Kantoku · Banzai!

Kantoku · Banzai!
(titolo internazionale: Glory to the Filmmaker!, Giappone, 2007)
di Takeshi Kitano

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Kitano è stufo del suo stesso cinema e ce lo spiega attraverso una sorta di suo che inizia come un film di gangster, come quelli per cui è diventato famoso in tutto il mondo. È solo un attimo: il regista dichiara immediatamente di voler cambiare e quindi si passa subito a una scena alla Ozu. Ma Kitano non ama neppure questo e nel tentativo di cimentarsi con altri generi passerà alla commedia romantica, alla storia di formazione, alla fantascienza, generi che qui appaiono tutti oggetto di parodia. Il regista, intanto, si mostra attraverso un suo alter ego di cartapesta, che appare ogni volta che l'uomo deve affrontare situazioni di paura, di stress o più semplicemente di noia.
Dopo il francamente non troppo sopportabile Takeshis', riflessione filmata sul suo doppio ruolo di regista e attore, Kitano affronta qui il suo secondo capitolo di distruzione della sua opera e una sorta di indagine sul ruolo del raccontatore di storie per immagini e, mentre tenta di scrollarsi di dosso il genere per cui si è fatto conoscere in Occidente (ma gli era riuscito meglio in Dolls o Kikujiro no natsu - L'estate di Kikujiro, per citare giusto due esempi) e riflette sul suo ruolo, produce un'opera piena di ironia e di gioiosa libertà visiva, capace di scivolare spesso e volentieri nel grottesco in un film spesso divertente ma tavolta anche noioso.
Non una riflessione sul cinema e sul ruolo dell'autore quanto una seduta psicoanalitica cui Kitano non sembra chiedere una via d'uscita quanto un'occasione di autocompiacimento e di libertà espressiva.

(Roberto Rippa) 

Kantoku · Banzai!
(titolo internazionale: Glory to the Filmmaker!, Giappone, 2007)
Regia, sceneggiatura: Takeshi Kitano
Musiche: Shinichirô Ikebe
Fotografia: Katsumi Yanagishima
Montaggio: Takeshi Kitano, Yoshinori Oota
Interpreti principali: Beat Takeshi [Takeshi Kitano], Toru Emori, Kayoko Kishimoto, Anne Suzuki, Keiko Matsuzaka, Yoshino Kimura, Kazuko Yoshiyuki, Yuki Uchida
104’

Sito ufficiale

Searchers 2.0

Searchers 2.0 (U.S.A., 2007)
di Alex Cox
(sezione Orizzonti)

Searchers 2.0

Trama

Mel Torres e Fred Fletcher, attori di mezza età e scarsa fortuna, hanno da anni un conto in sospeso con l'anziano sceneggiatore Fritz Frobischer che, quando erano piccoli attori, li aveva frustati per ottenere da loro maggiore realismo in una scena. Scoperto che Frobischer presenzierà nella Monument Valley alla proiezione di un vecchio film da lui sceneggiato, i due, con l'aggiunta della figlia di Mel, decidono di partire per mettere in atto la loro vendetta.

Commento

Searchers 2.0, che già nel titolo cita The Searchers (Sentieri selvaggi, 1956) di John Ford, è un road movie che nella struttura omaggia il cinema western (soprattutto quello italiano) e che, come tutti i road movie, utilizza il suo spunto per raccontare in realtà altro, più il viaggio che la destinazione o il suo motivo.
Fred e Mel sono in cerca di vendetta ma più che orchestrarla raccontano sé stessi attraverso discorsi e schermaglie spesso sottolineati dalla figlia di Mel, Delilah, in aperto contrasto con il padre e il suo amico.
Piccola opera indipendente diretta da Alex Cox (Kurosawa: The Last Emperor, 1999, Sid and Nancy, 1986, Repo Man, 1984), co-prodotta da Roger Corman e BBC Films, Searchers 2.0 è una collezione di citazioni cinematografiche densa di ironia che non nasconde nemmeno per un momento un discorso molto chiaro sulla pericolosità della politica estera degli Stati uniti, e non solo quella messa in atto dall'amministrazione Bush.
Il finale con lo scontro a tre, che cita quello de Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone ma combattuto a suon di domande sul cinema anziché con le armi, lascia la netta sensazione di avere assistito a un esempio di cinema intelligente, molto divertente e ironico, scritto con rigore e grande cura.

P.s.: nei sottotitoli in italiano Mario Brega è indicato come Mario Braga. Che tristezza.

(Roberto Rippa)

Searchers 2.0 (U.S.A., 2007)
Regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio: Alex Cox
Musiche: Pray for Rain
Fotografia: Steven Fierberg
Interpreti principali: Del Zamora, Ed Pansullo, Sy Richardson, Jaclyn Jonet, Zahn McClarnon
90'

Sito ufficiale

Trailer (YouTube)

Hotel Meina

Hotel Meina (Italia, 2007)
di Carlo Lizzani
(sezione Venezia Maestri - fuori concorso)

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Trama

Lago Maggiore, settembre 1943. Un gruppo di sedici ebrei italiani proveniente dalla Grecia, è ospite dell’Hotel Meina di proprietà di Giorgio Benar, un ebreo con passaporto turco (quindi cittadino di un paese neutrale). In seguito all’8 settembre, giorno dell’armistizio fra l’Italia e gli alleati, un reparto di SS capitanato dal comandante Krassler giunge a Meina. Gli ebrei vengono reclusi nell’Hotel e inizia una settimana di attesa, terrore e speranza.

Commento

Tratto dall'omonimo libro di Marco Nozza (editore Net), Hotel Meina ripercorre una storia realmente accaduta: un gruppo di ebrei diventa prigioniero di quello che fino a poco prima era un incantevole luogo di vacanza sul Lago Maggiore e da quel momento vive dibattuto tra desiderio di fuga e speranza nella fine della guerra, che riporti loro la libertà.
Nel suo percorso di indagine sulla storia d'Italia, e l'attualissimo tema dello scontro tra fascismo e antifascismo, Lizzani realizza un film di estremo rigore in cui l'attesa dei personaggi viene resa attraverso il racconto delle loro giornate fatte di terrore, disillusione e speranza mentre anche i nazisti sembrano non sapere come muoversi in attesa di un ordine dall'alto.
Hotel Meina, a dispetto di un'immagine forse troppo televisiva (ma la televisione attuale un film come quello di Lizzani e delle interpretazioni come queste non ne sa proporre da molto tempo), ha il potere di raccontare la sua storia in maniera diretta lasciando allo spettatore un groppo in gola che non accenna a svanire nemmeno dopo giorni.
Il film avrebbe dovuto essere diretto da Pasquale Squitieri, che aveva già pronta una sceneggiatura, ma poi è passato nelle mani di Lizzani a causa di dissapori tra il regista napoletano (non esattamente un esempio di antifascismo) e la produzione.

(Roberto Rippa)

L’ultimo conflitto mondiale continua a proporsi come fonte inesauribile di storie individuali e collettive. Di “umili” e di “potenti”. E, pur avendo personalmente attinto per molti miei film a questa fonte, continuo a trovarvi suggestioni e spunti di valore universale e attuale.
Quello che mi ha affascinato nella storia – tutta vera – dell’Hotel Meina, raccontata nel libro di Nozza, è il modo imprevedibile con il quale il Male e il Bene in questa particolare occasione sono entrati in conflitto. E, prima ancora, si sono presentati in scena, hanno preso forma. In questo albergo che si affaccia sul Lago Maggiore, in una cornice paesaggistica idillica, si trovano a convivere per alcuni giorni, nel Settembre 1943, un gruppo di ebrei benestanti, una formazione di SS, e alcuni villeggianti italiani e tedeschi ignari della tempesta che anche là, in quel luogo tanto lontano dai fronti di guerra, sta per scatenarsi.
La caduta di Mussolini, l’Armistizio (annunciato in quel modo equivoco che tutti ricordiamo) hanno fatto dell’Italia una terra di nessuno, dove può accadere tutto e il contrario di tutto. E nessuno sa prendere decisioni definitive. La sorveglianza dei tedeschi sugli ebrei sembra morbida. Ma da quell’albergo – questo è l’ordine – non si può uscire.
Anche le SS insomma, sembrano in attesa di ordini superiori, e qualche volta si mangia, si fa musica, si gioca a carte tutti insieme.
Forse Buñuel, con
L’angelo sterminatore ha già raccontato sotto metafora, e in modo straordinario, una situazione di questo genere. E certamente non oserei scendere a confronto con quel capolavoro del cinema, se non fossi convinto che il mio compito è più modesto, ma che svolgerlo può essere ancora utile. Mi sono di guida un libro e una sceneggiatura che vogliono ricordare vicende realmente accadute, ma non per questo meno dense di significato.
Forse in queste lunghe meravigliose giornate di settembre apparirà ancora più misterioso (o invece finalmente decifrabile?) quello stato di inerzia paralizzante che ha impedito in tutta Europa, e a tante migliaia e migliaia di ebrei di sottrarsi tempestivamente al pericolo, di uscire dalla soglia di quell’albergo come di tante case, di tanti Ghetti. E viene alla luce, passo passo, quella capacità di inganno, di “messa in scena” che certamente fu una qualità peculiare dei tanti gregari chiamati a metter in opera la Soluzione finale.
Ma, accanto al Male anche il Bene – in quelle strane giornate dell’Hotel Meina – si presenta in modo nuovo e inatteso rispetto alla drammaturgia che solitamente ha raccontato la Shoà. È il personaggio della tedesca Cora a gridare forte la sua condanna nei confronti di Hitler e della sua banda di criminali. E questo in nome dell’altra, della vera Germania. La Germania di Kant, di Goethe, di Schiller, di Mann. Della Berlino illuminista senza Ghetto, di Federico il Grande. La Germania di Bonhöfer, della Rosa Bianca, degli ufficiali impiccati dopo la scoperta della congiura del ’44, e delle migliaia di tedeschi antinazisti sterminati poco prima e poco dopo la presa del potere da parte di Hitler.
Anche questa Germania ha avuto voce in altri film. Ma nel nostro caso il confronto è diretto, e l’unità di spazio e di tempo danno al conflitto quella originalità che mi ha indotto ancora una volta a misurarmi su un terreno più volte frequentato, ma sempre affascinante e denso di interrogativi e di insegnamenti.
Hotel Meina è un altro capitolo di quella ideale storia in immagini del fascismo e dell’antifascismo che da decenni vado costruendo con film sia tratti da eventi realmente accaduti, sia da opere letterarie.
Gli anni Venti:
Fontamara (con Michele Placido), Cronache di Poveri Amanti (con Marcello Mastroianni). Gli anni Trenta: Un’isola (il libro di Giorgio Amendola). Gli anni Quaranta (dalla nascita della Resistenza fino alla condanna a morte): Achtung! Banditi!, Il Gobbo, L’Oro di Roma, Gli Ultimi Giorni di Mussolini (con Rod Steiger, Henry Fonda). In tutte queste opere mi sono sempre attenuto al rispetto del testo (nel caso dell’opera letteraria). E al massimo rispetto per la memoria delle vittime o dei sopravvissuti, nel caso di film ispirati a fatti realmente accaduti

Carlo Lizzani (da www.cinemaitaliano.info)

Hotel Meina (Italia, 2007)
Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Marco Nozza (dal suo romanzo omonimo)

Sceneggiatura: Dino Gentili, Filippo Gentili
Fotografia: Claudio Sabatini
Montaggio: Massimo Quaglia
Interpreti principali: Majlinda Agaj, Eugenio Allegri, Marta Bifano, Veronica Bruni, Ursula Buschhorn, Butz Ulrich Buse, Silvia Cohen, Diana Collepiccolo, Simone Colombari, Federico Costantini, Elia Donghi, Fiamma Ferzetti, Marco Fubini, Fabio Ghidoni, Ivana Lotito, Fabio Marchese, Francesco Meoni
110'

Sleuth

Sleuth (U.S.A., 2007)
di Kenneth Branagh
(sezione Venezia 64)

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Trama

Nella sua lussuosa tenuta in campagna, Andrew Wyke, famoso scrittore di gialli, si confronta con il giovane amante di sua moglie, venuto a comunicargli che lei si appresta a lasciarlo. Lo scrittore però ha in mente un piano.

Commento
(attenzione, il testo che segue contiene elementi rivelatori della trama
e del finale del film)


Kenneth Branagh è da sempre specializzato nel portare sullo schermo opere teatrali e qui non si smentisce scegliendo di basarsi su un testo scritto da Anthony Schaffer, riadattato per lo schermo da Harold Pinter, per raccontare una trama ordita da un egocentrico scrittore di gialli che si vede confrontato dalla perdita della moglie, decisa a lasciarlo per un giovane parrucchiere aspirante attore.
Lo scrittore Andrew Wyke ha in mente un piano per sbarazzarsi del giovane e non esiterà a metterlo in atto, rimanendone alla fine vittima.
Diviso in tre atti, Sleuth mette in scena nel primo la trama orchestrata da Wyke con il giovane come vittima, nel secondo la rappresaglia della vittima e nel terzo un epilogo che vorrebbe essere sorprendente e che invece non lo è affatto.
Interamente ambientato nell'antica dimora (esternamente ma estremamente tecnologica al suo interno) dello scrittore, Sleuth non tradisce mai la sua origine teatrale e si basa quindi molto sulle interpretazioni: ottima quella di Michael Caine, che offre al suo ruolo la giusta ambiguità, debole quella del suo antagonista Jude Law. Ma è proprio la storia a non funzionare sempre: se la prima parte vede giganteggiare Caine mentre circuisce il giovane facendo capo al suo carisma e alla sua autorevolezza, il secondo, con il giovane che si prende la rivincita, diventa già molto più debole anche perché nessuno riesce a non notare che sotto le spoglie dell'ispettore di Scotland Yard si nasconde in realtà ancora Jude Law. Il terzo atto, quello conclusivo, è ancora più debole e quelle che fino ad allora erano interpretazioni di pregio diventano esercizi di gigioneria a causa di un epilogo poco convincente che non aiuta gli attori.
Rifacimento dell'omonimo film (in italiano Gli insospettabili) diretto da di Joseph L. Mankiewicz nel 1972, in cui era Michael Caine a confrontarsi nel ruolo del giovane con Laurence Olivier, Sleuth parte bene creando una tensione che però inizia a smontarsi sin dalla seconda parte. Peccato mortale per un thriller.

(Roberto Rippa)

Sleuth02(Michael Caine e Laurence Olivier nella versione diretta nel 1972 da Joseph L. Mankiewicz) 

Sleuth (U.S.A., 2007)
Regia: Kenneth Branagh
Soggetto: Anthony Shaffer (dalla sua pièce teatrale)
Sceneggiatura: Harold Pinter
Musiche: Patrick Doyle
Fotografia: Haris Zambarloukos
Montaggio: Neil Farrell
Interpreti: Michael Caine, Jude Law
86'

Les amours d'Astrée et de Céladon

Les amours d'Astrée et de Celadon (Francia, 2007)
di Eric Rohmer
(sezione Venezia 64)

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Trama

Gallia, V secolo d.C., il pastore Céladon ama la pastorella Astrée, che però vuole mantenere segreto il loro rapporto a causa di una faida tra le rispettive famiglie. In seguito a un equivoco, Astrée pensa che Céladon l'abbia tradita e lo affronta con durezza. Lui, disperato, si getta in fiume. Mentre tutti pensano che il suo corpo sia stato trascinato dalla corrente, lui è stato salvato da un gruppo di ninfe che lo tengono nascosto. Il suo proposito di non farsi mai più vedere dalla sua amata, però, è troppo difficile da mantenere e quindi si ripresenta a lei sotto mentite spoglie.

Commento

A quanto pare, per vedere un'opera inattesa e vibrante è bene affidarsi a un regista ottantasettenne, attivo sin dal 1950 e iniziatore (insieme a François Truffaut, Jean-Luc Godard e Claude Chabrol) della Nouvelle vague. Tratto da L'Astrée, romanzo del XVII secolo scritto da Honoré d'Urfé (1), il film di Rohmer si posa su un soggetto molto classico, almeno nell'ambientazione, per trasformarlo in un'opera senza tempo, dall'impianto quasi fantascientifico all'inverso per come i personaggi appaiono distanti e sospesi nel tempo, in cui il regista non arretra di fronte ai toni della tragedia ma sembra talvolta anche divertirsi a giocare con il rischio del ridicolo. Rohmer basa molto del suo film, come suo costume, sul dialogo e qui sembra voler trascinare lo spettatore nella sua storia anche attraverso il linguaggio dei suoi personaggi, sospeso anch'esso come i luoghi e il tempo.
Les amours d'Astrée et de Céladon, che propone echi delle opere passate di Rohmer, è l'inequivocabile dimostrazione di quanto il regista non abbia perso nulla della sua voglia di stupire e appassionare utilizzando anche come spunto, come qui, un'opera che non potrebbe essere più classica per trasformarla in un racconto privo di tempo e quindi spesso anche molto moderno.

(Roberto Rippa)

(1) L'Astrée è un'opera composta da più di 5000 pagine divisa in cinque parti e dodici libri. Le prime tre parti furono pubblicate nel 1607, 1610, e 1619. Alla morte di d'Urfé, avvenuta nel 1625, il suo segretario Balthazar Baro portò a compimento la quarta parte cui diede un seguito tra il 1632 e il 1633. 

Les amours d'Astrée et de Céladon (Francia, 2007)
Regia e sceneggiatura: Eric Rohmer
Soggetto: Honoré d'Urfé (da L'Astrée)
Musiche: Jean-Louis Valéro
Fotografia: Diane Baratier
Montaggio: Mary Stephen
Interpreti principali: Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour, Cécile Cassel, Véronique Reymond, Jocelyn Quivrin, Mathilde Mosnier, Rodolphe Pauly, Serge Renko, Arthur Dupont
109'