Reazione a catena

Reazione a catena
(noto anche come Ecologia del delitto, Italia, 1971)
di Mario Bava

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Grande regista e direttore della fotografia, Mario Bava ha diretto alcuni tra i thriller e gli horror più curiosi (e saccheggiati, soprattutto dal cinema statunitense) del cinema italiano.
Anche questo Reazione a catena (noto negli USA come Bay of Blood, Carnage, Twitch of the Death Nerve) non è affatto il prodotto convenzionale che parrebbe a una prima, distratta, occhiata. Le sue morti efferate e ripetute hanno luogo in un film in cui l’uso del colore e dei suoni tradisce una perfetta conoscenza dei meccanismi della paura. Lasciato libero da una sceneggiatura priva di eccessivo rigore, Bava costruisce un’opera che mescola Eros e Tanathos ed è completamento libero, a livello visivo, nel costruire scene di una efficace violenza cui è tanto debitore il cinema americano di genere (basti vedere il primo episodio di Friday the 13th - Venerdì 13, di Sean S.Cunningham - girato ben nove anni dopo, per capire quale sia stata la fonte di ispirazione, sia a livello di trama che per la rappresentazione grafica degli omicidi. Ma il secondo capitolo della saga contiene addirittura due scene efferate identiche a quelle del film di Bava).
Nato da una sceneggiatura di Dardano Sacchetti dal titolo Così imparano a fare i cattivi, poi mutato dal produttore Zaccariello in Ecologia del delitto solo perché il tema dell’ecologia era allora molto discusso, viene pubblicato con il titolo voluto dal regista. Girato con pochissimi soldi, tanto che l'ambientazione è la villa del produttore a Sabaudia dove, per simulare il bosco, gli attori sono costretti a recitare davanti a un mazzo di rami con foglie, il film non tradisce la sua povertà grazie all'inventiva e alla capacità del regista e alla bravura di Carlo Rambaldi, responsabile degli effetti speciali.
Tra gli interpreti, Claudine Auger, la scomparsa Laura Betti e Claudio Camuso, fratello di Gian Maria Volontè e morto suicida poco dopo avere partecipato al film. Appaiono brevemente anche Nicoletta Elmi, la bambina dai capelli rossi presente di frequente nell’horror italiano anni ’70 e ’80 (da Profondo rosso di Dario Argento a Chi l’ha vista morire di Aldo Lado) e che approderà nel 1987 all’orrida serie televisiva I ragazzi della 3 C al fianco di Renato Cestiè, altro bambino prodigio poi scomparso, qui nel ruolo di suo fratello.
La Raro Video, in collaborazione con Nocturno Cinema, ha pubblicato nella collana “Horror Club” la versione integrale del film. L’audio (mono 1.0) è buono così come il video, a dispetto di qualche spuntinatura qui e là.

(Roberto Rippa)

Reazione a catena (Italia, 1971)
Regia e fotografia: Mario Bava
Soggetto: Franco Barberi, Dardano Sacchetti
Sceneggiatura: Mario Bava, Filippo Ottoni, Giuseppe Zaccariello
Musiche: Stelvio Cipriani
Montaggio: Carlo Reali
Interpreti principali: Luigi Pistilli, Caludine Auger, Claudio Camaso, Leopoldo Trieste, Laura Betti
95'

DVD

Reazione a catena DVD

Regione: 2
Origine: Italia
Etichetta: Raro Video (collana “Horror Club”)
Formato video: 1,85:1
Formato audio: italiano – mono, inglese-mono
Sottotitoli: inglese su audio italiano
Extra: documentario L’arte del delitto (con la partecipazione del regista Lamberto Bava, figlio di Mario), trailer originale.


Mario Bava su Wikipedia (italiano)

Mario Bava su Wikipedia (English)

Il dossier curato da Nocturno su Mario e Lamberto Bava

...e tu vivrai nel terrore! L’aldilà

...e tu vivrai nel terrore! L’aldilà
di Lucio Fulci

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(Cinzia Monreale in una scena del film)

Trama

New Orleans, 1927, un gruppo di uomini si reca in barca in un albergo con il preciso intento di uccidere il pittore Zweick, considerato uno stregone. Zweick verrà crocefisso nella cantina dell’albergo, proprio di fianco a un misterioso simbolo impresso nel muro, e quindi ricoperto di calce viva. Sessant’anni dopo, Liza Merrill eredita l’albergo e decide di riaprirlo dopo un’opportuna ristrutturazione ma strani incidenti funestano il suo progetto. Nel frattempo, una giovane ragazza cieca, Emily, scopre in un antico libro, che prenderà fuoco tra le sue mani, che l’albergo nasconderebbe nelle sue fondamenta una delle porte d’accesso all’inferno.

Commento
(attenzione, il testo che segue contiene elementi rivelatori della trama
e del finale del film)


L’inizio degli anni ‘80 è ricco di film su case maledette: nel 1980 esce The Shining di Stanley Kubrick, con il suo Overlook Hotel, all’anno prima risale il debole Amityville Horror di Stuart Rosenberg, basato su un libro che narrerebbe una storia vera su una casa posseduta, e il 1980 è, soprattutto, l’anno di uscita di Inferno di Dario Argento (con alcune scene girate da Mario Bava), che è unito nella tematica delle case che nascondo l'accesso a mondi paralleli a Suspiria dell’anno prima.
Ovvio che il cinema di genere, sempre pronto a inserirsi nella scia dei successi italiani o stranieri per sfruttarne il successo, investa sull’argomento. Dietro a L'aldilà c’è il produttore Fabrizio De Angelis della Fulvia film che si inventa il titolo e grazie a questo ottiene i primi finanziamenti dai distributori.
Quello che è solo un titolo, diventa poi una storia nelle mani di dardano Sacchetti, che poi sceneggia con Giorgio Mariuzzo e Lucio Fulci.
Il film nasce dall’assunto più tipico del genere, quello della casa maledetta, della casa posseduta da forze misteriose, ma poi prende una direzione originale grazie al talento visionario di Lucio Fulci, che firma qui una tra le sue opere più estreme.
Il prologo vede l’uccisione del pittore Zweick a opera di un gruppo di persone decise a liberarsi di una presenza inquietante per il sospetto di stregoneria. La scena introduce senza esito al clima del film: Zweick viene ucciso a colpi di catena, in una scena che non può non ricordare l’uccisione del personaggio di Florinda Bolkan in Non si sevizia un paperino, e quindi crocefisso agonizzante a un muro della cantina dell’albergo "Sette porte" e ricoperto di calce viva. La scena, di estrema violenza, avrebbe dovuro essere girata in bianco e nero secondo le intenzioni ma venne poi girata a colori su richiesta del distributore tedesco, che non voleva che alcun dettaglio della cruenta sequenza perdesse in efficacia, e quindi virata in un tono giallo dorato che mette in evidenza le luci delle torce degli assassini (la scena a colori verrà usata solo per il mercato tedesco). Vediamo quindi la giovane Emily leggere un antico testo, l’Eibon, che rivela come l’albergo nasconda in sé una delle porte d’accesso all’inferno. Si passa a sessant’anni dopo, quando la giovane ex modella Liz Merrill decide di riaprire l’albergo, che ha ereditato, dopo una ristrutturazione caldeggiata dall’architetto Martin Avery. Nulla però va per il verso giusto: dapprima un imbianchino muore cadendo da un’impalcatura spaventato dalla visione di una ragazza cieca che lo fissa da una finestra, quindi tocca all’idraulico Joe, cui misteriose mani che escono dal muro nello scantinato dove era stato crocefisso Zweick cavano gli occhi. E intanto il campanello della stanza 36 continua a suonare malgrado non vi abiti nessuno.
Come tradizione vuole, Liz non tarderà a scoprire l’origine del male legato alla casa ma la consapevolezza non la aiuterà a salvarsi la vita.

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(David Warbeck e Catriona Mac Coll)

Lucio Fulci si inventa un colpo di scena al minuto e non si accontenta di girare un onesto film dell’orrore, complice anche il basso budget a disposizione, bensì costruisce un’opera fortemente visionaria in cui non fa risparmio di riferimenti e forse anche qualche colpo basso al collega Argento, con cui era entrato in polemica poco tempo prima, in occasione della realizzazione di Zombi 2 (1979), che faceva riferimento al titolo italiano Zombi, scelto proprio da Argento, per Dawn of the Dead (1978) di George A. Romero. Effettivamente alcune scene sembrano fare riferimento ad alcune situazioni di Inferno, girato con mezzi infinitamente superiori a quelli concessi a Fulci per questo film: le scene nello scantinato allagato, per esempio, appaiono molto più efficaci ne L’aldilà di quanto lo siano nel film di Argento. E c’è un’altra similitudine: l’uccisione della cieca Emily, azzannata alla giugulare dal suo stesso cane lupo, rimanda alla stessa morte subita dal cieco Flavio Bucci in Suspiria. A proposito di questa scena, è impossibile non notare come Lucio Fulci, impegnato a girare un film di mero consumo, non abdichi alla sua ambizione autoriale realizzando una sequenza di autentico terrore sfruttando solo un sottofondo di indistinti bisbiglii, la scelta di affidarsi a primi piani stretti e a un montaggio asciutto come quello usato per la scena della doccia in Psycho di Hitchcock (scelto in quel caso per l’impossibilità, causa la censura dell’epoca, di mostrare troppo). Il cane di Emily avverte delle presenze nella stanza ma, prima che queste si rivelino, assistiamo a una efficace crescita della tensione costruita unicamente sugli elementi prima citati e, quando Emily muore, la nostra sopportazione è già giunta al suo limite.
Se alcune scene non riescono a nascondere la povertà di mezzi della produzione (i ragni impegnati a cavare gli occhi a Michele Mirabella nella scena della sua morte sono troppo palesemente, pur mescolati a ragni veri, e questo lo riconosceva anche Fulci), è la perizia registica a farle cadere in secondo piano in favore di una messa in scena tanto eccessiva da risultare a tratti insopportabile.
Mentre nella maggior parte delle pellicole horror il protagonista sopravvive alle disgrazie cui va incontro nella pellicola, L’aldilà ha una finale sospeso, onirico come molte parte del film: Liza e John, dopo innumerevoli peripezie ed essere riusciti a sfuggire a un’orda di zombi (imposti dal distributore tedesco) in un ospedale, si ritrovano nello scantinato dell’albergo e quindi, dopo avere attraversato un passaggio, in un paesaggio lunare, l’aldilà del titolo.
La scena, di grande efficacia, venne creata dal direttore della fotografia Sergio Salviati proprio al momento di girarla nel teatro di posa più grande degli studi De Paolis di Roma, accumulando stracci e ricoprendo il pavimento con alcune palate di terra. A completare la scena, un manipolo di figuranti (che leggenda vuole fossero persone senza tetto trovate nelle vicinanze degli studi e assoldati con la ricompensa di un pasto, un cestino) e potenti riflettori piazzati in alto che diffondono una luce fredda che contribuisce a rendere straniante una scena che è forse la migliore del genere.

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(L'aldilà inventato dallo scenografo Massimo Lentini e dal direttore
della fotografia Sergio Salviati)

I bravi protagonisti del film, Catriona Mac Coll (Katherine sui flani) e David Warbeck avevano già lavorato con Lucio Fulci, la prima in Paura nella città dei morti viventi (1980, dove è protagonista di una scena tra le più memorabili del genere, quella in cui viene salvata dalla sepoltura mentre è viva. Tornerà a lavorare con Fulci in Quella villa accanto al cimitero nel 1981), il secondo in Black Cat.
Lucio Fulci firma qui uno tra i suoi film più notevoli, malgrado la crudeltà delle scene (indispensabili per un prodotto del genere) talvolta un po’ insistite e eccessive, riuscendo a inserire in un film fortemente di genere non pochi spunti d’autore che lo rendono ancora oggi un’opera notevole.
Il film alla sua uscita ha un incasso medio (sui settecento milioni di lire) ma si rifà con le vendire all’estero (dagli Stati Uniti, dove il film si intitola The Beyond, a Europa e Oriente), dove ottiene un grande successo che non accenna a diminuire nel tempo grazie alle vendite in DVD.

(Roberto Rippa) 

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Curiosità

Va notata la scena in cui David Warbeck, dopo avere sparato nell’ospedale una sequela di colpi di pistola come manco in un western, entra nell’ascensore dove si trova già Catriona McColl e finge di ricaricare la pistola infilando i colpi nella canna anziché nel tamburo. Poco prima che la porta si chiuda, si può notare Catriona McColl ridere osservando la scena.

Il prologo a colori per il mercato tedesco è inserito come extra nell’ottimo DVD pubblicato in Italia da No Shame. È quindi possibile mettere a confronto le due versioni.

Negli Stati Uniti la versione integrale del film è stata vedibile solo dal 1998, quando la Rolling Thunder Pictures di Quentin Tarantino la distribuì per lo spettacolo notturno in alcune città.

Lucio Fulci si riferiva spesso a Antonin Artaud nel giustificare la violenza dei suoi film dell’orrore. Si dice che citasse Artaud in quanto, essendo pochi i critici che lo conoscevano, pochi avrebbero potuto discutere il riferimento.

Lucio Fulci non riteneva L’aldilà degno di rientrare nel novero dei suoi film migliori e questo anche per la presenza degli zombi, non presenti nella sceneggiatura originale e voluti dai noleggiatori tedeschi.

Michele Mirabella, oggi conduttore televisivo (Elisir su Raitre) è apparso in numerosi film, tra cui Tutti defunti... tranne i morti (1977) di Pupi Avati e Demoni 2 (1986) di Lamberto Bava.

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(la morte di Michele Mirabella in L'aldilà)


...e tu vivrai nel terrore! L'aldilà (Italia, 1981)
Regia: Lucio Fulci
Soggetto: Dardano Sacchetti
Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Giorgio Mariuzzo, Lucio Fulci
Musica originale: Fabio Frizzi
Fotografia: Sergio Salvati
Montaggio: Vincenzo Tomassi
Interpreti principali: Katherine MacColl [Catriona MacColl], David Warbeck, Sarah Keller [Cinzia Monreale], Antoine Saint-John, Veronica Lazar, Giovanni De Nava, Al Cliver [Pierluigi Conti], Michele Mirabella, Tonino Pulci


DVD

Laldila DVD

La No Shame ha realizzato un ottimo DVD de L’aldilà contenente, oltre alla versione integrale del film, restaurata in occasione della sua presentazione alla sessantunesima Mostra d’arte cinematografica, un commento audio del direttore della fotografia Sergio Salviati, moderato da Paolo Albiero (co-autore del più completo libro su Lucio Fulci, Il terrorista del generi, editore Un mondo a parte), un secondo commento audio con Catriona Mac Coll e David Warbeck (realizzato pochi mesi prima della morte di quest ultimo, l’attore cita la sua malattia nel commento), una serie di trailer (americano per la sua uscita all’epoca e quello epr la riedizione del 1998, tedesco), una breve intervista a Lucio Fulci sul set di Demonia (1990) e il prologo a colori utilizzato per la versione tedesca.

Editore: No Shame
Origine: Italia
Regione: 2
Formato video: 2.35:1, ottimizzato 16/9
Formati audio: 5.1
Lingue: italiano, inglese
Sottotitoli: italiano


Breve biografia di Lucio Fulci su Cinemino

Non si sevizia un paperino

Non si sevizia un paperino
di Lucio Fulci

Non si sevizia un paperino01
(Florinda Bolkan in una scena del film)

Trama

In un paesino della Lucania, alcuni bambini muoiono di morte violenta.
I carabinieri, seguiti da un giornalista in vacanza nel posto, indagano su alcuni sospetti, soprattutto una ricca ragazza ex tossicomane allontanata da Milano dal padre e una donna sconvolta dalla morte del figlio, avvenuta anni addietro, e pratica di riti di magia nera. Ma la realtà è ben diversa e perché affiori sarà necessario assistere ad altri omicidi.

Commento
(attenzione, il testo che segue contiene elementi rivelatori della trama
e del finale del film)


Uno tra i film più interessanti di Lucio Fulci, nonché uno tra i suoi preferiti (1), mette in scena una storia inquietante, dove credenze popolari e superstizione la fanno da padroni.
Nell'immaginario paesino lucano di Accendura in cui la storia è ambientata (il film è girato tra Abruzzo, Manfredonia e i dintorni di Roma), con l'autostrada sospesa che l'attraversa senza però sembrare toccarlo, sembra essere fermo a un secolo prima, con le prostitute che vengono da fuori a dare un po’ di divertimento ai contadini, lo scemo del paese che viene preso a sassate e le donne che stanno chiuse in casa. E in più ci sono la superstizione e la fede alle credenze popolari, che portano alla lapidazione di colei che viene ritenuta una strega (e il contrasto tra la violenza di queste sequenze con il tema scelto per accompagnarle, la melodica canzone Quei giorni insieme a te cantata da Ornella Vanoni, ne fa una tra le scene più disturbanti del film e del cinema italiano), e soprattutto un discorso tutt’altro che celato sulla chiesa cattolica e la repressione.
A Lucio Fulci la Medusa, che produce il film, concede un cast di prim’ordine, che il regista utilizza al meglio: Barbara Bouchet è un personaggio ambiguo innestato in una realtà molto distante dalla sua abituale di ragazza milanese ricca e viziata rimandata dal padre al di lui paese natale per allontanarla da storie di droga (ma nel film si parla solo - pur con una certa enfasi - di marijuana), Marc Porel (doppiato da Pino Colizzi) un giovane prete tormentato, Florinda Bolkan, in un ruolo non da protagonista ma assolutamente centrale, una donna sofferente cui sono affidate molte delle scene più forti del film (tra cui quella dell’interrogatorio in caserma e quella, già citata, in cui viene notata, sanguinante e morente dopo la lapidazione, da una famigliola di passaggio sulla strada che decide di allontanarsi come non volesse far sfiorare da un mondo tanto lontano), Tomas Milian, giornalista che si trova immerso in una realtà a tratti incomprensibile, Irene Papas, dolente madre del prete.

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Difficile immaginare come un film così abbia potuto superare indenne la commissione di censura in quegli anni (ma nella televisione italiana di oggi non troverebbe mai ospitalità), con il suo assassino di cui non si può scrivere nulla a chi non avesse visto il film (e si sarebbe perso parecchio). Il soggetto, dello stesso Fulci con Roberto Gianviti, suo frequente collaboratore, e la sceneggiatura (di Fulci, Gianviti e Gianfranco Clerici) non fanno un grinza ma è proprio l’atmosfera plumbea e morbosa della regia a fare di questa un’opera a parte nell’ambito del giallo italiano degli anni ‘70 (e non solo) e a ricordare anche ai più scettici (generalmente coloro che di Fulci non conoscono nulla) che Fulci era non solo un regista prestato a vari generi bensì un vero autore capace di imprimere uno stile preciso e personale in qualsiasi suo film, anche i meno riusciti.
Il film, presentato nella sezione Italian kings of the Bs, retrospettiva dedicata dalla sessantaduesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia al cinema segreto italiano, ossia a quel cinema ormai morto per soffocamento televisivo che per anni ha appassionato le platee di mezzo mondo, è annunciato per la pubblicazione in DVD per l’estate.

(Roberto Rippa)

Curiosità

La scena in cui Barbara Bouchet, adagiata completamente nuda su una poltrona, invita un bambino ad avvicinarsi fu ovviamente presa di mira dalla censura.
Il regista fu costretto a dimostrare che dalla soggettiva dell’attrice nella scena c’era il bambino che vediamo, mentre per i controcampi era stato utilizzato un nano ripreso di spalle. Nessuno si chiese però cosa vide della scena sullo schermo il bambino che ha doppiato la parte.

La scena iniziale in cui un bambino prende di mira una lucertola con una fionda non è presente nel DVD americano né nella VHS italiana pubblicata da Lamberto Forni.

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Il titolo pensato in origine, Non si sevizia Paperino, venne contestato dalla Disney, a causa dell’utilizzo del nome del suo paeronsaggio, che impose l’utilizzo dell’articolo indeterminativo. La Medusa aggirò l’ostacolo indicando l’articolo un in un carattere di colore più chiaro nelle fotobuste, rendendolo meno immediatamente visibile.

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Non si sevizia un paperino (Italia, 1972)

Regia: Lucio Fulci
Soggetto: Lucio Fulci, Roberto Gianviti
Sceneggiatura: Lucio Fulci, Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici
Musiche: Riz Ortolani
(La canzone Quei giorni insieme a te, di Ortolani-Fiastri, è cantata da Ornella Vanoni)
Fotografia: Sergio D’Offizi
Montaggio: Ornella Micheli
Interpreti principali: Florinda Bolkan [Florinda Soares Bulcão], Barbara Bouchet [Barbara Goutscher], Tomas Milian [Tomás Quintín Rodriguez], Irene Papas, Marc Porel, George Wilson, Antonello Campodifiori, Ugo D'Alessio, Virginio Gazzolo, Vito Passeri, Rosalia Maggio, Andrea Aureli, Linda Sini, Francesco Balducci

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Note

(1)
Come scritto su Il terrorista dei generi, Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, editore Un mondo a parte, Roma, 2004


Breve biografia di Lucio Fulci su Cinemino

Milano calibro 9

Milano calibro 9
di Fernando Di Leo

Milano calibro 901

Trama

Uscito di prigione dopo avere scontato una pena per rapina, Ugo Piazza viene aggredito da «L’americano», per cui faceva traffico di valuta, che lo sospetta di avere trattenuto per sé 300’000 dollari che gli erano stati affidati. Poiché Piazza nega, «L’americano» decide di riprenderlo con sé per poterlo controllare...

Commento

Vorticoso ed elaborato «noir», forse il migliore italiano di sempre, ispirato a un breve racconto di Giorgio Scerbanenco (uno tra i più considerati scrittori di letteratura noir, vero nome Vladimir, Kiev 1911 – Milano 1969) contenuto nella raccolta da cui Di Leo prende il titolo per il suo film. Sorretto da un cast di grandissimo livello, Milano Calibro 9 è fedelissimo, se non al racconto (Di Leo stesso ammette di avere preso una sua strada rispetto a ciò che aveva scritto Scerbanenco), alle atmosfere proprie dello scrittore milanese d’adozione.

Da quando Ugo Piazza esce dal carcere, allo spettatore non viene più dato tempo per riflettere. Ogni personaggio sembra avere una sua strategia che muta, necessariamente, di continuo mentre i colpi di scena si susseguono scanditi da un tempo che ha tutto il sapore di un conto alla rovescia verso qualcosa che non sappiamo. La costruzione dei personaggi, che tradiscono il loro essere attraverso pochi ma efficacissimi segnali (un tic, uno sguardo, una frase), è segno di un talento non comune, di una capacità introspettiva che è propria del regista e che si può notare anche nei suoi episodi minori. La corsa verso il finale, nerissimo e imprevedibile, ci lascia senza fiato e ci coglie di sorpresa.
Impossibile non osservare come Di Leo riesca con rara efficacia a trasporre nel giallo metropolitano elementi del cinema western più strutturato.
Ottime le interpretazioni, con gli strepitosi Gastone Moschin e Mario Adorf (doppiato dallo scomparso Stefano Satta Flores), Frank Wolff, Philippe Leroy, Lionel Stander e con una Barbara Bouchet "femme fatale" mai così in parte.
Prima opera di una ideale trilogia che comprende La mala ordina (1972) e Il boss (1973).

(Roberto Rippa)

Milano calibro 902
(Barbara Bouchet in una famosa scena del film)


Milano calibro 9 (Italia, 1971)

Regia e sceneggiatura: Fernando Di Leo
Soggetto: tratto dal racconto «Stazione Centrale ammazzare subito» scritto da Giorgio Scerbanenco (contenuto nella raccolta di racconti che dà il titolo al film)
Musica originale: Luis Enrique Bacalov
Fotografia: Franco Villa
Montaggio: Amedeo Giomini
Interpreti principali: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Frank Wolff, Mario Adorf, Philippe Leroy, Luigi Pistilli, Ivo Garrani, Lionel Stander
100'

Milano calibro 9 DVD

DVD

Etichetta: Raro Video & Nocturno
Origine: Italia
Regione: 2
Formato video: 1.85:1 16/9
Formato audio: 2.0
Lingue: inglese, inglese
Sottotitoli: inglese
Extra: documentario Calibro 9, documentario Fernando Di Leo: la morale del genere, documentario Scerbanenco noir, galleria fotografica con commento audio di Gastone Moschin, biografia e filmografia del regista

Doppio DVD da non perdere per la qualità del film e degli extra (del resto curati da Nocturno Cinema, che sono fautori assoluti della riscoperta di Di Leo ben prima che il regista, ormai scomparso, fosse celebrato alla sessantunesima Mostra del Cinema di Venezia nel 2004). Extra curatissimi, comprendenti una lunga intervista al regista.