La dignidad de los nadies

La dignidad de los nadies
(titolo italiano: La dignità degli ultimi, Argentina-Brasile, 2005)
di Fernando E. Solanas

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Rigoroso nella ricerca, approfondito nell’alternare interventi dei protagonisti della resistenza (al potere corrotto, alla polizia mafiosa, a un sistema politico generale) alle immagini di cronaca che li riguardano.
Divisi per capitoli, ognuno dedicato a un tema e a una o piu persone, racconta le miserie di un popolo piegato dalla crisi economica e di un potere politico vessatorio nei confronti delle fasce di popolazione più povere.
Ma il film racconta anche di un popolo combattivo, di un popolo che non molla e che scende in piazza, manda a monte le aste che portano via le terre ai poveri a causa di prestiti a tassi da usura cantando l’inno nazionale (un inno che parla di libertà), che combatte per ottenere il diritto di gestire autonomamente le fabbriche i cui proprietari sono scappati e che organizza mense nei quartieri più poveri dove nelle pentole si riesce a mettere praticamente nulla (ma proprio nulla). E ci riesce.
Il popolo unito non sara mai vinto? In questo caso suona molto
vero.
Bello, fondamentale strumento di comprensione e opera importante.

(Roberto Rippa)
La dignidad de los nadies02

La dignidad de los nadies
(titolo italiano: La dignità degli ultimi, Argentina-Brasile, 2005)
Regia, fotografia e sceneggiatura: Fernando E. Solanas
Musiche: Gerardo Gandini
Montaggio: Juan Carlos Macias, Fernando E. Solanas
120’

Fernando E. Solanas, sito ufficiale

Trigon films 

Melancholian 3 huonetta

Melancholian 3 huonetta
di Pirjio Honkasalo

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Film-documento che mostra la guerra senza regole né pietà in atto in Cecenia. Il film si divide tra tre spazi («le tre stanze della malinconia» del titolo): nell’isola di Kronstadt, di fronte a San Pietroburgo, c’è un’accademia militare (voluta da Putin ma qualcuno se ne sorprende?) per orfani dove viene insegnato l’odio per il nemico ceceno, a Grozny i bambini, randagi come i cani, giocano tra le macerie e nel resto del Paese, intanto, Xhadizhat Gataeva fa da madre a 63 orfani, i cui genitori sono stati uccisi in gran parte dall’esercito russo.
È la storia di Aslan, undicenne abusato dai soldati russi, del ceceno Adam, la cui madre impazzita ha cercato di buttarlo dal nono piano, di Milana, che a dodici anni ha già abortito dopo uno stupro subito dai soldati russi e di tanti altri ancora.
Il racconto di una guerra di cui nessuno può dire di non essere vittima.
Melancholian 3 huonetta ha ottenuto a Venezia lo «Human Rights Film Network Award».

Nata a Helsinki nel 1947, Pirjo Honkasalo si diploma ventunenne alla scuola di cinema. Gira il suo primo documentario, Ikäluokka (1976), a 29 anni. È nota per i suoi documentari rigorosi e premiati (premio AFI della giuria a Los Angeles nonché premio della giuria dei giovani a Locarno per Tulennielijä (1998), premio come migliore documentario per Tanjuska ja seitsemän perkelettä (1993) ai premi Amanda in Norvegia, premio Joris Ivens nel 1996 per Atman).

(Roberto Rippa)

Il mio film e’ un ritratto di quello che noi esseri umani facciamo gli uni agli altri. E nasce dal mio sentimento di vergogna. Lo considero il mio contributo ai negoziati di pace in varie parti del mondo.
Quello che è successo in Ossezia credo sia opera di un terrorismo internazionale che però trova adesioni in una popolazione decisa a combattere fino all’ultima persona per l’indipendenza.
(...) La Cecenia da un lato è diventata un ottimo business per gli ufficiali che trafficano in armi e droga, dall’altro è la guerra privata di Putin, che sa reagire come gli è stato insegnato. Perché un uomo del KGB rimane tale anche se, come diciamo in Finlandia, lo friggete nel burro.

(Pirjio Honkasalo durante la conferenza stampa a Venezia 61, parlando della Strage di Beslan)

Melancholian 3 huonetta
(titolo internazionale: The 3 rooms of Melancholia, Finlandia, 2004)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Pirjio Honkasalo
Musiche originali: Sanna Salmenkallio
Fotografia: Pirjo Honkasalo
Montaggio: Nils Pagh Andersen, Pirjo Honkasalo
106'

Finnish Film Foundation

Giacomo l'idealista

Giacomo l'idealista
di Alberto Lattuada
(Omaggio a Alberto Lattuada. In collaborazione con la 20. Settimana della Critica)

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(foto dal set - Fert storica)

Un giovane professore caduto in miseria a causa del fallimento di un’azienda gestita
male dal padre, viene accolto presso alcuni nobili che gli offrono un lavoro. Nel castello dei signorotti vive anche la sua fidanzata che, essendo stata violentata dal figlio dei nobili, viene allontanata dalla madre del violentatore per mattere a tacere lo scandalo.
La ragazza poco dopo cerca di ritornare al paese per riunirsi al suo innamorato, ma sulla strada del ritorno la sorprende una bufera di neve. Giungerà priva di forze e morirà tra le braccia dell‘amato.

Fortunatamente non c’è solo The Fine Art of Love – Mine Ha Ha di John Irvin a ricordare a Venezia l’appena scomparso (luglio 2005) Alberto Lattuada (lì autore del soggetto, inedito, di un film che invece pare un omaggio a David Hamilton e al suo Bilitis del 1977, con le sue ninfette vestite prevalentemente di veli e riprese fuori fuoco) bensì anche questo suo, primo, film del 1943, tratto dall’omonimo romanzo(1887) di Emilio De Marchi e sceneggiato dal regista con Emilio Cecchi
e Aldo Buzzi. Questa prima opera del regista milanese mostra già il suo pensiero antiborghese e polemico nei confronti della chiesa, una regia colta e raffinata nonché un interesse per la psicologia femminile che sarà sempre visibile nella sua opera. L‘esistenza del film ha, in sé, del miracoloso: fu messo infatti insieme nonostante le difficoltà della guerra in corso, la censura fascista e la relativa inesperienza della troupe.
La carriera di Lattuada, fino a quel momento, includeva una prova da co-sceneggiatore e aiuto regista di Piccolo mondo antico (Soldati 1941), ed egli si rivolse infatti a molti suoi colleghi di quello stesso lungometraggio per Giacomo,
ivi inclusi lo sceneggiatore Emilio Cecchi, il produttore Carlo Ponti, l’operatore Carlo Nebiolo (promosso a direttore della fotografia) e l’attore Massimo Serato. Il film offrì inoltre il primo ruolo importante alla ex modella Marina Berti.

(Roberto Rippa)

Giacomo l'idealista
(Italia, 1943)
Regia: Alberto Lattuada
Sceneggiatura: Emilio Cecchi, Aldo Buzzi, Alberto Lattuada (dal romanzo omonimo di
Emilio De Marchi)
Musiche: Felice Lattuada
Fotografia: Carlo Nebiolo
Montaggio: Mario Bonotti
Interpreti principali: Massimo Serato, Marina Berti, Andrea Checchi, Giulio Tempesti, Giacinto Molteni, Tina Lattanzi, Domenico Viglione Borghese
90'

Alberto Lattuada su Wikipedia (italiano)
Biografia di Alberto Lattuada raccolta da Philippe Pelletier (francese)

Attente

Attente
di Rashid Masharawi

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Prima di lasciare la Palestina per trasferirsi all’estero, il regista Ahmad accetta un ultimo
incarico: la realizzazione di alcuni provini all’estero per attori da scritturare per il nuovo teatro nazionale palestinese.
In viaggio con la giornalista disoccupata Bissan e con il cameraman "Lumière", si mette in cerca di talenti nei campi profughi di Giordania, Siria e Libano.
La richiesta del regista agli aspiranti attori è quella di mettere in scena il sentimento che meglio conoscono, quello dell’attesa.Realizzerà presto che il destino dei rifugiati non è in nulla diverso dal suo, stufo delle insormontabili difficoltà che incontra nel suo Paese.

A Gaza si sta costruendo, con i fondi dell’Unione europea, il teatro nazionale palestinese. Un grande Paese ha bisogno di un grande teatro dice il progettista all’inizio. Un grande teatro avrebbe bisogno di un Paese ribatte correttamente Ahmad, regista chiamato ad effettuare dei provini tra i profughi palestines i in Giordania, Siria e Libano. A tutti coloro che si presentano ai provini, un popolo che non fa altro che aspettare da anni, viene chiesto di simulare una situazione di attesa. Alcuni saranno molto divertenti, altri si presenteranno solo con la speranza di passare il provino e poter quindi fare ritorno alla terra da cui sono dovuti fuggire per poter rivedere i loro cari.
Un film importante sul martirio dell’attesa di qualcosa che potrebbe non arrivare mai e sulla speranza che fa sì che la gente non smetta di credere.
Una messa in scena, quella della vita in Palestina, di cui non si sa chi sia il regista.

Rashid Masharawi è nato nella striscia di Gaza nel 1962. Il suo primo film Curfew (1993) è stato presentato alla "Semaine de la Critique" di Cannes.
Due anni dopo, sempre a Cannes, il suo secondo film, Haifa, partecipa alla
sezione Un Certain Regard. Nel 2002, Ticket to Jerusalem ottiene una
menzione speciale al Festival International du Film d‘Amiens. L’ultimo, ArafatMmy Brother (2005), è stato presentato all’ultimo festival di Rottedam.

(Roberto Rippa)

Noi palestinesi abbiamo la sensazione di non avere in mano il nostro destino.
La speranza che una soluzione sia stata trovata è costante ma poi la speranza scema e noi ricom inciamo ad attendere. L’attesa è diventata una parte integrante delle nostre vite, è la radice del nostro essere. L’attente è stato girato in alcuni tra i diversi campi per rifugiati palestinesi che costituiscono la mappa umana del Paese.
Oggi ci sono circa quattro milioni di rifugiati palestinesi discendenti dalle 800’000 persone che sono scappate o furono deportate tra il 1948 e il 1950.

(Rashid Masharawi)

Attente
(Francia/Palestina, 2005)
Regia: Rashid Masharawi
Sceneggiatura: Rashid Masharawi, Oscar Kronop
Musiche: RegMusic Factory, Ralph El Khoury & Elie Barbar
Fotografia: Jacques Besse
Montaggio: Jacques Witta
Interpreti principali: Areen Omari, Mohmaud Massad, Yousset Baroud
90'

Brick

Brick
di Rian Johnson

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Trama

All’interno di un campus californiano, Brendan, uno studente solitario, riceve una telefonata allarmante dalla sua ex fidanzata, che troverà poco dopo assassinata all’ingresso di un canale di scolo.
I pochi misteriori indizi portano all’interno dal campus, tra personaggi come il carismatico studente spacciatore, la sua guardia del corpo e una ragazza ricca e
misteriosa. Sarà compito di Brendan trasformarsi in un investigatore da hard-boiled, per risolvere il mistero.

Commento

Presentato al Sundance Festival di quest’anno (dove il regista ha ottenuto il premio speciale della giuria per l’originalità dell’immagine), Brick è ambientato in una scuola che ci appare sempre deserta come se la guardassimo attraverso gli occhi del protagonista, che ama restare isolato e consuma i suoi pasti protetto da un muro per sottrarsi dagli sguardi della gente e dalla possibilità di contatti.
Il film si basa su una storia solida ispirata all’opera di Dashiell Hammett (1894-1961), creatore, tra gli altri, del personaggio di Sam Spade e autore de Il falcone maltese. Il suo romanzo Red Harvest è stato di ispirazione per il film Yojimbo (1961) di Akira Kurosawa, in seguito rifatto da Sergio Leone come Per un pugno di dollari, 1964).
Gli elementi del noir classico ci sono tutti, pur aggiornati alla situazione: il duro, il cattivo senza cervello e la femme fatale, tutti coinvolti in un mistero il cui intreccio pare sfuggire a tutti fuorché al protagonista. Brendon brancola nel buio, anche se meno della polizia che si occupa del caso, e noi, come nella migliore tradizione del genere, anche.
Le sue scoperte, aiutate dalla collaborazione di un compagno di scuola chiamato «Brain» (cervello) sono anche le nostre, condividiamo i suoi sospetti e saremmo portati a seguire le sue stesse false piste, per poi lasciarci sorprendere da una nuova scoperta che mette in discussione tutto quanto ci sembrava definitivamente svelato sino a quel punto.
Da qui il coinvolgimento totale in una vicenda che non lascia spazio ad alcuna caduta di ritmo che, per una volta, non è dettato da un montaggio furioso ma da una sceneggiatura senza sbavature e ricca di colpi di scena.
Rian Johnson, qui al suo primo lungometraggio, riesce costruire un film dai meccanismi perfettamente funzionanti che portano poi a una conclusione tanto inaspettata quanto perfettamente plausibile, non mancando di aggiungere una sana dose di ironia.

(Roberto Rippa)

Brick
(USA, 2005)
Regia, sceneggiatura e montaggio: Rian Johnson
Musiche: Nathan Johnson
Fotografia: Steve Yedlin
Interpreti principali: Joseph Gordon-Levitt, Nora Zehetner, Lukas Haas, Emilie de Ravin, Noah Segan, Matt O’ Leary
110'

Sito ufficiale

All the Invisible Children

All the Invisible Children
di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Kátia Lund, Jordan Scott e Ridley Scott, Stefano Veneruso, John Woo

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Film in sette episodi diretti da altrettanti registi in rappresentanza di altrettante nazioni che tratta il tema della difesa dei diritti dei bambini raccontandone le storie di disagio. I proventi del film verranno raccolti nel fondo che porta lo stesso nome del film e gestito da UNICEF, dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e dal World Food Programme.

Nel primo episodio, diretto da Mehdi Charef, sette giovanissimi combattenti per la libertà, pesantemente armati, pattugliano il territorio in cerca del nemico.
Nel secondo, Emir Kusturica racconta la storia di Uros, che trova il modo per rientrare nel riformatorio da cui è appena stato rilasciato, perché la sua vita lì è migliore che con la sua famiglia.
Spike Lee racconta di Bianca, una bambina di Brooklyn, e della sua scoperta di essere sieropositiva dalla nascita. Nel’episodio di Katia Lund (co-autrice con Fernando Meirelles di Cidade de deus del 2002) si racconta di una giornata di Bilu e Joao, che raccolgono con un pesante carretto rifiuti nelle strade di San Paolo per poi portarli a un centro di raccolta in cambio di pochi soldi.
Jordan Scott e Ridley Scott realizzano un episodio in cui un fotoreporter traumatizzato deve tornare alla sua infanzia per ritrovare il senso della vita.
L’episodio italiano, diretto da Stefano Veneruso, racconta di Ciro, giovane napoletano dedito al furto.
John Woo mette a confronto due bambine che vivono vite opposte: una è ricca ma trascurata in famiglia, l’altra è orfana e ambisce a poter studiare. A unirle una bambola gettata dal finestrino dell’auto dalla prima e raccolta dalla seconda mentre è per le strade a vendere fiori.

Ogni regista racconta il suo punto di vista sul tema utilizzando il suo linguaggio cinematografico personale e il risultato è di grande effetto, soprattutto negli episodi di Emir Kusturica, che non esita a mostrare la vita del riformatorio come più sana rispetto a quella in famiglia per il protagonista, di Spike Lee, con il suo impietoso e lucido ritratto di una situazione drammatica e delle reazioni di paura che suscita all’esterno, di Katia Lund, che si pone nel ruolo di testimone di una vicenda di estrema povertà ma anche di inventiva e desiderio di cambiamento (i bambini che trasformano i rifiuti in oggetti di gioco), e quello di John Woo. Di tono decisamente minore gli episodi di Ridley Scott e quello di Stefano Veneruso, entrambi fischiati.

(Roberto Rippa)

All the Invisible Children
(Francia/Italia, 2005)
Regia: Mehdi Charef (episodio Tanza), Emir Kusturica (episodio Blue Gypsy), Spike Lee(episodio Jesus Children of America), Kátia Lund (episodio Bilu e João), Jordan Scott e Ridley Scott (episodio Jonathan), Stefano Veneruso (episodio Ciro), John Woo (episodio Song Song and Little Cat)
Sceneggiatura: Mehdi Charef (Tanza), Diego De Silva e Stefano Veneruso (episodio Ciro), Stribor Kusturica (episodio Blue Gypsy), Cinqué Lee e Joie Lee (episodio Jesus Children of America), Qiang Li (Song Song and Little Cat), Kátia Lund e Eduardo Tripa (Bilu e João), Jordan Scott (Jonathan)

Sito ufficiale