Venezia 63 - un consuntivo

Marco Müller01
(Ryoo Seung-wan e Marco Müller)

Dovendo sintetizzare con un solo concetto l'impressione che ho ricavato da questa Mostra mi verrebbe da dire che molti dei film presentati sono stati girati senza prima essere stati scritti. Da qui la frequente impressione di avere assistito a numerosi, spesso impeccabili, esercizi di stile pronti a farsi dimenticare proprio per l'assenza di sostanza. Non sorprenda quindi che fino a ieri il film favorito da critici e pubblico (secondo il quotidiano "Ciak in mostra" che si è occupato di raccogliere le pagelle stilate da entrambe le categorie) fosse The Queen di Frears, un buon prodotto ma pur sempre un film realizzato per la televisione (così come il film di Balagueró e The U.S. Vs. John Lennon). Il secondo favorito - senza fare distinzione tra concorso e altre sezioni - è The Devil Wears Prada, una commedia classica, divertente, che a molti ha richiamato alla mente numi tutelari del genere come Stanley Donen.

Palazzo del cinema Venezia01
(il progetto vincitore del concorso per il nuovo palazzo del cinema di Venezia e aree limitrofe. Progetto di 5+1 Architetti Associati + Rudy Ricciotti)

Molti titoli sembravano immeritevoli di essere presenti a una Mostra come questa, titoli come L'intouchable, che ha il primato di film più detestato dell'intera selezione. Ma anche i titoli più amati, come A Guide To Recognizing Your Saints non è che fosse, secondo me, il capolavoro che molti hanno voluto vederci.
Non si sa se il livello, scarsino, della selezione sia dovuto alla concorrenza della Festa del cinema di Roma (un tabù da queste parti) o ad altro, resta il fatto che i premi di questa sera sembrano confermare una difficoltà nel reperire opere di maggiore pregio. Del resto basta dare una fugace occhiata alle opere che saranno presenti a Roma per capire cosa sia successo: ci saranno, tra gli altri, i nuovi film di Virzì, Monicelli, Andò, Ridley Scott, Scorsese e Eastwood.

Se il bel film di Crialese sembrava avere stravolto i pronostici rimasti invariati per interi giorni, ecco che gli viene attribuito un premio inventato lì per lì, quello per la migliore rivelazione. Premio che, a dire il vero, ha tutto il sapore del compromesso visto che Crialese è al suo terzo film e che si è già ampiamente rivelato con il suo precedente Respiro, già presentato con successo a Cannes nel 2002 e premiato con il gran premio della critica. Il film vincitore del Leone d'oro non l'ho visto (e come me molti altri) ma non è certo sfuggito a nessuno che si trattasse di un film indicato sul programma ufficiale come "sorpresa" il cui titolo è stato svelato a Mostra iniziata esattamente come già accaduto negli anni scorsi per Ferro 3 di Kim Ki-duk o il deludentissimo Takeshi's di Kitano. Non sono mancati i film non ancora giunti al montaggio definitivo, cosa che capita spesso nei festival, come Bobby di Emilio Estevez, che difatti nel titolo riportava la dicitura "A Work in Progress". Insomma, molti elementi fanno pensare ad un'effettiva difficoltà nel reperire titoli per questa edizione e se la causa può essere addebitata a Roma, non è che l'ulteriore conferma che due festival nella stessa nazione sono una semplice assurdità, vista la concorrenza già esistente tra i tanti festival europei.
Il premio per la migliore regia a Alain Resnais sarebbe indiscutibile se non fosse per il fatto che ha tutta l'aria di un premio alla carriera (che a Venezia il regista ha già ottenuto nel 1995). Nulla da dire sul premio della giuria a Daratt di Mahamat-Saleh Haroun, che è un film bello che ha tutto da guadagnare, a livello distributivo, da un premio a un festival importante come questo. Sul premio per l'interpretazione a Helen Mirren nessuno avrà da ridire, ma quello a Ben Affleck ha lasciato di stucco moltissimi e questo vorrà pur dire qualcosa. Sicuri che non ci fossero attori più meritevoli? A me, così di primo acchito ne vengono in mente almeno venti.
Il premio Mastroianni per la migliore attrice rivelazione attribuito a Isild Le Besco lascia ancora più di stucco: un premio all'attrice di un film pessimo che certo lei non eleva aggirandosi con un'aria ora catatonica, ora annoiata.
Qualcosa da ridire ci sarebbe anche sul premio speciale della giuria a Straub e Huillet per l’innovazione del linguaggio cinematografico. Quel linguaggio esiste già da tempo: si chiama teatro.
Molte le delusioni: La stella che non c'è di Gianni Amelio, così indeciso tra realtà e finzione da non accontentare nessuno, Hollywoodland di Allen Coulter, Zwartboeck di Paul Verhoeven, World Trade Center di Oliver Stone (sempre che qualcuno si aspettasse qualcosa dopo avere letto le dichiarazioni del regista), molti i film persi a causa delle sovrapposizioni delle proiezioni o della curiosa gestione delle entrate, che spesso penalizza gli accreditati. Però Marco Müller rimane un grande direttore, è detto senza piaggeria, e chi ha frequentato il Festival di Locarno sotto la sua direzione e quindi le edizioni dirette da Irene Bignardi sa cosa intendo. Appuntamento quindi alla prossima edizione, sperando in qualche sopresa positiva in più.

Palazzo del cinema Venezia02
(progetto citato. Veduta della piazza)

Venezia 63 - i premi

La Giuria Venezia 63 della 63. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-wook, Michele Placido, dopo aver visionato tutti i ventidue film in concorso, ha così deliberato:
 
LEONE D’ORO per il miglior film a:
Sanxia Haoren (Still Life) di Jia Zhang-Ke

Jia Zhang-Ke01
(Jia Zhang-Ke)
 
LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:
Alain Resnais per il film Private Fears in Public Places
 
LEONE D’ARGENTO RIVELAZIONE a:
Emanuele Crialese per il film Nuovomondo - Golden Door

Emanuele Crialese01
(Emanuela Crialese)
 
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
Daratt di Mahamat-Saleh Haroun

Mahamat-Saleh Haroun01
(Mahamat-Saleh Haroun)
 
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:
Ben Affleck
nel film Hollywoodland di Allen Coulter
 
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:
Helen Mirren
nel film The Queen di Stephen Frears

Helen Mirren01
(Helen Mirren)
 
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a:
Isild Le Besco
nel film L’intouchable di Benoît Jacquot
 
OSELLA per il miglior contributo tecnico a:
Emmanuel Lubezki
direttore della fotografia del film Children of Men di Alfonso Cuarón
 
OSELLA per la migliore sceneggiatura a:
Peter Morgan
per il film The Queen di Stephen Frears
 
LEONE SPECIALE a:
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet
per l’innovazione del linguaggio cinematografico

Nuovomondo

Nuovomondo
di Emanuele Crialese

Nuovomondo01

Il film inizia nei primi anni del secolo scorso, ed è diviso in tre parti ideali e in tre diversi luoghi: la Sicilia, l’oceano e quindi Ellis Island, l’isola di fronte a Manhattan dove giungevano le navi con gli immigrati.
Mondonuovo è una storia di emigrazione, di tante emigrazioni, quando eravamo noi a lasciare il nostro Paese per andare a farci trattare come bestie nel nuovo mondo.
Petralia Sottana: Salvatore è vedovo e padre di due figli, uno dei quali muto. Salvatore decide di lasciare la Sicilia, con i figli e la riluttante madre alla volta dell’America, dove spera di trovare fortuna. Nel corso della traversata, conosce Lucy, giovane inglese che mira a restare in America grazie a un matrimonio.
A Ellis Island chi è sopravvissuto al viaggio verso la terra promessa viene sottoposto a un trattamento da lager nazista (o da CPT, per parlare dei giorni nostri): ispezioni corporali, test di intelligenza, lavaggi e quindi la selezione per decidere chi potrà rimanere e chi verrà rimandato indietro, da dove è arrivato. Le donne, accolte solo se nubili, vengono messe all’asta e gli uomini già residenti potranno sceglierle come mogli.

Emanuele Crialese01
(Emanuele Crialese)

Emanuele Crialese, già rivelatosi con il suo Respiro nel 2002 che, snobbato inizialmente in patria, ottenne il premio speciale della giuria a Cannes, dichiara di non avere voluto girare un film politico raccontando la storia di questi emigranti che all’inizio del ‘900 si recano nel nuovo mondo nella speranza di trovare migliore fortuna. L’ispirazione - dice - gli è venuta guardando le foto degli immigrati italiani nel museo di Ellis Island dove poi ha studiato per un anno le procedure in voga all’epoca.
Crialese è un regista rigoroso, i suoi personaggi parlano il dialetto siciliano (sottotitolato) perché non perdano in realismo e espressività e la parte più straziante, l’arrivo a Ellis Island, non lascia spazio a facili commozioni, è dura e basta. Però chiude il film con un’immagine di grande poesia (l’America da leggenda in cui credevano i migranti, con i bagni nel latte e i soldi che crescono sulle piante).
Bellissima e applauditissima opera che riconcilia con il cinema italiano. Crialese dice di non avere girato un film politico ma certo è impossibile non notare come nulla sia cambiato nel tempo (un secolo) se non il flusso migratorio.

(Roberto Rippa)

Nuovomondo
(Italia, Francia, 2006)
Regia, sceneggiatura: Emanuele Crialese
Fotografia: Agnès Godard
Montaggio: Maryline Monthieux
Interpreti principali: Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Ernesto Mahieux, Andrea Prodan, Filippo Pucillo
35mm
120'


Intervista a Emanuele Crialese su Castlerock.it

La rieducazione

La rieducazione
di Amanda Flor (Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino)

La rieducazione01

Un neo laureato ventottenne senza lavoro trascorre le sue giornate tra parrocchia e volontariato fino a quando il padre lo sbatte fuori casa non prima di averlo segnalato a un amico piccolo imprenditore edile perché gli dia lavoro in un suo cantiere. Dovrà affrontare molto più di un nuovo, faticoso, lavoro.

La rieducazione02

Il colelttivo Amanda Flor (di Guidonia) produce, con soli 500 euro, un film che parla di molte cose: di mancanza di lavoro, di precarietà, della difficoltà (impossibilità) di trovare un lavoro che corrisponda agli studi effettuati ma ancora di più di mancanza di solidarietà. Anche il protagonista non tarderà a dimenticarsi dei suoi propositi di solidarietà e mutuo appoggio appena le cose per lui svolteranno.
Amaro e ironico ritratto della situazione del lavoro (e non solo) dell'Italia di oggi. Una delle opere più vitali della Settimana della critica (e non solo) di questa Mostra.

(Roberto Rippa)

Intervista al collettivo Amanda Flor su Nonsolocinema

Hiena

Hiena
di Grzegorz Lewandowski

Hiena01
(Borys Szyc in un fuoriscena)

Trama

In un villaggio della Slesia, lungo la strada che porta a scuola, il piccolo Maly e i suoi amici commentano storie spaventose che riguardano un uomo violento che causò la fuga del figlio. Il padre di Maly un giorno muore misteriosamente in un incidente in miniera e poco dopo si sparge la voce che una iena è fuggita e minaccia gli abitanti. Un individuo dal volto sfigurato torna nel carrozzone dove un tempo abitava l’uomo dei racconti che spaventano i ragazzi. Maly lo aiuta portandogli del cibo e nel frattempo scompaiono anche un altro misterioso personaggio che i ragazzi ogni giorno incontravano sulla strada, e, via via, l’anziano postino e la piccola amica di Maly. L’ipotesi che dietro queste morti ci sia la misteriosa “Hyena” diventa più che un sospetto per il sensibile ragazzino.

Commento

Per metà thriller e per metà fiaba infantile (che poi sono spesso la stessa cosa), girato e fotografato benissimo (è un lavoro di diploma), risente di una certa mancanza di coerenza nella storia, che spesso risulta incomprensibile. Montato in fretta e furia per essere presente alla Mostra, potrebbe questo - ma il mio è solo un sospetto - non essere il montaggio definitivo.

(Roberto Rippa)

Hiena
(Polonia, 2006)
Regia e sceneggiatura: Grzegorz Lewandowski
Musica: Grzegorz Kazmierczak
Fotografia: Arkadiusz Tomiak
Montaggio: Andrzej Tomczak
Interpreti: Borys Szyc, Magdalena Kumorek, Krzysztof Dracz, Jakub Romanowski
89'

Nue propriété

Nue propriété
di Joachim Lafosse

Nue propriété01

Gruppo di famiglia in un (malsano) interno: una donna, divorziata da anni con rancore, abita in una casa di campagna, che ha conosciuto tempi migliori, con i due figli gemelli maggiorenni che, con gelosie e dinamiche infantili, non le permettono di vivere. Certo, anche lei è ambigua nell'esprimere il suo bisogno di indipendenza da loro. Quando deciderà di lasciarli per un breve periodo, le tensioni scoppieranno fino alle estreme conseguenze.
Isabelle Huppert è, come sempre, bravissima e non le sono da meno i due attori - fratelli ma non gemelli - Jérémie (già ne La promesse e L'enfant dei Dardenne) e Yannick Renier.
Diretto e scritto con estrema precisione da Joachim Lafosse, il cui Ça rend heureux si è fatto notare a Locarno quest'anno (ne abbiamo parlato qui).

(Roberto Rippa)

Joachim Lafosse01
(Joachim Lafosse)

Nue propriété
(Belgio, 2006)
Regia: Joachim Lafosse
Sceneggiatura: Joachim Lafosse, François Pirot
Fotografia: Hichame Alaouie
Montaggio: Sophie Vercruysse
Interpreti: Isabelle Huppert, Jérémie Renier, Yannick Renier, Kris Cuppens, Raphaëlle Lubansu, Patrick Descamps
35mm
105'

The Devil Wears Prada

The Devil Wears Prada
(titolo italiano: Il diavolo veste Prada, USA, 2006)
di David Frankel

The Devil Wears Prada01
(Anne Hathaway, Stanley Tucci e Meryl Streep)

Trama

Appena diplomatasi al college, la discreta Andrea si ritrova a lavorare come assistente di Miranda Priestley, direttrice della rivista-bibbia della moda "Runway". Miranda è una donna di cui ogni richiesta (dal manoscritto inedito di Harry Potter per le sue figlie, alla richiesta allo stilista di rivoluzionare la sua collezione in poche ore e via dicendo) deve essere soddisfatta nel minor tempo possibile. Andrea è ben decisa a non fare la fine di tutte coloro che l'hanno preceduta, ma quanto è disposta a pagare per questo?

Commento

Tratto dal (ma sarebbe meglio dire "ispirato al") romanzo autobiografico omonimo di Lauren Weisberger, il film di David Frankel (Sex & The City) si trasforma in una sorta di Eva contro Eva tra l'assistente Andrea e la temibile direttrice della rivista "Runway" (leggasi Anna Wintour e Vogue). Abbandonata ogni velleità di girare un film denuncia sul mondo della moda, Frankel dirige una commedia classica, che ricorda le commedie americane degli anni '50 e '60, e divertentissima in cui una feroce e arrogante Meryl Streep la fa da padrona con una recitazione in cui anche un'increspatura del labbro superiore ha il potere di spezzare le gambe ai sottoposti e agli stilisti. Bravi tutti gli altri interpreti, con Anne Hathaway e Stanley Tucci in testa.

(Roberto Rippa)

The Devil Wears Prada
(titolo italiano: Il diavolo veste Prada, USA, 2006)
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna (dal romanzo omonimo di Lauren Weisberger)
Musiche: Theodore Shapiro
Fotografia: Florian Ballhaus
Montaggio: Mark Livolsi
Interpreti principali: Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Simon Baker, Emily Blunt
35mm
110'

INLAND EMPIRE

INLAND EMPIRE
di David Lynch

David Lynch01
(David Lynch con il Leone alla carriera)

PRO
Lynch prosegue nel suo percorso di destrutturazione reso molto evidente già in Mulholland Drive e costruisce il film d'arte definitivo in cui abbandonarsi senza riserve e senza attendersi nulla che attenga al cinema tradizionale. Un capolavoro.
(Gaia Rizzi)

CONTRO
Del film non si capisce nulla a causa dell'ego sempre più smisurato di un regista che ci impone un'opera di grande capacità tecnica e praticamente nessuna sostanza.
Un cortometraggio di 2 ore e 48 minuti.
Non so cosa ne diranno domani i giornali, posso solo dire che questa mattina, alla proiezione per la stampa quotidiana, erano tutti tramortiti e increduli.
(Gabriele Mantovan)

Immaginiamo che i commenti su INLAND EMPIRE saranno estremamente constrastanti. I due riportati sopra sono sono solo due esempi, fateci avere i vostri.

INLAND EMPIRE
(USA, 2006)
Regia, sceneggiatura, montaggio: David Lynch
Musiche: Angelo Badalamenti
Interpreti principali: Laura Dern, jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Julia Ormond
35mm
172'

El Amarillo

El Amarillo
di Sergio Mazza

El Amarillo01

Un giovane si ritrova in un misero bar in un punto imprecisato dell'Argentina.
Attratto dalla tristezza della cantante del locale, si fermerà per scoprire che il bar è in realtà un bordello. Diventerà un punto di riferimento per le attempate ragazze che ci lavorano.

Durante la prima ora del film, il protagonista riordina un campo di bocce e mangia la metà di una mela. La protagonista, intanto, stura un gabinetto e mangia l'altra metà della mela.
L'ultima mezz'ora del film l'ho trascorsa dormendo. Ero in buona e numerosissima compagnia.

(Roberto Rippa)

El Amarillo
(Argentina, 2006)
Regia e sceneggiatura: Sergio Mazza
Fotografia: Luis Cámara
Montaggio: Sergio Mazza, Nicolás Moro, Mercedes Oliveira
Interpreti principali: Gabriela Moyano, Alejandro Baratelli, Mirta Fratinni
35mm
90'

Hei yanquan

Hei Yanquan
di Tsai Ming-Liang

Hei yanquan01

In una Malesia moderna, piena di immigrati sfruttati e costretti a vivere in bidonvilles improvvisate o tra il nudo cemento di palazzi in costruzione, un immigrato cinese viene picchiato e quindi soccorso da un ragazzo del Bangladesh che lo accudisce con grande amorevolezza. Dall'altra parte della città, intanto, una ragazza cinese si prende cura di un anziano in coma. Nei suoi gesti c'è efficienza ma non amore. L'incontro tra lei e il ragazzo cinese lascia spazio a una forte attrazione prima e forse a un sentimento dopo, sentimento che scatenerà la disperazione nel primo ragazzo. Ma in un mondo che ha perso il cuore, ci sarà spazio anche per il suo amore.
Questo film, sulla carta, avrebbe molto per farsi odiare: non ci sono dialoghi - solo voci esterne ai tre personaggi principali - insiste nelle inquadrature e, addirittura, si chiude sulle note di "Smile" di Charlie Chaplin. E invece è un film affascinante, poetico, lucido nel descrivere un mondo (tutto!) che ha perso il cuore ma sa ritrovarlo nei piccoli gesti, suggerendo una speranza. E' feroce nel mostrare gli oppressi, gli sfruttati, gli invisibili. E' un film che non ammette le mezze misure: o lo si ama o lo si rifiuta. E io l'ho amato molto e questo a dispetto dell'ironia che qui serpeggia sul suo titolo internazionale (I Don't Want To Sleep Alone) ricordato in un Palabiennale gremito, con metà pubblico addormentato.

(Roberto Rippa)

P.s.: in conferenza stampa si è appreso dal regista che la sceneggiatura è stata resa meno esplicita per non offendere l'interprete del ragazzo del Bangladesh, attore non professionista, di religione musulmana.


Hei Yanquan
(Taiwan, Francia, Austria, 2006)
Regia, sceneggiatura, fotografia: Tsai Ming-Liang
Montaggio: Chen Sheng-Chang
Interpreti principali: Chen Shiang-Chyi, Lee Kang-Sheng, Norman Atun
35mm
115'

Entries  1 - 10 /25