Hugo the Hippo - seconda parte
Hugo the Hippo
(Hugó, a víziló)
di Mario Verger
seconda parte
(leggi la prima parte)
Happy Hugo!: l’Astratto nel Figurativo
Grandi spunti grafici e coloristici sono dati dalle sequenze, con le canzoni, nella versione inglese, interpretate da due componenti della famosa dinastia americana degli «Osmond Family»: Marie Osmond e Jimmy Osmond.
La cantante esordì nel cinema proprio con la colonna sonora di questo film, la quale ha dato un contributo non da poco all’innata simpatia del piccolo ippopotamo. Ma tratteggiamo l’argomento in questione.
A questo punto, nell’Arte di Gémes, di fronte a tanto sobrio realismo vengono alternate alcune sequenze di grande accattivanza spettacolare: come non ricordare, a tal proposito, il pirotecnico parco di divertimento subacqueo degli ippopotami, nel quale le creature grandi guidano i caroselli e le piccole conducono le automobili allietati da ricci marini, conchiglie, coralli colorati che fanno da cornice a pesci variopinti che formano le lettere della parola ‘Hippopotamus’; il tutto in un turbinio di caroselli colorati, luna park sottomarini con tanto di ottovolanti, giostre ed automobiline a scontro a forma di pesci; scivoli e altalene e montagne russe con a bordo tanti, tantissimi piccoli ippopotami, i quali, a motivo di continue trasformazioni entrano in garbate ma stravaganti stanze coi giochi degli “specchi deformanti” (vedi il probabile riferimento ad uno dei più riusciti cortometraggi Disney del 1940 con protagonista Pluto, intitolato Bone Trouble); trasformazioni animate che corrispondono a soluzioni grafiche e di sceneggiatura come quando dalla bocca di un coccodrillo emerge un’alga marina portata da simpatici pesciolini sul capo del Re degli ippopotami, papà del principino Hugo, entrambi – per l’occasione – fotografati da un simpatico pesciolino con macchina fotografica d’epoca; ambientazione che prosegue fino a diventare, trasformandosi, un vero luna park notturno illuminato da girandole e luci psichedeliche d’ogni genere. L’affetto per la mamma, però, è altrettanto evidente ma senza subitanei distacchi: entrando in una grotta sottomarina a forma di cuore, il piccolo Hugo lanciandosi in “aria” – si fa per dire – indossa un guscio acquatico tartarugato che fa di paracadute, mentre scodinzola cercando ancora le “coccole” di mamma ippopotamo. Come si può non ricordare nel piccolo ippopotamo Hugo chiari ed eloquenti riferimenti a Dumbo di Walt Disney?

Interessante è invece, dopo la liberazione degli squali da parte degli ippopotami con Zanzibar che torna ad essere un paese fiorente, quando si vede un altissimo grattacielo della principale emittente televisiva che ha la “cupola” raffigurante il busto del Sultano con tanto di antenne paraboliche che fuoriescono dal turbante; come curiosa è l’idea della conferenza stampa dello stesso Majhid assieme ai suoi ministri e scienziati tra flash e telecamere.
Come degna di interesse è la sequenza che ha inizio col sinistro e diroccato palazzo di pietra di Aban Khan, adornato di anelli dorati e di maniglie a forma di teschio con rapaci racchiusi in anguste gabbie: guidato dagli interessi di tre contadini, il Gran Visir – geloso della popolarità di cui gode il Sultano Majid presso Zanzibar – decide in proprio di sterminare la dinastia di ippopotami. Come risolvere graficamente la “battaglia”, cioè il «fuoco» interiore di Aban Khan il quale vive in «terra», e gli ippopotami, se questi ultimi vivono in «acqua»? L’autore ungherese la fa svolgere attraverso un’altra dimensione ancora, nuova e differente per tutti: l’«aria». La “battaglia” fra Aban Khan e gli ippopotami è simbolica nella descrizione visiva ma reale nel racconto. Come in un sogno, anzi un incubo che diventa realtà: Aban Khan fra le scale del palazzo come soluzione agli ippopotami estrae una pistola, il cui imbocco luminoso, in dissolvenza incrociata, diventa una luna; come le sagome del Gran Visir ed i suoi a bordo di una barca, si mutano in forme di sinistre nubi minacciose nel cielo notturno, mentre il fucile spara fulmini e saette che finiscono col massacro della famiglia d’ippopotami, altrettanto in forma di conglomerati nubiformi.
Un incubo sembra, ma invece è realtà: Re e Regina, genitori del piccolo ippopotamo rosa, sono sterminati, tutti gli altri massacrati, tranne uno: Hugo, che nella furibonda battaglia col mare in tempesta riesce a fuggire, mentre le onde si trasformano nel mefistofelico volto del Gran Visir Aban Khan.

Come anche, quando il povero Hugo si ritrova solo, all’alba, in riva al mare e svenuto, viene svegliato dalla pinzata del piccolo granchio, di cui curiosa è l’ideazione grafica con l’elmetto da cavaliere e i cannocchiali meccanici al posto degli occhi.
Oppure quando Hugo si ritrova a rincorrere un cavolfiore che viene sbattuto da due scimpanzé che giocano a pallacanestro (il canestro è un alveare di api, immaginate per il piccolo Hugo…).
Interessante è la sequenza di Jorma e i compagni di scuola, i quali gettandosi nel fiume assieme al loro nuovo amico Hugo, sott’acqua vivono le più straordinarie avventure: pesci che diventano sfere e poi ancora stelle colorate; fiori e biglie di vetro a spicchi cromatici; motivi a girotondo di giochi e, tutti in groppa a Hugo, li troviamo intenti a prendere gustosi lecca-lecca e caramelle d’ogni tipo e colore; bolle di sapone che si trasformano in ciambelle colorate e aerovolanti sottomarini su cui spiccare assieme il volo; fino alle bollicine trasparenti che si trasformano nelle ruote di un go-cart… oppure in un simpatico disco volante per volare tutti insieme in allegria…

Altra sequenza degna di nota è quando, invece, Aban Khan col Mago di corte, alla fattoria della famiglia di Jorma si occupa della cattura di Hugo, situazione per la quale la creatività di Gemés offre un ulteriore colpo di fantasia: un gigantesco annaffiatoio alato con tanto di occhi, che compare in alto nel cielo notturno, capace di far germogliare in un batter d’occhio alberi da frutta e verdura a volontà tanto da attirare l’attenzione del piccolo Hugo al fine di catturarlo. Ma ecco che l’autore ungherese trasforma nuovamente la realtà in fantasia: gli odori e i profumi appaiono come sagome psichedeliche che si mutano, a propria volta, in nebulose colorate le quali formano uno chef che porta una succulenta torta fino a condurre l’ingenuo Hugo fra giganteschi cavoli e agrumi per sedurlo; Aban Khan segue la scena assieme al padre del bambino, mentre Jorma corre a salvare il piccolo ippopotamo, quando enormi pannocchie di granturco si trasformano a loro volta in giganteschi cannoni cingolati: la battaglia è pura fantasia di variegate forme e colori; fave che sparano fagioli e rape a forma di samurai mentre la mela rossa simile a un gigantesco moschettiere armato di spada combatte contro il bambino armato di falce che tenta di salvare il suo inseparabile Hugo; nelle sequenze in cui Jorma combatte contro la grande mela rossa, alcuni critici dell’epoca vi intravidero nientemeno che la personificazione del Totalitarismo dei paesi dell’est; ma se ciò fosse stato vero, Jorma non lo avrebbe certo combattuto usando come arma una falce…

Situazione la quale, attraverso una pirotecnica fantasia, viene a propria volta a trasformarsi in un’enorme farfalla sulla quale i due amici riescono a fuggire oltre ai limiti del cosmo, dove i pianeti, satelliti e comete, dai più svariati e brillanti colori, sono nientemeno a forma di frutti tropicali; fino ad atterrare su di un’enorme pianeta deserto, quando la farfalla, lasciati i due, vola via, sopraggiungendo ad essa un’enorme astronave guidata dal Gran Visir, il quale, con la pistola alla mano punta diritto il piccolo ippopotamo: ovviamente Jorma si mette immediatamente davanti a Hugo per salvargli la vita, in un crescendo spettacolare secondo la miglior tradizione del cinema di animazione.
Altra parte di estremo interesse è la sequenza che precede i titoli di coda: dopo essere entrati nel fiume, l’ambiente si trasforma in un vero connubio fra arte africana e europea. La farfalla spaziale, diventa un modulo creativo per rivedere, all’interno delle sue ali, (attraverso la tecnica di mascherini e doppie impressioni) alcune fra le sequenze più significative del racconto; moduli ornamentali espressionisti con anitre e aironi stilizzati che si ripetono, animandosi, su variopinti tessuti africani che fanno da sfondo; fin quando, nelle ultimissime scene, Hugo lo ritroviamo, realistico, a giocare nel suo amato giardino, questa volta simbolico e stilizzato, fra alberi come girandole con, all’interno, foglie e motivi ornamentali; come a navigare fra biglie colorate con all’interno tribali totem e maschere africane, che diventano semplici palloni da gioco a Pon-Pon su cui giocano i bambini…

Il giardino di Hugo: il paradiso dei bimbi
Il piccolo Hugo ha raccolto così unanimemente la simpatia dei bambini che, dopo la scuola, sono loro stessi a cercarlo per dedicargli il loro tempo libero. Non potendolo ospitare in casa per via dei genitori, decidono insieme di costruirgli appositamente una casa, o meglio, un vero e proprio angolo di paradiso, tutto per lui… anzi, per tutti loro: una vera e propria oasi dove sono ammessi solo i bambini.
I bambini provvedono anche a dargli da mangiare, sottraendo ciascuno un po’ della loro merenda che, nella cartella, portano a scuola; lì, infatti, i ragazzi danno vita, complici le operazioni algebriche del maestro Bow-wow, alla raccolta di ciò che a fine lezione si rivelerà un gustoso banchetto per il loro piccolo amico: sandwich con prosciutto e burro, mango, fette di cocomero ed angurie, torte di mele e frutta a volontà… Cosicché viene loro l’idea che non basta provvedere a nutrirlo giornalmente al meglio, ma anche di costruire un giardino tutto per lui: accette che tagliano alberi; ruspe al lavoro per procedere alla striatura del terreno (e qui Gémes dovendo giustificare mezzi e lavori non idonei ai bambini ricorre nuovamente al simbolo: una ruspa a chiave girevole guidata da un piccolo omino meccanico); allietati da cavalli giocattolo con arti in legno che rallegrano l’ambiente quando gli amici di Jorda sistemano il terreno e aggiustano i soppalchi, con zucche dipinte poste ad ogni angolo, creando tubature dalle quali far scorrere l’acqua per irrogare i campi; ma ben presto l’ambiente è abitato: già fanno il nido diversi passeri, fra fiori e tulipani, quando i bambini issano un grosso spaventapasseri e pongono nastri e fiocchi per rendere al meglio quell’angolo di paradiso dedicato al piccolo Hugo, che ben presto diviene il rifugio spensierato e pomeridiano di tutti i suoi simpatici amici…

Il distacco della famiglia per la crescita nella società
Il distacco dalla famiglia è drastico e forzato; Re e Regina ippopotamo hanno tutte le premure sul loro piccolo Hugo; ma, per via dell’invidia umana del ministro Aban Khan, entrambi perdono anticipatamente la vita, lasciando “orfano” il loro cucciolo d’ippopotamo: inizialmente è solo Jorma (un bambino) a mostrargli tenerezza e affetto... ma ben presto Hugo si accorge che la società non è certo “rosa e fiori” come il nido famigliare gli aveva assicurato: i selvaggi animali della foresta lo scansano, mentre non meno selvaggia è la società umana, civilizzata da ipocrisia e pregiudizio da cui derivano per lui tante incomprensioni e ingiustizie: la severità della corte di giustizia che gli attribuisce colpe che non ha; il rancore dei contadini che ignorano la bontà e il candore del piccolo ippopotamo rosa; e tutta l’ipocrisia adulta la quale, cesellata nel proprio orgoglio, mette a fregio lo stesso orgoglio per proseguire imperterrita, perseverando nell’errore…
Sarà la sincerità dei bambini a non accettare come un dogma la menzogna degli adulti supportata dalla bontà del Sultano Majid, a ribaltare il giudizio errato di un mondo corrotto…

Hugo l’ippopotamo rosa: il «diverso» dalla massa
Innanzitutto la sua diversità ha in partenza una “colpa”: Hugo è un ippopotamo rosa mentre gli altri sono verdi. E poi non si trova bene coi suoi simili. La bontà d’animo del piccolo principino Hugo, è evidente a tutti, per questo gli animali selvaggi della foresta non lo vogliono.
Dopo aver perso i genitori e i suoi simili ippopotami a causa di Aban Khan, Hugo fa amicizia con Jorma e i suoi amici di scuola; «Povero Hugo, poiché lui giocava con i bambini, gli animali della foresta non lo amavano. Fortunatamente i bambini si prendevano cura di lui», spiega il narratore, mentre si vede la marcia dei babbuini che capitana pappagalli e civette, elefanti e rinoceronti, i quali – tutti – scherniscono, scansandolo, il piccolo e solitario ippopotamo rosa.
Hugo è rimasto solo, sì, ma questa volta sono i bambini a fargli il bagno, coccolarlo, dandogli da mangiare e “adottandolo” come loro mascotte.
Fino al punto che i bambini, dopo la scuola, decidono tutti insieme di costruire un bel giardino per il piccolo Hugo, «un bel giardino proprio davanti al mar…» come dice la canzone, mentre i bimbi, con a capo Jorma, costruiscono, abbelliscono con nastri, dipingono zucche con tanti forellini per irradiare i campi e montano un simpatico spaventapasseri dalle fattezze del maestro Bow-wow; e il piccolo Hugo si ritaglia un angolo tutto suo tuffandosi in una grande tinozza e mettendosi un tulipano in testa fra la gioia festante di tutti i bimbi…
E’ l’adulto, il maestro Bow-wow, che spezza l’"incanto infantile” seguendo i bambini – sempre più disattenti ai nozionismi scolastici a dispetto della sincera amicizia instaurata col piccolo ippopotamo che molto più loro insegna alla vita – avvertendo i genitori (e divertente è il telefono, uno di quei modelli antichi a ‘cornetta’, agganciato ad un fusto d’albero) e dicendo loro che Hugo è estremamente nocivo all’educazione dei loro figli; genitori i quali, insieme, bianchi e neri, distruggono in un batter baleno con accette e sassi appiccando il fuoco su quell’oasi di pace costruita dai bimbi per giocare col loro piccolo amico ippopotamo.
Il piccolo Hugo si ritrova solo, al punto che viene perfino etichettato come «il ladro di Dar es Salaam» mangiando, per innocente gioco, i frutti dei campi della nota cittadina della Tanzania, fino anche a rovinare le piantagioni di cavoli e granturco della fattoria del papà di Jorma. La voce dell’ippopotamo «ladro di Dar es Salaam» giunge sino all’orecchie del Gran Visir Aban Khan, il quale si presenta a casa del padre di Jorma per tendere una trappola al piccolo ippopotamo di cui è alla disperata ricerca; ma ovviamente, gli “adulti” non credono mai ai “bambini” e sarà sul finale che il piccolo Jorma riuscirà ad aiutare il suo altrettanto piccolo amico Hugo…

Hugo the Hippo: un film per adulti-bambini e per bambini-adulti
Come si è intuito, l’arte di Gémes è sempre doppiamente direzionale: grandi verità espresse in disegni semplici, dove la graffiante caricatura è sempre sinonimo della caratterizzazione accentuata degli scompartimenti umani che compongono la società.
Al grafismo di Gusztáv e de La famiglia Mezil (in originale, Mézga család), personaggi e serie televisive di successo a cui lavorò l’artista magiaro, corrisponde un disegno nell’insieme realistico ma accentuato nelle espressioni di tutte quelle caratteristiche emozionali le quali, con una punta di sadismo grafico, dall’animo passano a scolpire, accentuandoli, gli stessi lineamenti del volto.
Basti pensare alla descrizione che Gémes fece quando Hugo, chiuso in una gabbia, sfila fra le strade di Dar es Salaam con tutta la turba di popolo che sopravviene da ogni direzione: i volti sono sgraziati ma realistici; le espressioni di astio vengono esasperate dagli occhi all’infuori e smorfie contratte del volto tanto da deformarne la naturale espressione; neri e bianchi con relative stigmate di ciascuna appartenenza geografica si trovano inconsciamente ad interpretare i comportamenti umani a loro assegnati, ognuno nei limiti delle espressioni relative a ciascuna classe d’appartenenza sociale; bellissima la scena in cui, remando contro la marea di follia adulta, Jorma si fa strada, correndo in prospettiva fino a raggiungere il carro di trasporto dov’è imprigionato il piccolo Hugo per assicurargli aiuto e protezione, quando viene all’improvviso preso e ammonito dal suo stesso genitore.
Il mondo per Gèmes è strutturato a gerarchie: il Sultano buono dai valori cristiani, che crede nel perdono e nella fratellanza; il ministro a cui manca un solo grado per coronare le sue ambizioni di potere e ascesa; la giustizia del giudice, che pur riconoscendo la buona fede non giustifica i danni subiti; le espressioni dei contadini in cui c’è sempre corretta proporzione e giustezza sociale: loro non capiscono né gli interessa comprendere ma, nella loro veemenza, sono veri e propri agitatori popolari.
Espressioni di grandi verità cristiane, livellate da altrettanta intellettuale democrazia marxista: non a caso ad optare per i valori di fratellanza è lo stesso Sovrano buono Majid, mentre ad incarnare la voce dello stato è l’autorità dell’impassibile giudice Swahili, il quale, nonostante gli sia stato indirettamente suggerito il perdono dal cuore “nobile” del Sultano, preferisce non scostarsi dal suo ruolo “borghese” di amministratore della giustizia: il suo comportamento non fa una piega, né verso Majid né verso il suo antagonista Aban Khan; il giudice comprende mantenendo comunque toni distanti e compassati, mostrandosi imparziale (anche riguardo chi, come il Sultano, è sopra lui ma che, in ottemperanza alla legge, si comporta come un comune cittadino); anche quando pronuncia la condanna dà formalmente ragione ad Aban Khan ma sottostantemente riconosce la verità illustrata dal Sultano Majid e dal bambino Jorma, in una intelligente sentenza che mostra piena e autonoma libertà decisionale; interessante notare che i bambini, poveri e ricchi come anche lo stesso principe Hugo, non recano nei comportamenti alcuna stigmate di classe, ma sono sinceramente mossi dal loro animo…

Hugo e i bambini: il trionfo del bene sul male
Dopo la battaglia planetaria, tornati in Tanzania col piccolo ippopotamo catturato e imprigionato nella gabbia che fa da bella mostra al Ministro Aban Khan che precede la marcia trionfante fra le strade di Zanzibar, gli adulti esultano alla cattura, mentre i bambini accorrono promettendo aiuto al loro ingenuo, piccolo amico Hugo; interessante nel corteo di Dar es Salam, un primo piano di una terrazza in legno dalla quale si intravede un uomo che guarda le immagini «vere» nella TV «disegnata», con l’inquadratura cinematografica che, allontanandosi, scopre l’intera marcia del corteo che conduce l’ippopotamo alla corte suprema. Hugo è vittima della sua ingenuità, come di continui complotti pregiudizievoli del mondo degli adulti: l’invidia del maestro Bow-wow solo perché i suoi alunni preferiscono crescere nell’amicizia con Hugo rispetto alle sue lezioni scolastiche; invidia e incomprensione a seguito delle quali gli “adulti”, senza le pur minime verifiche, distruggono l’oasi costruita dai “bambini” tanto che l’ingenuità di Hugo, rimasto isolato, lo porterà a giocare nelle “proprietà private”, mangiando la verdura nei campi e conquistandosi l’immeritato appellativo di «ladro di Dar es Salaam»; l’invidia del Primo Ministro Aban Khan verso lo stesso Sultano Majid il quale, con la sua idea degli ippopotami, si era conquistato la simpatia e l’affetto del popolo di Zanzibar; come anche il giudice Swahili che, per l’occasione, ha per Pubblico Ministero lo stesso Aban Khan, contro il piccolo e innocente imputato Hugo, accusandolo di gravi e irreversibili crimini «sociali»: un piccolo ippopotamo solo contro l’ipocrisia degli adulti che lo accusano, con in testa il Gran Visir, di «distruzione e sovvertimento alle leggi dello Stato», chiedendo come massimo della pena la condanna a morte; chiesta anche unanimemente a furor di popolo (adulto), mentre l’unica voce fuori dal coro è quella di un bimbo: Jorma, il quale riesce a portare come testimone d’eccezione nientemeno che il magnifico Sultano di Zanzibar Majid, in difesa del piccolo Hugo; Sovrano dal cuore nobile dentro e fuori, il quale, rimettendosi comunque con umiltà e rispetto alle decisioni della corte, nella propria arringa difensiva spiega: «…Questo piccolo ippopotamo che avete davanti a voi è il solo sopravvissuto di una brutale e insensata carneficina guidata da colui che adesso chiede la morte di Hugo.
Hugo sarebbe già morto se non fosse stato per Jorma e i suoi amici. Loro lo amavano, e hanno avuto cura di lui e impiantarono anche una fattoria per nutrirlo e furono solo questi bambini che riconobbero a Hugo il suo diritto alla vita.
Se voi avete bisogno di giustificare la carneficina degli ippopotami; se ritenete un vostro diritto come esseri umani uccidere chiunque vi dia fastidio, allora condannatelo pure a morte. Ma ricordate le mie parole: se non riusciremo a riconoscere in ogni essere umano un nostro fratello; se non riusciremo ad amare il nostro prossimo come hanno fatto Jorma e i suoi amici, noi saremo condannati. Il destino di Hugo l’ippopotamo è il nostro destino. Io chiedo che ci sia Giustizia per tutti gli esseri viventi».
Ed il saggio Sultano va via accompagnato dal suo inseparabile ghepardo Nimara sperando nella clemenza e nell’onestà della Corte.
Il giudice Swahili dichiara comunque il piccolo Hugo colpevole delle accuse ascrittegli, con apparente soddisfazione di Aban Khan, riconoscendo i danni fatti ai campi, fattorie e appezzamenti terrieri devastati di innocenti contadini ma, con sentenza salomonica, comanda ai piccoli amici del piccolo ippopotamo l’immediato ripristino dei raccolti, nonché ordina «ai bambini di nutrire e giocare con Hugo ogni giorno dell’anno».
Grandi Evviva e Urrà. Anche il papà di Jorma è orgoglioso di lui.
La verità cancella ogni menzogna.
Cosicché tutti i bimbi preceduti da Hugo, corrono festosi fra le vivaci strade della Tanzania festeggiati dal popolo, quando, a conclusione, la voce narrante spiega: «A Dar es Salaam ancora raccontano la storia degli ippopotami che salvarono Zanzibar dagli squali. Forse non vi diranno come morirono quei dodici poveri ippopotami, ma sicuramente vi diranno che uno di essi è ancora vivo, coccolato e nutrito da tutti i bambini della regione: ebbene, quell’ippopotamo è Hugo Hippo, che è l’abbreviativo di ippopotamo. “Ippopotamo”, per chi non lo sapesse, vuol dire “cavallo del fiume”…».
E tuffandosi nel fiume i bambini assieme a Hugo, i cui volti dapprima visti dall’alto, simili a fiori, girano tutt’intorno in un musical a carosello di giochi: bambini di ogni credo e colore… in un collage a caleidoscopio fino ad incontrare maschere tribali e animali fantastici con le più originali e strane figure animate… nel più straordinario universo di amicizia e di pace.

Pro e contro Hugo the Hippo
«Throughout cinematic history, there have been a large number of failures in movie-making as there have been a large number of successes, though it's probably safe to say that the number of the former is higher. […] But there are a few examples of failures that occurred because of one root cause, happing so early in the game that there was no possible way the movie could ever find a way to lift itself up and succeed. For instance, take the fate of RKO studios. Any Hollywood historian will tell you that the reason the studio came to a painful end was because Howard Hughes bought it in 1948; four years later, the studio had only a quarter of the employees it had before Hughes started running things. But a one root cause isn't just limited to studios, but can also be seen in the movies the studios put out. We've all seen movies that would have worked well had it not been for a miscast actor... a strident musical score... incompetent direction... or even a botched special effect, if said effect is really important to the plot. In the case of Hugo the Hippo, however, the blame for its failure did not necessarily come from a lack of talent or ability in any field. Who knows, the people who made it may very well have come up with a passable movie had it not been for one thing that got in their way early in the game...».
Abbiamo poc’anzi letto che lo studioso americano, pur riconoscendone «talent or ability», attribuisce a Gémes e i suoi, in partenza, «the blame», vale a dire una «colpa».
Ma egli, pregiudiziosamente parte da un presupposto errato quando scrive, «the blame for its failure»: in realtà non ci sono «guasti» se non quello di essere analizzato attraverso errate competenze.
Ma, ovviamente, anziché intuire che la verità sta in se stesso prova a fare altre ipotesi. Vediamole:
«Drugs. That's the first and most likely theory to explain the craziness that you see before your eyes in Hugo the Hippo. Sure, you can point out that the movie was made in Hungary, while the Iron Curtain was up and still holding firm. But you have to remember that the Hungarians were more vocal about the oppressive rule, such as with the revolution they instigated in 1956. Many of the protesters were students. Students in the U.S. a decade later protested their own government, and we all know they were on drugs. Therefore, a drug culture must have existed in Hungary at one time. Now, I will admit there are other possibilities that may explain the bizarreness. There is always the possibility that the movie was made through a Hungarian viewpoint, and that you'd have to use such a viewpoint to appreciate it».
Il critico americano fa due ipotesi per spiegare tali «craziness» che sembra proporre più come certezze: la prima è che si sia fatto uso di droghe allucinogene le quali sarebbero alla base di tante assurdità: «Drugs. That's the first and most likely theory to explain the craziness that you see before your eyes in Hugo the Hippo». Ha scritto. Al contrario, Hugo the Hippo è un film con un’originalità senza eguali, nel quale, alla lentissima sceneggiatura si alterna, controbilanciandosi, una storia il cui prosieguo non è immaginabile dallo spettatore: un film per bambini da un lato, per “addetti ai lavori” ed esperti del linguaggio dell’animazione dall’altro (v. i capitoli: L’eroe in funzione della fiaba: il ribaltamento dei canoni; Happy Hugo!: l’Astratto nel Figurativo; Hugo the Hippo: un film per adulti-bambini e per bambini-adulti).
«Drugs»?…» ciò vorrebbe dire che al Pannonia Filmstudio gli allucinogeni avrebbero dovuto usarli non solo gli animatori, ma anche l’autore della storia, lo sceneggiatore, il compositore e il paroliere delle musiche, i cantanti, nonché, primo fra tutti, il regista… Un po’ troppi, ci sembra…
Ho già spiegato nei miei articoli su Hugo the Hippo che alla base c’è, al contrario, innato talento ed enorme competenza, mentre l’ipotesi “droga” viene ad essere unicamente a fregio dei limiti di comprensione altrui.
D’altronde l’ipotesi “droga” a errato supporto di molti film d’animazione non è certo una novità: sono note le analoghe “teorie” riguardo soprattutto Dumbo e Alice nel paese delle meraviglie di Disney, per i quali gli animatori li avrebbero realizzati sotto l’effetto di droghe allucinogene, quali acidi e LSD. Ciò anche per cercare di rivelare particolari segreti e scandalistici su Walt Disney riguardo la sua immagine «perbenista» e i suoi cartoons per «famiglie». Patetiche chiacchiere scandalistiche, ovviamente condite da falso moralismo, incompetenza al linguaggio del cinema disegnato e populistiche leggende metropolitane.
Come spiegato, alla base non vi sono né «failure» né «drugs», in quanto Hugo the Hippo può essere “amato” immediatamente dal mondo dell’infanzia e, con occhio adulto, analizzato correttamente soltanto da chi ha conoscenze specialistiche relative al linguaggio del cinema di animazione.
Ma verso la fine, col semplice ragionamento, lo studioso americano viene a formulare altre possibilità che possono spiegare tali «bizarreness»: «…that the movie was made through a Hungarian viewpoint, and that you'd have to use such a viewpoint to appreciate it».
Ne fa quindi, la possibilità di un fattore di diversità “culturale” e non di responsabilità relative a “droghe” indotte.
Il punto, però, non sta nella differenza culturale fra l’America e l’Ungheria, bensì nella differenza di linguaggio ed analisi fra il cinema dal vero e il cinema disegnato. Ecco perché se il critico americano avesse, come dovrebbe averle nel cinema, altrettante ortodosse competenze nell’animazione… «that you'd have to use such a viewpoint to appreciate it».
Poi prosegue rincarando la “dose” su Marie e Jimmy Osmond: «But drugs or no drugs... my God! How can I describe this living oxymoron, that being a real hallucination? Where to start? How about with the Marie Osmond-sung opening song […] Drugs, no doubt about it. In Ms. Osmond's case, given her background, it had to be peyote […] And Jimmy Osmond also takes peyote, judged by the following song he sings». Certo… non solo gli ungheresi ma anche gli americani… chissà, forse portavano, anziché di chiodi di garofano, casse cariche di peyote e funghi allucinogeni direttamente negli studi di registrazione…
Poi parla dell’«art style» di Hugo the Hippo, trovando numerosi riferimenti stilistici, giusti più che altro in apparenza, col film Yellow Submarine:
«In the case of Hugo the Hippo, it resembles what Yellow Submarine inspired. What am I talking about? Well, go to any used book store, and dig up some books printed in the 1970s, specifically books that have cover art that was inspired by Yellow Submarine. I think now you know what I'm talking about: People and objects (often in front of a completely white background) drawn as being made up of dozens of murky-colored curvy "blobs", each blob having a thin black line around it that was drawn seemingly with a shaky hand. It's not unusual if some of these multi-shaped "blobs" aren't even colored in. Seen today, such artwork has a curiously depressing feeling to it - like it was drawn by someone coming out of a bad "trip"».
Specie per l’ultima frase, visto oggi, tale stile grafico risulta senz’altro datato come è altrettanto oggi datata la cultura Hippy dei “figli dei fiori”: non si tratta quindi di una “moda” senza tempo, ma, come spiegato, si è optato per scelte stilistiche che volutamente si rifacevano allo stile di quegli anni della Pop Art con richiami ornamentali tendenti al retrò e al liberty.
E, «While it could be argued that this particular style of psychedelic art could make for some good drawings or paintings, this extreme style is completely wrong for an animated movie». Questo stile, invece, non è affatto contrario per un film animato, se si viene a conoscenza del dato di fatto che l’animazione classica è solo una minuscola branca delle possibilità espressive del cinema disegnato.
L’articolo prosegue con una serie di “spiegazioni” – non solo fra le più elementari e giuste soltanto in teoria – riguardo la tecnica di animazione tradizionale; già, “tradizionale”; ma ci sono – specialisticamente – tantissime varietà di stili e variazioni facenti parte del complesso linguaggio dell’animazione supportati da conoscenze che i più ignorano. Come se, nelle arti visive, si prendesse in considerazione solamente la pittura figurativa, paragonando ad essa l’espressionismo, il cubismo, e l’astrattismo in genere. Generi meno conosciuti alla massa ma altrettanto se non più validi agli esperti del settore.
Poi prosegue intravedendoci possibili “danni” per i piccoli spettatori:
«By now you should have an idea that Hugo the Hippo goes far beyond being a misguided (in more than one way) animated movie; it is seriously warped». Come spiegato, non c’è errore nella struttura del film né è «warped», il problema sta nella maniera in cui lo si interpreta: chi lo vede con occhio formale, chi con occhio spirituale.
«I am pretty sure some children will be disturbed by the art and animation alone, not only failing to resemble any style they've seen before, but how its jumble of blobs and faded colors is enough to even make adults shift uncomfortably around in their seats».
Anche noi intenditori siamo altrettanto certi che i bambini non potranno realmente rimanere disturbati dall’arte e dall’immaginazione di Gémes, in quanto, approdando ad un alto tipo d’espressione artistica rispetto all’animazione commerciale, potranno invece crescere nell’Arte del cinema disegnato anche perché il «jumble of blobs and faded colors» è chiaramente innocente e del tutto inoffensivo.
«Then of course there are touches in the story that will seriously traumatize the kids, not being just limited to man-eating sharks and genocide. The parents of the children who appear later in the movie are portrayed as cruel and thoughtless monsters who burn and pillage their children's fancy vegetable garden they planted for Hugo's food supply, and later gather in a mob with pitchforks and other farm tools crying out for the law to put Hugo to death. Such sights may not terribly disturb adult viewers, but on the other hand they will be utterly perplexed by a number of hallucination-like sights that their kids will more readily accept. We see a freeway at the bottom of the ocean, with starfish and other marine life being the speedy traffic. The magician sleeps in a rolled-up carpet floating in midair. The bottom of the river where the hippos live contains a hippo amusement park (complete with Ferris wheels and bumper cars) covered with frosting and candy. An absent-minded guy unknowingly sticks his fork in a toaster, and doesn't feel his subsequent electrocution. The magician sets a trap for Hugo that involves giant corn on the cob tanks and living asparagus soldiers with swords. Hugo and the human boy he's befriended escape this trap by jumping on a giant butterfly, who flies up into space and to a vegetable solar system».
Possono «seriously traumatize the kids» da un gruppetto di squali disegnati e non da ciò che costantemente vedono nella vita quotidiana? Ma vogliamo scherzare?… E allora la Strega di Biancaneve di Disney dove la mettiamo?
E i genitori dei bambini che più successivamente nel film sono ritratti dal critico come «cruel and thoughtless monsters» sono invece solo l’espressione esasperata della fisionomica che ritrae rozzi ed egoisti agricoltori. Nessuno spettatore bambino li confonderebbe mai con l’affetto dei propri cari; basta che ciascuno s’immedesimi, ad esempio, nel solo protagonista Jorma: suo padre è un padre normale come tanti altri…
Anche quando gli adulti bruciano e saccheggiano l'orto, cos’è che dovrebbe tanto impaurire: il… fuoco?
O la cattiveria dei genitori? Il piccolo spettatore sa per certo che né il proprio padre né i genitori dei suoi amici si comporterebbero mai in tal modo, ed il problema nella realtà non sussiste in partenza…
Se ciò non può avvenire negli adulti, bisogna anche specificare che non può altrettanto avvenire nei bambini quel «terribly disturb» – come il critico sostiene – quando la legge cerca di mettere a morte Hugo: lui in realtà si trova soltanto nell’aula della corte, e per quanto la gente inciti alla condanna, nessun’immagine realmente fastidiosa viene a supportare la narrazione.
Riguardo le sequenze oniriche, per le quali lo studioso rimane «utterly perplexed by a number of hallucination-like sights that their kids will more readily accept», può star tranquillo: esse esprimono non altro che serenità e allegra e colorata fratellanza.
«To be fair, not everything in Hugo The Hippo is deranged or absolutely incomprehensible. While the rest of the songs in the movie (including those two previously mentioned) are hopelessly bad…». Per essere veramente «fair», egli dovrebbe dirla tutta: applicando moduli analitici assolutamente non idonei al complesso linguaggio del cinema di animazione, meglio avrebbe fatto in anticipo a dichiarare apertamente quali sono le sue competenze specifiche.
Riguardo poi il fatto che, «While the animation and music are bad enough, what may be the worst thing about the movie is that it has no heart. The tone is constantly harsh and cynical, with little trace of any of the positive attributes found in humanity. It's even hard to warm up to Hugo himself».

Non c’è reale durezza e cinismo, in quanto lo stile spoglio e i colori tenui rendono quantomai impossibile la vera mimesi fra spettatori e spettacolo. Anziché optare per i consueti modelli “zuccherosi” e antropomorfi dell’animazione disneyana, l’altrettanto modello è sostituito, in medesima valenza, dal candore sia iconografico sia dell’ingenuità di carattere del piccolo ippopotamo Hugo.
«While the title suggests he takes center stage in everything, the movie seems determined not to develop him as a character. After a quick glimpse of him in the beginning, he's not seen again for about half an hour. In just about all of his subsequent appearances from that point on, he comes across as a boulder with legs, showing no real personality. The movie seems more interested in people's reactions to him, not his reactions to what happens around him. If there's one thing good about this boring hippo, it is that it gives the viewer a dull but firm anchor for his sanity to latch onto while watching the movie».
Come ho già spiegato – anche a correzione di errori e di elementari quanto erronee interpretazioni – nel secondo paragrafo, L’eroe in funzione della fiaba: il ribaltamento dei canoni. E non aggiungo altro a rispetto del critico in questione.
Passiamo a un’altra «perla»: Lo scrittore, critico cinematografico e attore statunitense Phil Hall, sul magazine Film Threat ha pubblicato online un interessantissimo articolo dal titolo The Bootleg Files: "Hugo the Hippo" (5). Esaminiamone alcune parti:
«Hugo the Hippo is among the strangest films ever created. The film (which was made in Hungary and imported to the US via 20th Century Fox) makes absolutely no sense and frequently lapses into such reckless incoherence that it becomes impossible not to stare at its madness with your jaw on your lap».
Da un lato ciò è veritiero; ma dall’altro, c’è da chiedersi: come non lasciarsi, invece, trasportare da questa fantasmagorica follia?
In realtà, il motivo per il quale Hugo the Hippo, «makes absolutely no sense and frequently lapses into such reckless incoherence» è dovuto al fatto che il film è strutturato non seguendo la consueta logica del linguaggio del lungometraggio di animazione: come ho spiegato, la sceneggiatura è lenta e diluita in tempi cinematografici assai lunghi; qui è la storia in termini di racconto a sviluppare la trama e a far emergere il piccolo protagonista, e non viceversa, come di consueto accade nei film a cartoni animati.
«It is also a surprisingly offensive movie on many levels, […] and it is impossible in retrospect to conceive how the MPAA could've sent this into American theaters with a G rating […] Narrator Burl Ives thoughtfully informs us how Zanzibar is a "lazy" and "sleepy" place – and if you're starting to feel a bit queasy with possibly racist content, you're not being overly sensitive. […] The Zanzibar laborers are given voices which make them sound like the Fat Albert and the Cosby Kids, but before you can say "Jello Pudding" their work is disrupted by a school of sharks wearing biker regalia. The sharks are in a hungry mood and for several minutes the film consists of black men running on the water while being pursued by sharks wearing leather caps and heavy metal chain necklaces. One laborer winds up in a fruit bowl with an apple in his mouth».
Be’ se questo popolo di Zanzibar viene descritto «"lazy" and "sleepy"», non ci sembra vi sia nulla di così “razzista” rispetto a come il Sultano Majid tratti il suo ministro dell’economia “bianco” soprattutto quando, con tono sprezzante e dittatoriale, gli dice: «Se lo ridici un’altra volta ti rispedisco al tuo paese dove facevi la fame!» (evidentemente i “soldi” non sono, come spesso si crede, soltanto priorità del mondo bianco…).
Per non parlare dell’eloquenza delle immagini: il giardino di Hugo viene realizzato velocemente e bene, perfino da bambini: neri e bianchi.

«In the midst of the madness comes Zanzibar's minister of finance, the evil Aban Khan. He is given a voice by Paul Lynde, who plays the role as if he was being annoyed by a dumb contestant on "Hollywood Squares". When viewing the shark attack, he demands to know: "In the name of Allah, what are you doing?" Hearing Paul Lynde wrap his sing-songy mincing voice around the word "Allah" is both hilarious and vaguely blasphemous». Interessanti i paralleli quali Hollywood Squares ma vederci sottintesi di offese religiose nella pronuncia del nome “Allah” evidenziandole come «hilarious and vaguely blasphemous» mi pare un po’ esagerato… Se ci si pensa, il Ministro Aban Khan interpreta un cartone animato, non si trova certo a pregare in Moschea…!
«Little Hugo finds himself on the run, without shelter or friends. The local jungle animals are oddly hostile and prevent him from accessing food; at one point, two nasty apes pick up a cabbage and use it to play basketball (to the Harlem Globetrotters' theme song "Sweet Georgia Brown" - think about that for a minute)».
Appunto, interessanti sono i riferimenti con le serie americane dei primi anni ’70: quelle di The Harlem Globetrotters (1970) di Hanna & Barbera ma animata nei paesi dell’Est; e soprattutto The Jackson Five (1971-73), la serie per l’ABC-TV firmata dal grande John Halas assieme a Joy Batchelor. Halas, americanizzato per certi aspetti, era infatti di Budapest, capitale dell’Ungheria, e non a caso molti possono essere i riferimenti stilistici con la Pannónia Film.
Non meno severo è con le parti cantate: «If that's not crazy enough, there's the pop music soundtrack featuring Marie Osmond and her kid brother Jimmy Osmond. Marie barely pays attention to the songs, which sound flat and detached (she's not a little bit country, just a little bit bored). But screechy little Jimmy somehow thinks he's Ethel Merman and belts out such lyrics as this hippo description: "He walks like an elephant, / He swims like a whale. / His head's like a pail, it's pathetic, / Oh, plainly his tail's unaesthetic." Burl Ives gets to sing a happy tune about Hugo's near-starvation, exclaiming how he's so famished that could "eat the ox in oxygen"».
E conclude scrivendo: «This is such a weird movie. It is too deranged to be horrible, but too peculiar to embrace. It is too nasty for little kids, not campy enough for adults, and so off-base with its racial attitudes that it makes it impossible to imagine a call for its return.
But, somewhere in cyberspace there is www.hugothehippo.com, a web site for rallying the faithful to sign a e-mail petition to demand the film's restoration and re-release. The movement seems a bit on the anemic side at this stage, for 20th Century Fox has not announced any plans to bring back "Hugo the Hippo." The film is obviously not an easy one to market, given its problematic contents and obscurity, and it is not hard to imagine there is also the problem of clearing the music rights to the soundtrack ditties».

Hugo the Hippo, ambasciatore dei bambini di tutto il mondo
Ci teniamo quindi a ribadire che, per l’esperto del linguaggio del cinema disegnato, il modo di ‘leggere’ con discernimento il suddetto film, è esattamente all’opposto: senza giungere a pesanti intenti moralistici ma lasciando trasparire, in conformità alla delicatezza stilistica espressa nei delinei sottili e nei colori pastello, discorsi da sempre validi – e oggi come non mai – di enorme attualità, quali:
la globalizzazione; la tolleranza; gli interessi economici; l’arricchimento dei ricchi e l’impoverimento dei poveri; il consumismo; lo sfruttamento dei più deboli; la diversità e l’uguaglianza; l’urbanizzazione; la pace tra i popoli; la lotta tra il bene e il male; la fratellanza; il rispetto della natura; il lavoro dell’uomo e il progresso; la minaccia del capitalismo d’occidente; il rispetto per gli altri; l’amicizia tra i bambini e gli animali.
Anche Gibba, Pioniere del Cartone Animato Italiano ha supportato la mia tesi sul film di Gémes, scrivendomi: «Caro Mario, ho visto finalmente HUGO THE HIPPO e il mio giudizio collima con il tuo. Un film assai interessante per l'originalità della storia soprattutto e poi per la conduzione del racconto coerente al gusto delle illustrazioni "primo novecento"... ci vedo un poco il RUBINO (6) degli anni '40... Qua e là scade in qualche ripetitività con espressa tendenza al vaudeville ma in sostanza resta un lavoro interessantissimo. / Gibba».
Come spiegato, noi intenditori del linguaggio del cinema di animazione, siamo invece per Hugo the Hippo. Un film per adulti rimasti nel cuore per sempre bambini. Un classico dell’infanzia nella cinematografia animata paragonabile in letteratura all’innocenza de Il piccolo principe di Saint Exupery.
Grazie József Gémes!
Viva Hugo the Hippo, il film che ha fatto sorridere e fare amicizia ai bambini di tutto il mondo!
Mario Verger – Regista di Film d’Animazione
Mario Verger – Director of Animation Film
Note:
(5)
Phil Hall, «The Bootleg Files: "Hugo the Hippo"», in Filmthreat.com, February 11, 2005. Retrieved November 9, 2006.
Hugo the Hippo
Credits
HUGO THE HIPPO © 1975 Brut Productions, Pannónia Filmstúdió, and Twentieth Century-Fox Film Corporation

Original title American version: Hugo the Hippo/Hungarian version: Hugó, a víziló
Directed by Bill Feigenbaum – József Gémes
Animation direction by József Gémes
Production Design by Graham Percy
Cinematography by István Hansági – Irén Henrik – Mária Neményi
Produced by Robert Halmi Jr.
Written by Thomas Baum – William Feigenbaum – József Szalóky
Starring Burl Ives – Robert Morley – Paul Lynde – Jesse Emmett – Ronnie Cox
Music by Burt Keyes – Robert Larimer
Editing by Sid Cooper – Magda Hap – Mária Kern
Distributed by Twentieth Century Fox
Release 1973
Running time 86 min./USA 75 min.
Country Hungary/United States
Language English/Hungarian/French/Spanish/Italian
Hugo l’ippopotamo – Versione italiana
Titoli di testa:
Una produzione
George Barrie – Bruts Productions
Hugo l’ippopotamo
Con la partecipazione dei
4+4 di Nora Orlandi
Narratore
Sandro Tuminelli
La voce del Sultano
Giorgio Gusso
La voce di Aban Khan
Paolo Lombardi
Direttore del doppiaggio e per l’edizione musicale
Sandro Tuminelli
Assistente di doppiaggio
Rosy Rocchi
Edizione italiana a cura di
Claudio Razzi
Musica di
Robert Larimer
Parole di
Sandro Tuminelli e Cino Tortorella
Musica diretta da
Bert Keyes
Animazioni
Jozsef Gemes
Disegnatore
Graham Percy
Registrazioni sonore eseguite da
Doppiaggio Internazionale
con la partecipazione della S.A.S.
Storia di
Bill Feigenbaum
Sceneggiatura di
Thomas Baum
Produttore esecutivo
George Barrie
Prodotto da
Robert Halm
Regia di
Bill Feigenbaum
Titoli di coda:
Animazioni e Riprese
HungaroFilm – Pannonia Filmstudio
Le voci:
Il Sultano Giorgio Gusso
Aban Khan Paolo Lombardi
Padre di Jorma Germano Longo
Jorma Riccardo Rossi
Narratore Sandro Tuminelli
Il Mago Sandro Pellegrini
Il giudice Fausto Tommei
Altre voci (in ordine alfabetico):
Paola Baggi
Fabio Boccanera
Laura Boccanera
Carlo Buratti
Alfredo Censi
Pierangelo Civera
Roberto Del Giudice
Sergio Di Stefano
Giuseppe Fortis
Maresa Gallo
Leo Gavero
Marco Guadagno
Leo Gullotta
Anna Leopardi
Marcello Mando
Silvio Noto
Franco Odoardi
Sergio Patugghi
Giulio Platone
Carlo Sabatini
Carlo Valli
Le canzoni:
«Il segreto», «Un giardino mio», «Un bel focolare», sono state cantate da Suan
«Hugo l’ippopotamo», «Il signor Bow-wow», «Ovunque tu vai», sono state cantate dal complesso vocale I nostri figli
«Mi è scappata una gran fame», «Io non so», sono state cantate da Sandro Tuminelli
«Canta ancora un po’», «Zig-zag», «La cuccagna», sono state cantate dai 4+4 di Nora Orland
Animatori
Kati Banki
Zsuzsa Eser
Flreng Hernadi
Ivan Jenkovszky
Miklos Kaim
Szabolgs Szabo
Edit Szalai
Andras Szememyei
Gsara Szorady
Sarolta Toth
Montaggio effettuato dalla
Anilive Film Service
Montaggio
Sid Cooper e Magda Hap
Assistente al montaggio
Andrew Mathaias
Supervisore al montaggio
Robert Lawrence
Effetti sonori
Pat Somerset e Bob Biggart
Musica elettronica
Lrig Knight
Link e collegamenti esterni:
Sito dedicato a Hugo the Hippo
Hugo the Hippo su Wikipedia
Sito della Pannónia Filmstúdió



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http://it.youtube.com/watch?v=3K02L_2oL6U