti gli spot pubblicitari e caroselli realizzati tra gli anni ‘50 e ‘60, anche perché si trattava di piccole pubblicità della durata di circa un minuto e mezzo/due minuti, che generalmente si basavano su una gag a cartoni animati alla quale si “agganciava” la parte pubblicitaria vera e propria, per illustrare i prodotti da reclamizzare, mediante una ripresa dal vero. Questi filmati a quel tempo venivano proiettati nei cinema e spesso io e mio fratello Renzo andavamo apposta a mischiarci fra il pubblico per ascoltare le frequenti risate che ci gratificavano molto. Tra le pubblicità di maggior successo posso citare la “Cera Liù” (realizzata in plastilina), varie pubblicità per mobilifici di Firenze e dintorni e una particolarissima a disegni animati per il parrucchiere per signora “Peppe” di Firenze, che fu un nostro piccolo capolavoro in quanto in quel filmato riuscimmo a realizzare un personaggio animato che si muoveva in un ambiente reale. Dal negozio usciva una modella (in ripresa dal vero) con una bellissima acconciatura, subito seguita da un cupido in volo in cartoni animati che, osservandola allontanarsi, si lascia sfuggire un sonoro fischio di ammirazione. Per quanto riguarda la televisione, allora in bianco e nero, ricordo con quanto impegno ed entusiasmo realizzai una serie di caroselli per i frigoriferi “PHILCO”. In quel periodo gli unici disegnatori eravamo io e mia moglie Albertina; mio fratello Renzo, non essendo un disegnatore, si è sempre occupato delle riprese filmate (sia dal vero che dei cartoons) e della progettazione e realizzazione dei macchinari per i cartoni animati o di adattamento di quelli acquistati, necessari nelle varie fasi di lavorazione.

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Relativamente a Pinocchio realizzaste dapprima un provino filmato?
Quando decidemmo di lanciare l’idea di realizzare un lungometraggio, la prima urgenza fu la riduzione e l’adattamento cinematografico del racconto di Collodi e la realizzazione della sceneggiatura; cose che feci personalmente e che mi tennero occupato per alcuni mesi, durante i quali l’attività pubblicitaria fu ridotta al minimo. Poi avremmo dovuto realizzare lo storyboard nonché i layout, ma con un atto non so bene se più di incoscienza o di coraggio, decisi di non farli perché non solo ci avrebbero fatto “perdere” un sacco di tempo, ma soprattutto ci sarebbero costati veramente tanto; così accantonai l’idea, anche perché lo storyboard in realtà già me lo ero ben creato chiaramente in testa, ed a questo proposito devo anche dire che alcuni colleghi registi e autori di cartoons hanno stentato a credere che effettivamente io abbia potuto realizzare questo film senza aver fatto lo storyboard…
Comunque, dopo aver preso questa decisione, mi dedicai subito a realizzare alcune delle scene più spettacolari del film da far vedere a possibili finanziatori e che avrebbero dovuto convincerli a “contribuire alla causa” e a coprire l’enorme cifra occorrente per la lavorazione (che sarebbe stata lunghissima e molto complessa). In tutto realizzai poco più di quattro minuti di filmato a colori girato su pellicola in passo professionale 35mm, le cui scene erano le seguenti: Geppetto che intaglia il burattino, Pinocchio che scaglia il martello contro il grillo parlante, Pinocchio a tu per tu con Mangiafuoco, Pinocchio il gatto e la volpe in un paesaggio di neve, una carrellata sull’osteria del gambero rosso, Pinocchio il gatto e la volpe a tavola all’interno dell’osteria, l’incontro di Pinocchio con gli assassini nel bosco di notte, due scene di Pinocchio con la fata dai capelli turchini, Pinocchio e Lucignolo in attesa di partire per il paese dei balocchi, la trasformazione di Pinocchio e Lucignolo in ciuchini, il pescatore verde che vuole friggere Pinocchio in padella. Tutto questo materiale era “muto” e semplicemente accompagnato da un commento musicale.
Le scene di questo provino, nella versione definitiva del film, vennero in parte modificate per vari motivi… per far sì che la loro durata di proiezione corrispondesse esattamente ai tempi della sceneggiatura e dei “dialoghi” (che furono realizzati solo successivamente), poi perché ritenni opportuno perfezionare la veste grafica di alcuni personaggi come il gatto, la volpe, e lo stesso Mangiafuoco…. inoltre, tutte queste scene erano state realizzate utilizzando scenografie eseguite da me personalmente, ma quando fu realizzato il film, essendo indispensabile ottenere una perfetta uniformità grafica, le dovemmo girare nuovamente con i fondali dei miei due scenografi “ufficiali”, i pittori Alberto D’Angelo e Abramo Scortecci che lavoravano così: Scortecci impostava la scenografia secondo le esigenze della sceneggiatura e del regista e D’Angelo la completava con la parte pittorica.

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Come mai per la presentazione dei provini pensò a Corrado Mantoni? E come lo contattò?
Conoscevo il suo procuratore legale, Sig. Carini, con il quale avevo collaborato in ambito pubblicitario. Fu tramite lui che mi fu possibile contattare Corrado Mantoni per proporgli di aiutarmi a presentare in modo “professionale” il materiale filmato di prova del Pinocchio. Pensai a lui perché in quel periodo Corrado era famosissimo ed in TV andava per la maggiore; a mio parere era la persona giusta per garantirmi il migliore impatto possibile con il pubblico. Corrado, da parte sua, fu entusiasta di partecipare a questa presentazione… e in effetti, con la sua professionalità, rese il mio compito molto più agevole quando nel 1966 presentai la mia idea ad un pubblico selezionato di imprenditori e professionisti fiorentini, i potenziali finanziatori del film, stando al mio fianco alla sala Stensen nel viale Don Minzoni a Firenze. Era una persona simpaticissima e molto cordiale, pronto alla battuta. Ricordo una sera a cena in un ristorante vicino a Fiesole… c’era anche Walter Chiari, che in quel periodo stava prendendo il brevetto di pilota d’aereo e cercava di convincere Corrado a fare altrettanto. “Sapessi…” diceva Walter “quando vado su con l’aereo, ho la netta sensazione di lasciare a terra tutti miei guai; solo lassù in cielo mi sento veramente libero… Perché non provi anche tu?” Corrado ci pensò un attimo, poi rispose che per lui era ancora un pochino troppo presto per andare in cielo!..
Per tornare a quel memorabile giorno alla sala Stensen, Corrado mi presentò dicendo di essere rimasto personalmente conquistato dalla mia idea e dalle belle scene che aveva già visto in anteprima, poi mi passò la parola ed io illustrai meglio quel mio progetto, i tempi di realizzazione e la spesa preventivata. Quindi vennero proiettate le scene realizzate a spese mie e di mio fratello (spese molto cospicue!). Successivamente riprese la parola Corrado e, infine, conclusi io invitando coloro che avessero avuto l’intenzione di partecipare al finanziamento del film a comunicarlo ad un noto studio legale fiorentino, dove avrebbero avuto ulteriori precisazioni circa le modalità di partecipazione agli utili, forme di tutela a garanzia dei capitali investiti, ecc. Il risultato di quella presentazione fu che della somma preventivata per realizzare il film (circa 500 milioni di lire di allora!) i finanziatori mi misero a disposizione poco più della metà, e questo mi creò non pochi problemi di coscienza…
Il dubbio principale per me era questo: spendere quei 250 milioni ed arrivare a metà del lavoro senza la garanzia di trovare il resto della somma mancante (con tutte le possibili conseguenze), oppure rinunciare al progetto del lungometraggio, alle prospettive di lavoro che già intravedevo davanti a me e ai miei sogni di giovane regista, così vicini a realizzarsi? Mi feci coraggio e presi la decisione più difficile, scelsi di cominciare ugualmente… e, come avevo sperato, il resto della somma occorrente lo trovai nel corso della lavorazione, man mano che i mezzi di informazione davano notizia dei progressi nella produzione del film.

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Ci mise molto per ideare la versione definitiva di Pinocchio e di tutti gli altri personaggi?
Pinocchio è un racconto che mi ha sempre affascinato fino da bambino, e fino da allora i personaggi di questa storia avevano spesso attraversato la mia mente; quando da adulto ebbi la necessità di focalizzare questi personaggi su carta, traducendoli in veri e propri “model sheet”, si trattò in definitiva di “prelevarli” uno per uno dalla mia mente e tradurli graficamente in modo “fisso” e “stabile”. Dunque non fu molto difficile realizzare questi personaggi; solo alcuni richiesero qualche correzione grafica in più dalla versione iniziale a quella definitiva, ma più che altro per motivi psicologici. La fata, per esempio, fu abbastanza facile perché secondo me non poteva presentarsi secondo lo stereotipo di una fata classica con tanto di bacchetta magica; doveva essere piuttosto una mamma, anche se con qualche “dono magico” in più, ma, del resto, quale mamma non è capace di “magie” dettate dall’amore materno? Pinocchio fu facilissimo, semplicemente un poco ispirato al mio modello preferito: quello illustrato da Attilio Mussino sul libro della mia infanzia. Il gatto e la volpe invece mi crearono qualche piccolo problema perché per un amante degli animali come me vi era qualche difficoltà a conciliare la dolcezza e simpatia di una volpe e di un gatto con la viscida e delinquenziale astuzia dei due lestofanti, ma alla fine credo di esserci riuscito… Geppetto non mi creò problemi di alcun genere: il modello era mio padre, ed a lui mi sono profondamente ispirato nel suo modo di parlare, di muoversi, specialmente in certi atteggiamenti. Solo nella barba e nei baffi si differenziava da lui; mio padre infatti non li aveva, ma per il resto erano la stessa persona. Ed a mio padre mi ispirai anche quando, nel corso della lavorazione del film, lui morì improvvisamente proprio quando mi accingevo a realizzare l’animazione della scena di Pinocchio che piange sulla tomba della fata: in quel pianto dirotto e disperato di Pinocchio è rappresentato tutto il mio dolore per la sua morte che mi colse assolutamente impreparato. Il grillo parlante fu tra i personaggi che mi impegnarono un po’ di più perché c’era il rischio che ne scaturisse un personaggio antipatico, saccente, petulante, e che quasi si sarebbe anche meritato di essere schiacciato dal martello; per fortuna riuscii ad ingaggiare la CDC di cui era allora direttore Lauro Gazzolo, e lui accettò di buon grado di dare la voce proprio al grillo parlante; rielaborai allora il mio piccolo grillo immaginandolo con la voce di Gazzolo, e ne venne fuori il simpatico personaggio del mio film! Anche Il personaggio del pescatore verde presentava qualche problema perché non doveva essere caricaturale, ma neanche troppo umanizzato; doveva essere solo una specie di “omaccione” anatomicamente quasi normale, ma con qualcosa di “strano” ed assolutamente fuori dell’ordinario. Un abbigliamento semplicissimo e ridotto al minimo, insieme ad un gran cespuglio di alghe al posto dei capelli nonché il colore verde della sua pelle risolsero il problema. Pochi problemi anche per Lucignolo; bastava disegnarlo come un ragazzo magro, trasandato e piuttosto brutto, mettergli anche una voce un po’ antipatica, ed il gioco era fatto! Quasi nessun problema anche per il simpatico cane Alidoro e per gli altri personaggi secondari del film.

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Visto che Pinocchio è un capolavoro creato da un’intera famiglia fiorentina, ci parli un po’ di alcuni dei familiari che parteciparono al film. Innanzitutto in più di un’intervista lei parlò di suo padre.
Come ho detto altre volte, mio padre Guido è stato per me una grande fonte di ispirazione, e sono sempre rimasto affascinato dalle sue doti di intelligenza, capacità ed addirittura “genialità”. Era appassionato di meccanica, come del resto mio fratello Renzo, e loro due costituivano una coppia dalle capacità incommensurabili; basti pensare che quando avevo 18 anni e stavo faticosamente cercando di entrare da autodidatta nel mondo dei cartoni animati, per poter proseguire nei miei esperimenti di animazione mi era assolutamente indispensabile una cinepresa da cartoni animati professionale a passo 35mm, ma la mia era una famiglia con poche possibilità finanziarie e solo la loro genialità poteva venire in mio soccorso; acquistarono a rate una vecchia cinepresa a passo 16mm, la smontarono per studiarne il funzionamento, e ne costruirono un’altra, più grande, con caratteristiche professionali a passo 35mm. Esteticamente non era bella a vedersi; esternamente si presentava come una specie di cubo metallico con la parte ottica ricavata da un obiettivo di una vecchia macchina fotografica, ma era perfettamente funzionante e permetteva di fare delle ottime riprese filmate professionali di cartoni animati essendo dotata di scatto singolo e montata su un rudimentale ma solido impianto verticale, con un piano di ripresa munito di lampade che illuminavano il piano stesso con una angolazione a 45°. Mio padre non amava la parola “impossibile” e traduceva questa sua convinzione in atti pratici; ad esempio all’inizio degli anni ’40, poco prima della seconda guerra mondiale, un “lampo” del genio di mio padre permise alla nostra famiglia di mantenersi aggiornata, sia culturalmente sia riguardo agli avvenimenti bellici. A quel tempo infatti la televisione non esisteva ancora e la radio era un bene di lusso che pochi potevano permettersi; l’unica fonte di informazioni per la popolazione erano i giornali, ma anche questi avevano un costo che da una famiglia come la nostra non poteva essere sostenuto senza incidere sulle strette necessità vitali. Era tuttavia indispensabile seguire da vicino l’andamento della situazione, soprattutto sotto l’aspetto politico e militare che ormai era foriero di guerra imminente. Mio padre aveva solo la licenza di quinta elementare, ma come ho detto era dotato di una intelligenza eccezionale, ben superiore alla norma, e pensò di risolvere il problema dell’informazione nell’unico modo per noi possibile; acquistò un manuale per costruirsi da solo un apparecchio radioricevente a cristalli di galena, e anche tutto il materiale occorrente che fortunatamente non aveva costi troppo elevati. In breve tempo riuscì perfettamente nell’intento, dotando anche l’apparecchio di ben tre diverse diramazioni di ascolto con auricolari a cuffia, in modo che addirittura tre persone potessero ascoltare contemporaneamente la trasmissione, e lo installò nel comodino della sua camera da letto. Ricordo con quanta soddisfazione il babbo mi porse una delle cuffie facendomela mettere alle orecchie; credo che in quel momento stessero trasmettendo una commedia e rimasi stupito per la nitidezza delle voci degli attori che si udivano con grande chiarezza e senza alcun fruscio. Ma tra i tanti episodi e aneddoti riguardanti mio padre, vale la pena di citarne uno della sua gioventù avvenuto durante la guerra 1915-18 quando lui aveva 30 anni. Era stato richiamato alle armi per essere inviato al fronte di guerra, ma mio padre era un obiettore di coscienza ante litteram e non poteva certo dichiararlo pena la fucilazione; lui però non poteva accettare di dover sparare ad altri esseri umani che come lui avevano il solo torto di essere stati inviati a fare la stessa cosa sul fronte opposto. Pensò allora di sfruttare la sua passione per la meccanica (che però era solo un hobby perché in realtà era un semplice operaio all’acquedotto del Comune di Firenze e non era mai stato un meccanico professionista!)… il Ministero della guerra aveva emesso un bando grazie al quale i meccanici professionisti potevano evitare di essere inviati al fronte di guerra, per essere invece inviati alla fabbrica di armi di Terni. Ovviamente dovevano però dimostrare di essere veramente meccanici esperti mediante la esecuzione di una prova, il cosiddetto “capolavoro” che consisteva nel realizzare, senza l’ausilio di nessun macchinario ma solo con l’uso di un banco munito di morsa, nonché una semplice sega a ferro ed alcune lime a ferro, un perfetto incastro a “coda di rondine”. Mio padre dunque rischiava veramente grosso se avessero scoperto il suo tentativo di bluff, ma il suo capolavoro risultò talmente perfetto che fu ammesso ai primi posti in graduatoria per essere inviato alla fabbrica di armi… e fu lì che infatti andò…
Mio fratello Renzo assomigliava molto a nostro padre per capacità, intelligenza e genialità. Inoltre era appassionato di fotografia, e sia in bianco nero che a colori realizzava delle foto stupende! Per questo affidai a lui la responsabilità del reparto “riprese filmate”, in qualità di direttore della fotografia, del nostro film lungometraggio. Inoltre, benché non sia mai stato un disegnatore, Renzo era tuttavia un ottimo pittore non professionista. Aveva inoltre, come ho detto prima, grandi capacità nel progettare e costruire alcune particolari attrezzature cinematografiche per la realizzazione dei nostri cartoons. Era altresì bravissimo nel lavorare il ferro battuto ed il rame a fogli dai quali, a sbalzo, ricavava bellissimi pannelli decorati. Ma era anche un bravissimo elettricista, sia pur sempre a livello di hobby… infatti la nostra prima moviola 35mm, che riuscimmo ad avere (ad un prezzo puramente simbolico) solo perché la ditta cinematografica che la possedeva la giudicò non più riparabile, riuscì a ripararla Renzo, che aveva già capito dov’era il difetto e che in poco tempo la rese nuovamente e perfettamente funzionante!…
Anche la maggiore delle mie due sorelle ha preso parte alla lavorazione del nostro film con le mansioni di segretaria di produzione, svolgendo con puntualità e precisione il suo non facile compito.
Mio nipote Alessandro invece, figlio di Renzo, a sua volta si è dimostrato degno erede del padre e del nonno; anche lui appassionato di riprese filmate e di fotografia, ha partecipato alle riprese del film di Pinocchio in qualità di secondo operatore in una équipe di quattro operatori.
Tengo a ribadire ancora una volta la mia gratitudine a tutti i miei familiari che con me presero parte a questa straordinaria impresa. A coronamento del tutto un grazie particolare lo devo a mia moglie Albertina, che mi ha sempre sostenuto, sia moralmente sia tramite la sua attiva collaborazione di scompositrice e pittrice, fino dal tempo in cui eravamo fidanzati… come un angelo custode mi è rimasta sempre vicina ed ha continuato a farlo non solo durante la lavorazione del film ma anche dopo, non solo nelle gioie ma soprattutto nelle tante difficoltà della vita.

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Ci parli della lavorazione del suo film.
La lavorazione del film durò complessivamente quasi cinque anni tra pre-produzione, produzione vera e propria e post-produzione. All’epoca abitavamo in una palazzina nella zona di Coverciano (Firenze), io al piano terra rialzato e mio fratello al primo piano, entrambi in appartamenti di cinque stanze. Inoltre nel seminterrato avevamo in comune un ampio e luminoso locale, originariamente destinato a rimessa per le nostre auto. Fu proprio in questo locale seminterrato che vennero realizzate le prime scene del film (presentate successivamente alla sala Stensen) e fu sempre qui che, sotto la mia direzione, cominciarono a lavorare i primi disegnatori di Pinocchio.
All’inizio si trattava di dipendenti del Comune di Firenze, delle Poste e della SIP, che prestavano la loro opera come se si trattasse di una forma di finanziamento; in quel modo, infatti, diventavano soci della nostra impresa come “associati in partecipazione” che invece di versare denaro versavano “lavoro”. Prima tre persone, poi quattro, poi cinque… Il clima era allegro, quasi goliardico, a volte mentre lavoravano intonavano cori, ma il lavoro procedeva bene ed io lasciavo loro una discreta libertà. Uno per volta i disegnatori aumentavano, alcuni anche come veri e propri dipendenti, entrando a far parte della équipe nei vari settori: scomposizione, intercalazione, reparto inchiostro, reparto colore, scenografie, ripresa. Nel gruppo c’era anche un disegnatore particolare: quello addetto alla trascrizione grafica dei filmati “guida”… per rendere reali, nel cartone animato, movimenti particolarmente complessi.
Man mano che il lavoro procedeva sentivo la necessità di un “rinforzo” anche relativamente all’animazione… infatti, la mia veste non era solo quella del regista e coordinatore di tutti i settori, ma soprattutto quella dell’unico animatore. Provammo vari animatori, ma erano o troppo lenti nel disegnare o non erano all’altezza della qualità da noi richiesta, che era quella della full animation disneyana. Alla fine, dopo alcuni mesi, arrivò finalmente quello che diventò il mio principale collaboratore all’animazione, Italo Marazzi, bravissimo animatore che consentì un ulteriore cospicuo passo avanti alla produzione. A causa della sempre più urgente necessità di spazio per accogliere tutti i collaboratori, io e la mia famiglia ci trasferimmo momentaneamente in un appartamento in affitto, mettendo cinque ulteriori stanze a disposizione della produzione del film. In quel periodo e fino alla fine della lavorazione di Pinocchio (ultimi due anni e mezzo circa), come gruppo di lavoro eravamo: due animatori, cinque scompositori, quattro intercalatori, sei ripassatori ad inchiostro, sei coloritrici, due scenografi, quattro operatori di ripresa, un disegnatore da film guida, tre addetti alla revisione e controllo delle scene finite e pronte per la ripresa, oltre alla segretaria di produzione, senza contare i commercialisti addetti alla contabilità ed un assistente legale. Pochi furono quelli che interruppero la collaborazione prima della fine della lavorazione e che furono prontamente sostituiti. Con alcuni collaboratori, come Italo Marazzi ad esempio, fu facile anche instaurare un caloroso e solidissimo rapporto di amicizia che dura oggi come allora!...

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Lei si avvalse di una consulenza d’eccezione: Mario Lorenzini nipote di Collodi.
Mario Lorenzini era amico di uno dei nostri soci finanziatori che me lo presentò perché voleva essere certo che non avremmo stravolto il racconto del Collodi, come invece aveva fatto Walt Disney con il suo “Pinocchio” realizzato negli anni ’40. A causa di questo la famiglia Lorenzini era stata in lite giudiziaria con Disney, accusato appunto di avere completamente modificato il testo di un libro conosciutissimo in tutto il mondo, facendolo apparire come una storia tirolese che ben poco aveva a che fare con il racconto originale. Mario Lorenzini, in rappresentanza di tutta la famiglia, lesse attentamente la sceneggiatura del nostro film e l’approvò con entusiasmo firmandone tutte le pagine; inoltre mi ringraziò complimentandosi con me per aver rispettato pienamente il vero spirito del racconto Collodiano, e divenne a sua volta un nostro associato in partecipazione. C’è anche un piccolo aneddoto che mi piace ricordare; in quel periodo in un cinema di Firenze era in programmazione il “Pinocchio” a cartoni animati realizzato in Russia. Lorenzini mi telefonò per invitarmi ad andare a vederlo insieme… lui lo aveva già visto ma non gli era piaciuto ed avrebbe gradito un mio parere in merito. Accettai di buon grado e già durante la proiezione convenni con lui che il film effettivamente era di scarso valore. Ad un certo punto sullo schermo apparve una scena in cui si vedeva l’ingresso del gran teatro dei burattini e l’inquadratura si soffermò sulla “cassa” (dove si paga il biglietto d’ingresso); evidentemente in lingua russa “cassa” si scrive “kakka” e Lorenzini avvicinandosi mi sussurrò all’orecchio: “vede Cenci? Quando le chiesi che genere di Pinocchio intendeva fare, è perché avevo paura che potesse assomigliare a quella parola là!”…
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Renato Rascel fu il narratore nelle scene di collegamento e cantò anche la canzone del film. Come lo conobbe?
Conobbi Rascel presso lo stabilimento di sonorizzazione River Sinc a Roma, in via Antonelli, dove stavamo registrando i dialoghi del film. Alla River Sinc, diretta dal mio amico Zoen, era di casa anche il mio carissimo amico Riccardo Paladini che a sua volta era amico di tanti grandi personaggi del mondo dello spettacolo tra i quali, appunto, Renato Rascel. Rascel era notoriamente piccolo di statura e su questo amava scherzare; in una pausa di doppiaggio ci raccontò la sensazione da lui provata quando si recò dal Presidente della Repubblica per ricevere l’onorificenza di Grand’Ufficiale, e si trovò tra due ali di corazzieri (notoriamente altissimi): ci disse che fu proprio quella situazione, un po’ imbarazzante ma anche comica a causa della differenza di statura tra lui e loro, a fornirgli l’ispirazione per quella che divenne la famosissima canzone del “corazziere”. Rascel però, per quanto fosse indubbiamente un grandissimo attore ed un grande comico, era tuttavia un personaggio molto difficile da dirigere in un doppiaggio, ed era anche un po’ permaloso. Posso fare un esempio con una delle scene in cui prestava la sua voce come “narratore” nella quale doveva parlare delle “peripezie” di quel pezzo di legno che poi finì nelle mani di un falegname di nome Geppetto… Rascel, che era un grande improvvisatore di indiscutibile valore creativo, ritenne di modificare il testo della narrazione che gli avevo dato, dicendo “peripenonne” anziché “peripezie”. Io gli obiettai subito che quella battuta, per quanto carina, a mio giudizio non era adatta per inserirla nel film. Lui si adeguò alla mia correzione, ma si arrabbiò molto…
Il difficile carattere di Rascel si intuisce anche da un altro fatto; le musiche del film non furono solo del maestro Vito Tommaso ma anche dello stesso Renato Rascel, specialmente per quanto riguarda la canzone che accompagna tutti i titoli del lungometraggio… in pochi però sanno che questa non è la canzone originale; Rascel e Tommaso avevano scritto per prima un’altra canzone, che indiscutibilmente era molto bella (sulle note del motivo principale che tutt’ora accompagna il film specialmente nelle scene della fata e nella scena finale della trasformazione del burattino in bambino vero), però si trattava di una canzone molto meno allegra e troppo seria, almeno per come la desideravo secondo la mia concezione. Le parole di quella canzone oggi non le ricordo più bene, salvo quelle iniziali che erano queste: “di tutte le teste di legno che esistono al mondo… la mia testa di legno son certo non è la più dura… c’è gente che non sa più amare… non crede più a niente… di nulla ha paura…”
Il regista ero io e, ovviamente, Rascel e Vito Tommaso dovettero rifare la canzone che divenne quella attuale, ma Rascel non gradì per niente.

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Il suo Pinocchio è stato doppiato dai più grandi doppiatori dell’epoca: come avvenne l’incontro con Riccardo Paladini?
Conoscevo Riccardo Paladini da molti anni per rapporti di lavoro in campo pubblicitario e documentario, e mi rivolgevo a lui ogni volta che mi serviva qualche voce particolare di doppiatori perché lui conosceva personalmente tutti i più grandi attori e doppiatori dell’epoca. Con il tempo diventammo molto amici ed il ricordo di lui resterà sempre tra quelli a me più cari. Per quanto riguarda il “doppiaggio” di Pinocchio, in senso letterale, non fu mai fatto… i doppiatori infatti, eseguono un doppiaggio solo quando viene proiettata una scena muta e loro, guardando in proiezione i movimenti labiali, ci mettono la voce. Invece La C.D.C. (Compagnia Doppiatori Cinematografici), che registrò i dialoghi del nostro film, non recitò osservando scene mute proiettate sullo schermo perché era il 1966 e le scene dovevano essere ancora disegnate… i doppiatori si limitavano a recitare la sceneggiatura leggendo i vari testi come si fa nelle prove teatrali. Il doppiaggio nel vero senso del termine fu realizzato solo relativamente ai pochi minuti di scene mute già realizzate per la presentazione all’Istituto Stensen… e quando il grande Lauro Gazzolo (allora direttore della C.D.C.) vide in proiezione quelle scene, si lasciò andare a questo commento: “Mi da' sempre una grande soddisfazione doppiare i cartoni animati, ma quando poi sono di un livello così alto, ancora di più!”…
La voce di Pinocchio, la più importante, è di Roberta Paladini, la nota attrice figlia di Riccardo Paladini, che allora aveva appena 11 anni, ma per quanto io e suo padre fossimo amici, non fu per questo che a Roberta fu affidata questa importantissima parte nei dialoghi del nostro lungometraggio. Riccardo, persona correttissima oltre che di grandissima esperienza in campo cinematografico, aveva già intuito che sua figlia Roberta poteva essere adatta a prestare la sua voce a Pinocchio, ma non mi disse niente; si limitò solo ad inserire Roberta nel gruppetto di cinque o sei ragazzi e ragazzine candidati a sostenere un provino per lo stesso ruolo. Senza sapere di chi erano le voci, ascoltai più volte i provini registrati finché scelsi la voce che sarebbe stata quella di Pinocchio, e solo a quel punto seppi che la prescelta era Roberta. Altri doppiatori per i ruoli più importanti del film furono: Geppetto: Roberto Bertea; la Fata: Vittoria Febbi; Il gatto: Manlio De Angelis; la Volpe: Sergio Tedesco; Grillo Parlante: Lauro Gazzolo; Lucignolo: Flaminia Jandolo; il pappagallo: Luigi Pavese; tonno: Nino Pavese; Mangiafuoco: Michele Gammino; Pescatore verde: Arturo Dominici.
Credo di poter raccontare un aneddoto, riguardante Roberta, che denota l’impegno e la professionalità con i quali una ragazzina di 11 anni si accingeva ad affrontare un ruolo tanto importante e difficile. Nel periodo in cui stavamo registrando i dialoghi del film, Riccardo mi raccontò che il giorno prima sua moglie si era presa uno spavento terribile; rientrando a casa, appena entrata, la signora sentì Roberta che gridava in una stanza in fondo al corridoio, la sentiva singhiozzare e piangere disperatamente! La mamma allora la raggiunse di corsa immaginandosi chissà quale tragica situazione… e invece scoprì che Roberta stava semplicemente “provando” la scena in cui Pinocchio piange e si dispera sulla tomba della fata!
Vorrei concludere queste note sui doppiatori dando anche qualche cenno su un’altra fase importante della sonorizzazione di un film; infatti, al di là del doppiaggio e della colonna musicale, non è da sottovalutare neppure la colonna degli “effetti sonori”. Anche se la figura caratteristica del “rumorista” sta scomparendo dato che gli effetti digitali suppliscono a tutto (o quasi), un accenno a questa fase importante di lavorazione credo che valga la pena farlo relativamente ad una scena particolare di Pinocchio, quella in cui la volpe dice (rivolta al gatto): “ho forse la faccia di chi dice bugie io?”; poiché il gatto annuisce, la volpe gli tira in testa un colpo di bastone. Ciò che desideravo era che il tecnico degli effetti sonori riproducesse il suono sordo di una zucca vuota! Era indubbiamente un rumore inconsueto ed il rumorista si adoprò con tutta la sua esperienza e la massima buona volontà per accontentarmi; provò a percuotere un pallone da foot-ball, palle di ogni tipo, recipienti vuoti o parzialmente riempiti di acqua ed altre cose ancora; ma i risultati, ascoltando la registrazione di questi suoni, non erano quelli desiderati. Ad un certo punto, scoraggiato, il rumorista fece un gesto sconsolato e col suo simpaticissimo dialetto romanesco mi disse: “senta dotto’, io c’ho provato… a me nu’mme riesce proprio, che ce posso fa’?...”
Per la verità a me un’idea era venuta, ma tanto mi sembrava assurda che sul momento ritenni opportuno non parlarne a nessuno. Sospesi la registrazione degli effetti e mi recai nel mercato ortofrutticolo adiacente allo stabilimento di sonorizzazione. Qui, su una bancarella, vidi dei bellissimi e grandi cocomeri. Quando il venditore si accorse che ne ero interessato cominciò a decantarne la bontà. Scelsi il più grosso, lo pagai e… subito dopo gli chiesi, con pagamento di un ulteriore compenso, di praticare nel cocomero una apertura, più piccola possibile, che fosse però sufficiente a svuotare completamente il frutto di tutta la sua succosa e saporita polpa! Probabilmente avrà pensato di trovarsi di fronte ad un matto! Quando poco dopo tornai in sala di registrazione con il cocomero vuoto, il rumorista provò a percuoterlo con il palmo della mano e l’effetto sembrò abbastanza convincente. Effettuammo la registrazione e… “buona la prima!”: quel suono era perfetto e così fu inserito in quella scena del film.

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Terminato il film cosa avvenne? Lei ebbe un contatto col direttore della Titanus?
Era l’inizio di settembre del 1971; io mi trovavo ancora a Roma perché la sera precedente il mio film, appena ultimato, era stato presentato in anteprima alla stampa ed agli altri mezzi di informazione. Stavo preparando i bagagli per tornare a Firenze, quando in albergo mi raggiunse una graditissima telefonata; si trattava di Goffredo Lombardo, allora direttore generale di una delle più grandi case di distribuzione mondiali: la TITANUS. Io, oltre che regista e autore del film, a quel tempo ero anche amministratore unico della Società che deteneva tutti i diritti di sfruttamento del nostro lungometraggio. Lombardo mi disse che era stato presente anche lui alla presentazione del film, e che desiderava parlarmi con la massima urgenza; ovviamente non me lo feci ripetere due volte! Lasciai perdere i bagagli, chiamai un taxi e mi precipitai alla sede della Titanus… e fui subito ricevuto dal direttore generale nel suo ufficio. Lombardo mi fece sedere mentre lui, al di là della scrivania, rimase in piedi giocherellando con i suoi occhiali facendoli roteare tra le dita della mano destra. “Cenci - mi disse subito - quello che lei ha davanti è il contratto di distribuzione mondiale del suo film. Le dico sinceramente che quando ieri sera l’ho visto me ne sono innamorato! Purtroppo abbiamo poco tempo perché ormai siamo a ridosso delle festività natalizie, ma la Titanus è un colosso e vedremo di farcela; in questi tre mesi faremo a tempo di record manifesti, locandine e quant’altro perché il film possa uscire per Natale in tutti i più importanti paesi del mondo! Lei firmi questo contratto e poi dovrà solo stare a vedere quale successo farò avere a questo film!...” Quella mattina di settembre 1971 avrei dovuto firmare di corsa quel contratto e tornarmene a Firenze, felicissimo! Invece, pensando che molti dei miei finanziatori mi avevano affidato tutti i lori risparmi per fare quel film, un errato senso di gratitudine mi fece balenare l’idea che forse era meglio renderli partecipi di questa fantastica offerta, e quindi dare loro anche la possibilità di accettarla o meno, anche se, personalmente, ero convinto che un’occasione del genere nessuno se la sarebbe fatta scappare! Chiesi a Goffredo Lombardo tre giorni di tempo per tornare a Firenze, convocare l’assemblea di tutti i soci finanziatori, ricevere la loro approvazione, e quindi sarei tornato a Roma per firmare il contratto. Sia pure a malincuore il dott. Lombardo mi concesse questa piccola dilazione raccomandandomi di non tardare neanche un’ora di più. A Roma però, per firmare quel contratto, non potei più tornarci perché la maggioranza dei finanziatori rifiutò di accettare. Purtroppo i miei soci, assolutamente inesperti riguardo il complesso mondo cinematografico, dettero troppa importanza al fatto che la Titanus (dal momento che il nostro film era già ultimato e non ancora in lavorazione) non prevedeva il cosiddetto “minimo garantito”, che in realtà significava solo che la casa di distribuzione avrebbe garantito alla Società di produzione, comunque fossero andati gli incassi del film al botteghino, un rientro finanziario di una certa quota dei capitali investiti (generalmente non più del 30-40% del capitale). Ma che importanza avrebbe potuto avere una “garanzia” del genere? Del resto la Titanus, distribuendo il nostro film, avrebbe speso capitali immensi solo per fare doppiaggi in lingua inglese, francese e probabilmente altre lingue, centinaia di stampe di pellicole nelle varie edizioni, manifesti, locandine e tantissime altre spese di lancio pubblicitario attraverso i media: credo che nessun minimo garantito avrebbe potuto darci garanzie maggiori di queste. Durante la riunione ero quasi riuscito a convincere la maggioranza dei soci a sostenere la mia tesi… purtroppo però intervenne quello di loro che aveva investito la quota maggiore, l’ingegner Giordano Rota (uno dei più importanti industriali milanesi e proprietario di una catena di cinema in Piemonte ed in Lombardia) il quale aveva personali motivi di risentimento nei miei confronti perché, contro il suo parere, avevo fatto fare la colonna musicale a Rascel e Tommaso anziché a Nino Rota come invece voleva lui. Il suo intervento prevalse su tutti riuscendo ad intimorire l’assemblea con queste parole: “Se vi azzardate a dare il film alla Titanus – tuonò – io vi sbatto una causa per cattiva conduzione della Società, che ve la ricorderete finché campate”. La riunione, praticamente, terminò qui. Se fossi stato perfettamente lucido mi sarei altamente infischiato di tutto ciò e sarei corso a Roma a firmare il contratto con Goffredo Lombardo; ero l’amministratore unico nonché l’autore del film, avevo tutti i titoli pienamente legali per farlo, ma non lo feci… ero giovanissimo, alla mia prima esperienza cinematografica, e se avessi avuto solo un pizzico in più di malizia e di esperienza del mondo dello spettacolo avrei capito tranquillamente che si trattava di un bluff, di una ripicca, non ci sarebbe mai stata nessuna causa (come infatti mi disse molto tempo dopo, con tono sarcastico, proprio il legale di Rota!). Invece la mia serietà e il mio “senso del dovere”, insieme allo sconforto causatomi da quella riunione, mi fecero desistere nel “rispetto della parola data”… avevo concesso a quelle persone la possibilità di dire di “no” e mi sentivo obbligato ad onorare quell’impegno morale, benché il coraggio di andare avanti non mi sarebbe mancato neanche quella volta. Rifiutata la Titanus si dovette aspettare più di un anno per vedere il film proiettato nei cinema, distribuito da piccoli “indipendenti regionali” i quali non solo non avevano i mezzi finanziari per lanciare pubblicitariamente il film in modo adeguato, ma oltretutto, scoordinati com’erano, non fecero uscire il film contemporaneamente in tutta Italia; a Natale usciva in una regione, a Pasqua in un’altra, e così via. Cosa ancora più grave, uscendo con tanto ritardo nelle sale cinematografiche, “Un burattino di nome Pinocchio” era stato anche battuto sul tempo da Luigi Comencini che uscì in televisione nel 1972 con il suo Pinocchio interpretato da Andrea Balestri, Gina Lollobrigida nelle vesti della fata, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nei panni del gatto e della volpe, e Nino Manfredi in quelli di Geppetto… e molti spettatori non vennero a vedere il mio film al cinema pensando che fosse quello di Comencini.

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Dopo molti anni, Pinocchio rimane il classico dell’animazione italiana del XX Secolo nonché la versione più riuscita del celebre burattino di Collodi. Ultimamente lei si è incontrato con altri due grandi dell’animazione internazionale: Don Bluth e Gary Goldman. Come è stato l’incontro?
L’incontro è avvenuto nel novembre del 2005 nel corso delle manifestazioni NEMOLAND organizzate dall’Accademia delle Arti Digitali NEMO di Firenze, presso la quale insegno animazione. Tali manifestazioni si sono svolte presso l’Istituto Statale d’Arte di Porta Romana a Firenze, dove Don Bluth e Goldman, due ex animatori della Disney ed oggi famosi autori e produttori di cartoons, ospiti della Soc. NEMO, hanno tenuto un seminario nell’aula magna dell’Istituto d’Arte sul tema delle attuali prospettive per quanto riguarda l’animazione tradizionale in 2D, e la sua evoluzione fino alla attuale tecnica digitale 3D. I due ospiti non parlavano l’italiano, ma alcune traduttrici simultanee ci hanno permesso una buona possibilità di dialogo negli intervalli e anche al pranzo, svoltosi presso la mensa dell’Istituto, dove eravamo allo stesso tavolo. Goldman e Bluth sono persone simpaticissime, dei veri “compagnoni”, sempre pronti alla battuta e allo scherzo. Durante la conversazione tra le altre cose è stata fatta la constatazione che, quando loro due si staccarono dall’organizzazione Disney per iniziare a lavorare autonomamente, impiantarono la loro attività in un garage… e Disney stesso, all’inizio della sua attività, lavorò in alcuni locali che erano stati adibiti a rimessa… così, a mia volta, ho fatto notare che, curiosamente, anch’io avevo iniziato la lavorazione del mio film in una rimessa per auto. Subito Don Bluth mi ha detto, ridendo: “stai a vedere che abbiamo fatto una scoperta: si potrebbe dire che piuttosto che essere dei bravi disegnatori, per avere successo con i cartoons, basterà solo iniziare l’attività in una autorimessa!...”
Naturalmente abbiamo parlato anche di cose più serie, come confrontare le nostre reciproche opinioni sul futuro del cartone animato classico in full animation, e siamo tutti perfettamente d’accordo sul fatto che questo imperversare di films lungometraggi in animazione digitale 3D (che tra l’altro sono molto più costosi del cartoon tradizionale della migliore qualità) sia un fenomeno solo temporaneo; si tratta infatti di un ciclo destinato, se non a concludersi, certamente a ridimensionarsi nel giro di pochi anni. Non c’è dubbio che attualmente il disegnatore ha delegato la sua capacità creativa praticamente a delle macchine e che non è affatto necessario che chi aziona le apparecchiature digitali per realizzare il 3D sia anche un disegnatore; è sufficiente una persona che sappia usare il digitale e sia dotata di una buona fantasia. Ma l’animazione digitale non è più una novità come qualche anno fa e sta già stancando lo spettatore medio (basti vedere gli incassi al botteghino di alcuni film in 3D degli ultimi anni) e prima o poi la natura istintiva del disegnatore-animatore creativo si ribellerà a tutto questo, riprendendosi la parte che gli spetta di diritto e che ha reso grande l’Arte dei cartoni animati… e sarà di nuovo la mano dell’animatore a far muovere i propri personaggi e a conferirgli calore e personalità, piuttosto che le apparecchiature del digitale che li rendono freddi e impersonali. Ma certamente le possibilità del digitale sono state, sono e saranno sempre utilissime, specialmente per tutto ciò che riguarda gli effetti speciali e il colore, come supporto al cartone animato tradizionale. Qualcuno mi ha definito il “Don Chisciotte” del cinema di animazione italiano; forse chi mi ha definito così non è molto lontano dal vero visto che oggi, con qualche anno in più rispetto a quando ho realizzato Pinocchio, non mi sono ancora arreso ed ho tanti progetti e sogni nel cassetto!…

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(Giuliano Cenci)

Intervista esclusiva a Giuliano Cenci di Mario Verger


Tutte le immagini sono tratte da Un burattino di nome Pinocchio di Giuliano Cenci. Immagini utilizzate dietro consenso dell'autore.

Testo © Mario Verger, 2007. Tutti i diritti riservati

Albert Maysles: 50 Years of Reality Cinema

Albert Maysles: 50 Years of Reality Cinema
An interview with Albert Maysles by Roberto Rippa
Pictures by Donato Di Blasi

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You, along with your brother David, are considered the developers of the so-called “reality cinema”. You studied psychology in Boston and then filmed your first documentary Psychiatry in Russia in 1955. What made you decide to work on this form of cinema in the first place?
I think I’m an adventurer and at that time, in 1955, I think it was an adventure to go behind the Iron Curtain, in the Soviet Union, and so when I developed plans to do that at home, because I’m a psychologist, I thought I should investigate mental health and then I thought: “If I’m gonna do that then I should record this to pass it on to other people.” So I thought I would take photographs but then I thought it would be better to make a motion picture and so I borrowed a 16 mm movie camera, got to Russia and made my first film.

How did you succeed in going behind the Iron Curtain at that time, considering that you are an American citizen?
Well, it was easy, although most people didn’t notice, to get a thirty-day tourist visa. That was easy. But once I was in Russia I crashed a party, a Romanian embassy party, where I was told I could possibly